Biografia di Bidognetti, “Il sangue non si lava”, storie di rifiuti e omicidi in Terra di Lavoro

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Biografia: ‘Il Sangue non si lava’ (Edit. ABeditore) – Ansa

E’ in una biografia firmata da Fabrizio Capecelatro che, il collaboratore di giustizia Domenico Bidognetti, si racconta. Il libro uscito prima in ebook il 7 Febbraio scorso (ABEditore, Ebook 8,99€) e dal 10 Marzo disponibile in cartaceo nelle librerie, ha titolo “Il sangue non si lava”(Cartaceo 16,90€ acquistabile in anteprima sul sito dell’editore qui: http://www.abeditore.it/). Parla del delitto di Don Diana, dei rifiuti della camorra sversati in Terra di Lavoro che hanno avvelenato non solo i terreni ma anche le acque, anche quelle del Regi Lagni. “Fabrizio Capecelatro ha inoltre scelto di non raccontarci le dichiarazioni di Domenico Bidognetti” dice Giovanni Conzo, ex magistrato della Direzione Distrettuale antimafia di Napoli, nella prefazione al libro “ma ha lasciato parlare lui in prima persona, così come se potesse rivolgersi a ciascun lettore e raccontargli i lati peggiori di quel mondo di cui ha fatto parte.

Bidognetti chi?

Domenico Bidognetti (NoiCaserta)

È figlio di Umberto Bidognetti, ucciso nel 2009 nella sua azienda di allevamento per una vendetta trasversale dovuta al pentimento del figlio. E’ cugino di Francesco detto Cicciotto ‘e Mezzanotte, braccio destro, dopo la fine del clan Bardellino, di Francesco Schiavone detto Sandokan . Da giovane, Domenico, si unisce al clan dello zio a 25 anni viene battezzato “uomo d’onore”.

In carcere dal 1999. Ne “L’impero” di Gigi Di Fiore (Rizzoli, 2008- 19,00€) si riporta un’affermazione che fece ricordando quel periodo: “Da quel momento non ho capito più niente, mi hanno notificato tanti di quei mandati che il Riesame di Napoli si è stancato di toglierli”.

Era finito in carcere 10 mesi dopo Sandokan. E nel 2007 diventa collaboratore di giustizia, dice Giovanni Conzo, che firma la prefazione di questo libro: “ La sua sofferta scelta di collaborare con la giustizia […] fu una vittoria raggiunta insieme ad altre, grazie alla precisa strategia, messa in atto dai Magistrati della procura di Napoli, con la sapiente guida del Procuratore coordinatore della D.D.A. dottor Franco Roberti, addetti al contrasto dei casalesi, di restringere radicalmente la possibilità ai boss di comunicare con l’esterno, dopo essere stati arrestati.”

Il sangue non si lava…

 “Anche se siedo al tavolo con voi, non dimentico quello che avete fatto”
“E allora siamo in due, Dottò”. Risposi così al dottor Raffaello Falcone, della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. Sì, perché se una cosa è certa è che io, più e prima di tutti, non posso e non voglio dimenticare quello che ho fatto e chi sono stato.
Non dimentico perché l’odore del sangue non svanisce. Ti penetra nel naso, nelle narici.: ti sale su, sempre più su, fino al cervello. Prima ti inebria, ma poi ti ripugna, ti nausea, ti fa ribrezzo, e allora vorresti mandarlo via ma non puoi, perché il sangue non si lava.”

Don Peppe Diana (Wikipedia)

Inizia così il racconto di Domenico, che parte da lontano. Dagli inizi, non solo suoi ma anche del clan dei Casalesi. Ricostruisce le dinamiche del traffico illecito dei rifiuti e dell’elenco di “altri” in cui il clan era coinvolto intessendo una fitta trama, ancora oggi non totalmente svelata, di collusioni di silenzi che ne hanno favorito lo strapotere. Tratteggia i profili dei più importanti camorristi. Quelli che, nel casertano, ancora oggi non si pronunciano a cuor leggero. Racconta anche di Don Peppe Diana, come ha testimoniato circa un anno fa in tribunale, che fu ucciso per una vendetta degli Schiavone. Don Diana fu giustiziato perché si rifiutò di celebrare i funerali di un camorrista.(Casertac’è) Il parroco coraggioso, morto il 19 Marzo del 1994, tre anni prima aveva pronunciato la oramai tristemente celebre lettera “Per amore del mio popolo“, un manifesto dell’impegno contro lo strapotere criminale.

