4 vestiti e una commemorazione: fashion week autunno/inverno 2017/18 di Milano

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Di Marilù Manzini


 

Partiamo dal presupposto che qualunque abito compri, e indossi, per quanto bello possa essere è già stato visto, è già stato fatto, magari 20 anni prima da qualche altro stilista. Nulla di nuovo sotto il sole. Tutti gli stilisti oggi vanno per archivi. Non c’è innovazione,  e nessun capo per cui ci si taglierebbe le vene in una faticosa giornata di shopping metropolitano. La settimana della moda è interessante per 4 vestiti al massimo, ma nemmeno quelli ti fanno strappare i capelli dalla testa. E che chi come me è nato nel mondo della  moda (la mia famiglia ha avuto diverse aziende tra cui quella che oggi dopo essere stata venduta si chiama Simint) o chi ci lavora da più di dieci anni, quindi ha passato il momento di folklore  iniziale, è molto, molto stanco di quello che vede. Di quello che viene proposto. Dopo Margiela non esiste la sperimentazione, dopo la scuola di Anversa non esiste la ricerca. Per non parlare dell’effettiva stanchezza fisica che si registra l’ultimo giorno di sfilate. Alle sfilate il mercoledì gli addetti al lavoro sono tutti belli , tirati e leggeri, il sabato già li vedi arrancare tra una sfilata e l’altra, il lunedì mattina al teatro Armani alla corte di Re Giorgio sono sciolti. Le facce solcate da occhiaia, le rughe più accentuate e i capelli arruffati. Tutti più o meno scoglionati. E soprattutto stanchissimi. Non sono più grandi sorrisi a favore di telecamera se qualcuno li vuole intervistare, anzi cercano di svignarsela velocemente. A parte le blogger, quelle sono come il peperoncino, le vedi aspettare per lo standing, quindi si faranno tutta la sfilata in piedi, ma a loro non interessa : l’importante è esserci. E’ il grande circo che sta intorno alla moda tutto un apparire di nulla. Alla sfilata di Byblos una blogger è arrivata addirittura in costume da bagno con le calze velate sotto. Davvero un po’ esagerata e di cattivo gusto. Ma anche il cattivo gusto è di moda, si potrebbe dire. Le sfilate sono questo: un calderone di snobismo ed esagerazione. Tutto ben separato. Da una parte gli snob addetti ai lavori dall’altra gli esagerati imbucati. I bianchi e i neri, come se fossimo su una scacchiera. In fondo anche la vita è una scacchiera con i suoi giochi di ruolo.

Quest’anno a condire il tutto c’è stata la polemica per la commemorazione di Franca Sozzani, la guru di Vogue Italia. La camera della moda italiana ha fissato la commemorazione l’ultimo giorno  di calendario così ha impedito  a chi voleva partire come sempre prima per la settimana della moda di Parigi, di farlo.  E a Parigi si sono tutti incazzati, e non poco. Quest’anno le sfilate sono state 74 e le presentazioni un centinaio.  Numeri da capogiro come tutti gli anni.

Il più terribile di tutti quelli che ho visto è stato Alberto Zambelli con una collezione di abiti che avrebbe potuto proporre l’Oviesse. Re Giorgio Armani, invece, sempre maestro di stile e di classe. Marras divertente  e il più nuovo  con la sua sfilata performance per dar vita ad una mostra-balletto contaminazione di cinema, teatro, danza e musica, negli abiti-contaminati,  stampe di paesaggi abbinate al gessato, cappotti ricamati con colli di pelliccia, biker ricamati e gessati, bomber con maniche di pelliccia, giacconi trapuntati con frange, mantelle e cappotti militari. Per le ragazze, abiti lunghi plissé a motivi floreali con ciabatte ricamate e cappotti animalier.  Missoni sempre fedele a se stesso, nulla di nuovo. Erika Cavallini ha copiato a piene mani dall’archivio di Margiela quindi per me piacevolissima collezione.  Per MSGM, Massimo Giorgetti ha dedicato tutta la collezione a “Twin Peaks” di David Lynch, non ha copiato lo stile delle donne di questo celebre telefilm, ma ha portato l’atmosfera e i luoghi cult sui suoi capi, ottimo lavoro. La moda forse ci ha stancate ma cosa saremmo noi donne senza un guardaroba pieno di capi preziosi e accessori stravaganti, opere d’arte senza pubblico.

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