“Lovegiver”: lasciateci credere che l’amore non si compra

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Tradotto alla lettera, il loro nome vuol dire “donatori d’amore”. Non vi è ancora una disciplina specifica, né un ordine professionale, ma già il consiglio regionale della Toscana ha adottato una risoluzione che impegna la giunta regionale ad andare verso il riconoscimento dell’assistente sessuale per i disabili e un disegno di legge in materia giace nei cassetti del Parlamento Italiano dal 2014 presentato dal parlamentare del PD Sergio Lo Giudice. Ed esiste un comitato, Lovegiver, fondato da Maximiliano Ulivieri, che spinge per introdurre una disciplina della materia e promuovere la pratica.

Nei prossimi mesi, dunque, in Toscana dovrebbe svolgersi il primo corso di formazione per aspiranti lovegiver, figure professionali provenienti da vari campi che dovrebbero permettere a persone con disabilità fisiche di provare forme di soddisfazione sessuale. Un progetto sperimentale, quello della Toscana, che potrebbe allargarsi ad altre regioni e al Paese.

E’evidente che si tratta di un tema complesso, che tratta di un ambito che è un “terreno sacro”, il mondo della disabilità, ambito in cui la garanzia effettiva dei diritti e la buona qualità della vita delle persone rappresentano la cifra dell’umanità di una società e della civiltà di un Paese. In quella “buona qualità della vita” non c’è una definizione astratta, ma sono inclusi tantissimi aspetti, ben sintetizzati nella Convenzione Onu per i diritti delle persone con disabilità adottata dalle Nazioni Unite nel 2006: l’accesso alle cure, l’assistenza nei vari aspetti della vita quotidiana per le persone con disabilità e le loro famiglie, l’inclusione nei percorsi scolastici, lavorativi, professionali… Ma alla base di tutto questo, c’è un concetto: quello di persona.

Le battaglie fatte in questi anni da associazioni, famiglie, è stata indirizzata verso un messaggio da far comprendere, accettare e concretizzare: la società si avvicina non a un “caso clinico”, non  si avvicina a una malattia, ma a una persona. E nella dimensione della persona è inscritta quella naturale inclinazione ad amare e ad essere amati. E il bisogno di amore non si riempie come un bicchiere vuoto e non si appaga come si appaga la sete bevendo un bicchiere d’acqua.

Il parallelismo usato dall’autrice del libro “L’accarezzatrice” di Giorgia Wurth reggerebbe se parlassimo di corpi, di vuoti da riempire, di sensi che cercano appagamento. Ma parliamo anche di anime, di bisogni di affetto e tenerezza. Di un desiderio di felicità che sia per sempre, anche qualora i giorni di vita dovessero essere pochi. In una parola, parliamo di persone.

C’è tutto un mondo di affetti che non si possono comprare e che l’assistente sessuale non riuscirebbe mai a garantire al suo cliente. Basti un solo esempio. Capita alle persone sole, nel disperato tentativo di uscire dalla loro solitudine, di spendere energie, tempo e addirittura soldi per le persone delle quali si vorrebbe la confidenza e la compagnia: regali, cene pagate, favori, saremmo anche capaci di arrivare sulla luna e portare giù sulla terra  un frammento dallo spazio… Ci ritroveremo nella stessa solitudine di prima con una consapevolezza in più: l’amore non si compra. Mai. Ogni sforzo è inuile.

Nel massimo rispetto per chi vorrà intraprendere la nuova professione così come per le persone con disabilità che si battono perché questa attività venga disciplinata e che magari ne usufruiranno in futuro, almeno ci sia consentito con umiltà di mettere in guardia da un rischio  peggiore della paventata cura: il rischio dell’acutizzarsi della solitudine, del vuoto che resta dopo i pochi istanti dell’appagamento fisico. E questo non per moralismo, ma per la constatazione concreta che vivono quanti, anche non disabili, vogliono riempire solitudini cercando di comprare ciò che comprare non si può.

In una delle sue canzoni Battisti parlava di “un gaio gesto d’amore che amor non è mai” e, immaginando un dialogo con una “erogatrice” d’amore, le diceva di non avere soldi e per questo di non poterlo comprare. Perché l’amore non si compra. Forse dovremmo reimparare a donarlo e a donarlo gratis. Ad essere professionisti, senza albo regionale e senza fondi ad hoc, nel riempire le solitudini del prossimo. Ad essere “lovegiver” a titolo volontario di una società un po’ più umana.

Salvatore D’Elia

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