Le stragi come quella del 2008…

Parla anche di stragi, Domenico Bidognetti, come quella di San Gennaro a Castel Volturno del 18 settembre del 2008. Sergio Nazzaro in Mafiafrica lo descrive così:

Quel giorno del 18 settembre Setola decide di dare una lezione ai tutti i neri. Vuole far capire che comanda lui. Con la coca e le armi. Arma i suoi uomini: Alessandro Cirillo, Davide Granato, Giovanni Letizia che impugna una pistola mitragliatrice e una semiautomatica durante la strage, un kalashnikov per Oreste Spaguolo. La stessa arma di Setola [“‘O ciecat” per la brutalità e la freddezza con cui commetteva i suoi omicidi ]. Prima delle nove di sera abbattono con sessanta colpi Antonio Celiento, fratello di un affiliato del clan Schiavone. Poi al civico 1083 della Domitiana, davanti alla sartoria Ob.Ob Exotic Fashions scaricano oltre centoventi proiettili in meno di un minuto. Cinque morti, un ferito. Una tempesta di fuoco. Come nei migliori scenari di guerra mediorientali. Joseph Ayumbora del Ghana si finge morto. E’ ferito gravemente, ma si salva. La strage di San Gennaro.

Ma Setola è innanzitutto un cocainomane. Cosa non molto ben vista, perché poco gestibile. Infatti Nazzaro continua: Il Sud, dove al sole fa freddo è terra di sangue e stragi. Di neri ammazzati come i cani. Setola non aveva nessun disegno strategico. Non è Iovine o Zagaria.[…] Catturato per le confessioni di spagnuolo che arrestato collabora. O  molto probabilmente i casalesi gli impongono di parlare. Di mettere fine alla carriera di cocainomane armato. Setola vien rinviato a giudizio con il duo gruppo di fuoco con l’aggravante di stragismo e terrorismo.

La rivolta degli immigrati

Il giorno dopo, questo evento generò la sommossa della comunità immigrata decisamente forte in quelle zone. Da una parte gli immigrati, in cerca di un a vita migliore, come quelli uccisi. Dall’altra le comunità di loro connazionali che si sono formate nella zona. Tutti guardati a vista dai clan, dalla mafia nigeriana e dalla polizia.

Tra le immagini simbolo della strage di San Gennaro (Wikipedia)

E’ sempre stata forte in quei luoghi la tensione fra gruppi criminali preesistenti e altrettanto labile e il mutuo accordo di non varcare il confine della terra di competenza. La mafia nigeriana ancora può fruire di una serie di canali di importazione della droga che le rotte colombiane non hanno più da tanto tempo. Droga e prostituzione il loro business sulla domitiana e al Villaggio Coppola.

“Mai Più!”

Quello della rivolta degli immigrati del 2008 è ancora un episodio unico nella storia dell’immigrazione in Italia. Chi scendeva in piazza non aveva connotazione alcuna se non quella di essere un immigrato, molto spesso, irregolare. In particolare fu rilevante il fatto che i manifestanti chiedessero di assicurare alla giustizia gli assassini.

Lanciavano anche un altro messaggio: “Mai più!“. I gruppi etnici non ci stavano al massacro dei loro conterranei. Fino ad allora le due fazioni avevano convissuto occupando mercati distinti che gli altri non volevano trattare, in territori delimitati. La droga al Villaggio Coppola, resto di una massiva cementificazione del litorale Domizio a suon di mazzette, e la prostituzione anche sull’arteria che congiunge buona parte dei paesi del casertano come la Domiziana. I responsabili della strage di Castel Volturno vennero identificati successivamente arrestati e processati. Avvenne grazie all’unico sopravvissuto, che si finse morto sotto la pioggia dei proiettili sparati e fu in grado di riconoscerli.  (wikipedia)

I rifiuti del casertano, una miniera d’oro

Discariche (AltoCasertano)

Ai Casalesi non interessavano le droghe. Gaetano Vassallo, anche lui pentito in carcere diceva ai giudici: «Ma quali droga e estorsioni. La miniera d’oro è la spazzatura» (NarcoMafie).  Grazie al traffico di rifiuti messo in piedi con gli imprenditori del nord Italia i boss incassavano fino a 126 milioni di lire al giorno per 5 giorni la settimana. Tra 20 e 30 camion a sera dal lunedì al venerdì interravano rifiuti speciali nelle cave abusive.  Business correlato anche agli appalti pubblici che ha scatenato lotte fra clan che si spartivano territorio e commesse. (FidelityHouse) Per questo capitolo in particolare il cugino di Bidognetti, Francesco, è stato accusato e condannato per “disastro ambientale”.

