Il mito del Dream Team 25 anni dopo

La leggenda della più grande squadra di basket mai allestita rimane immune al passaggio del tempo

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Parlare di “Dream Team” significa volare con la mente alle Olmpiadi di Barcellona 92. Le origini della leggenda risalgono però a 4 anni prima, durante i Giochi di Seul, precisamente al termine della semifinale del torneo maschile di pallacanestro tra Urss e Stati Uniti. Siamo in epoca pre secessione, Sabonis, Kurtianitis e Marciulionis hanno indosso i colori di un’Unione che strozza l’orgoglio lituano, vestono una maglia che non li rappresenta e tengono in alto una bandiera per cui non provano alcuna dedizione.

La rappresentativa sovietica tuttavia abbonda di talento, mette in ginocchio ed elimina le selezione dei migliori universitari americani, per poi vincere l’oro nell’ultimo atto rievocando i fasti di Monaco 72. Gli Stati Uniti si sarebbero “accontentati” del bronzo, uno smacco che non avrebbe dovuto mai più avere seguito. Era giunto il momento di fare i conti con un basket europeo in costante crescita, era giunto il momento di chiamare in causa i senior a stelle e strisce.




Nel 1989 la FIBA diede il via libera per la partecipazione dei professionisti NBA ai Giochi Olimpici. Chuck Daly ricevette l’incarico di selezionare i 12 atleti che avrebbero dato vita a quella che si preannunciava come la squadra più forte e spettacolare della storia. Per il coach della Pennsylvania fu la definitiva consacrazione di una carriera arrivata al suo apice durante il back to back 19891990 conquistato dai suoi Bad Boys in quel di Detroit. 

La stella di quei Pistons era la point guard Isiah Thomas, futuro hall of famer, 12 volte all star, mvp alle NBA Finals del 1990. Una sua inclusione nella formazione olimpica appariva scontata, difficile se non impossibile ipotizzare il contrario. Invece, con una scelta seguita da strascichi di sgomento, Daly escluse Thomas dalla selezione. Il motivo? Il veto posto, a quanto pare, da His Airness in persona, al secolo Michael Jordan.

Tra il 23 dei Bulls e l’11 dei Pistons non correva buon sangue fin dall’All Star Game giocato a Indianapolis nel 1985. Durante quell’edizione della partita delle stelle Thomas avrebbe tramato alle spalle di MJ per lasciarlo nell’ombra ed escluderlo dalle trame offensive della Eastern Conference. Le sfide nei playoff a cavallo tra gli ultimi anni ’80 e i primi anni ’90 inasprirono oltremodo un’antipatia reiproca e a quel punto ormai insanabile. Le circostanze portarono Daly a partire per la Spagna privo del suo Bad Boy più rappresentativo, piegato da una ferrea volontà avvallata anche da Scottie Pippen e Magic Johnson.

Quella vicenda rappresentò l’unica nota stonata di un’orchestra che suonava una pallacanestro affine alle volte celesti. I dodici prescelti per il Dream Team furono John Stockton (Utah Jazz), Magic Johnson (Los Angeles Lakers), Clyde Drexter (Portland Trail Blazers), Michael Jordan (Chicago Bulls), Scottie Pippen (Chicago Bulls), Larry Bird (Boston Celtics), Chirs Mullin (Golden State Warriors), Charles Barkley (Phoenix Suns), Karl Malone (Utah Jazz), Patrick Ewing (New York Knicks), David Robinson (San Antonio Spurs) e Christian Laettner (Duke University, unico giocatore di college presente).




La selezione americana fu pop art in movimento, polarizzò fin da subito la rassegna catalana attirando i riflettori di tutto il globo, un’aura quasi ultraterrena capace di incantare indistintamente amanti e profani del gioco. Erano delle star e venivano trattate come tali, persino gli avversari si preoccupavano più di chiedere una foto o un autografo che di giocarci contro, consapevoli di come non si fosse mai visto niente di simile nella storia dello sport moderno.

Coach Dely non chiamò un solo time out in tutta la competizione. Lo scarto di punti più basso fu di 32 in finale contro la Croazia di Tony Kukoc, futuro Bulls che avrebbe contribuito alla causa della dinastia di Chicago negli anni ’90. Un torneo senza storia come da previsioni, Charles Barkley miglior realizzatore e Stockton a dominare la classifica degli assist.

L’esibizione più spettacolare di quel Dream Team venne però riservata alla visione di pochi, fortunatissimi eletti. Durante lo scrimmage pre olimpico di Montecarlo, Dely divise i suoi in blu e bianchi per dar vita ad una tranquilla e pacifica partita d’allenamento: da una parte Jordan, Pippen, Bird, Malone e Ewing, dall’altra Magic, Barkley, Mullin, Laettner e Robinson.

La cosa si fece subito serissima, tanto che tra Magic ed MJ si innescò un fitto trash talking che la dice tutta sull’epoca cestistica di allora. Un passaggio di consegne tra chi l’NBA l’aveva dominata e chi si apprestava a farlo, forte dei primi due anelli conquistati dopo anni di delusioni e brucianti eliminazioni. “Dieci Hall of Famer che si sfidano sul campo di gioco. L’essenza del basket racchiusa in un’unica partita, senza dubbio la migliore che abbia mai giocato”. Così parlò His Airness a distanza di anni da quel pomeriggio allo Stade Louis di Montecarlo. La partita più bella del mondo che nessuno, o quasi, ebbe mai la fortuna di vedere.

Mauro Manca




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