Perché scrivere una biografia?

Lo dice proprio lui, e lo riporta anche Giovanni Conzo nella prefazione della biografia: Il destino di ogni criminale […] è al camposanto o in galera“. Prosegue più avanti dicendo che “Ed io […] questo non lo volevo per i miei figli, nessuno dei Casalesi lo voleva per i suoi!. Come già da anni succede, sia in Terra di Lavoro che a Napoli in quartieri come Scampia, si tende a sottolineare questo aspetto della vita del camorrista. Troppo spesso mitizzata. Troppo sotto i riflettori quando scoppia il caso. Troppo subdola e onnisciente per pensare di esserne sempre fuori portata. Il mondo culturale campano cerca di demolire l’attrazione di figure per anni vissute fra omicidi e vita da ricercati. Forse, questa, è una delle poche volte in cui tale smitizzazione arriva da uno che l’ha fatto il camorrista.

Anche se non è ancora finita…

È notizia di questi giorni l’arresto delle donne del clan Bidognetti in una operazione che ha portato in carcere 5 persone.  Tra loro ci sono le due figlie e la nuora del cugino di Domenico Bidognetti. Francesco Bidognetti ancora oggi riesce a far gestire al clan i suoi traffici. Il tutto nonostante il regime di carcere duro della 41 bis.  All’interno della stessa operazione sono state arrestate altre 26 persone ritenute affiliate del clan. In carcere sono finite Katia la figlia di Francesco e Orietta la moglie del figlio Vincenzo. Ai domiciliari, perché in stato interessante l’altra figlia, Teresa. Una misura cautelare è stata recapitata allo stesso capo clan in carcere a L’Aquila (Ansa).

… c’è chi deve andare sotto scorta…

Sempre di questi giorni, il 14 febbraio scorso, è la notizia che la giornalista Marilena Natale dovrebbe avere una scorta. “Dovrebbe” perché pare che abbia rifiutato di essere messa sotto scorta. La giornalista seguitissima su Facebook dove spesso fa delle dirette,è, dopo anni di botte e minacce, a rischio. Ha sempre denunciato gli effetti dell’interramento dei rifiuti e dell’inquinamento derivato delle terre e anche nelle falde delle acque. Ha denunciato quello che ne è derivato: una popolazione a rischio, sempre più malata. In particolare chi ne soffre di più sono i bambini.

In merito Sandro Ruotolo, anche lui sotto scorta da anni, ha scritto nel suo profilo fb: “Anche lei [minacciata] come il sottoscritto per le inchieste sul traffico dei rifiuti. Due considerazioni, la prima: tutta la nostra solidarietà a Marilena. La seconda: il clan dei casalesi, nonostante le decine di arresti anche di recente, si sta riorganizzando. I vecchi capi sono tutti in carcere ma fino a quando non ci sarà continuità nelle investigazioni e soprattutto nelle indagini sui rapporti tra politica e affari non ne verremo fuori. Business dei rifiuti, appalti e rapporti con gli enti locali, estorsioni, imprese mafiose che gestiscono lavori pubblici. Il clan dei casalesi è una montagna di merda“. (Vita)

… ma non si deve fare di tutta un’erba un fascio!

Malumori ce ne sono sempre. In buona parte perché, come diceva Don Aniello Manganiello ai suoi parrocchiani quando era a ScampiaIl male, seppure in minoranza, fa più rumore del bene“. Per cui  documentarsi su un fenomeno come la Camorra napoletana, casertana o la mafia nigeriana richiede lo sforzo del lettore o dello spettatore. Si deve riportare quello che si legge e vede nella giusta prospettiva, senza generalizzare. E’ vero, guerre e faide ce ne sono state, negli anni ottanta del novecento in particolare. Ma non siamo più in epoca di contrasti fra la vecchia camorra e la NCO. A tal proposito ha scritto Rosario Lubrano in “SputtaNapoli: ora basta, Napoli non è Gomorra“, come tanti altri che lo hanno  preceduto.

Per i lettori accaniti,oltre alla biografia di Capecelatro (Il sangue non si lava, 16,90 da marzo 2017) una buona base per conoscere il fenomeno della camorra può essere rappresentata dagli scritti di Gigi Di Fiore (L’impero, Rizzoli), Sergio Nazzaro (Io, per fortuna c’ho la camorra, Fazi – Mafiafrica, Editori riuniti – Castel Volturno, Einaudi editore), Raffello Magi (Dentro La Giustizia, Ancora del mediterraneo), AA.VV (Ammazzateci tutti, Aliberti Editore).

Simona Scravaglieri

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