Per te morirei, Fitzgerald racconta un mondo senza lieto fine

Il libro edito da Rizzoli contiene i racconti inediti del grande scrittore americano. Scritti negli ultimi anni della sua vita, fotografano la realtà senza sconti, alla ricerca della verità.

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Negli ultimi anni della sua vita Fitzgerald decise di raccontare la verità. Stanco del lieto fine, si oppose alla moda editoriale del tempo, correndo il rischio di non essere pubblicato. E andò a finire proprio così.

La raccolta di short stories, uscita contemporaneamente negli Usa e in Italia, contiene i racconti mai pubblicati del grande scrittore americano. Il libro intitolato Per te morirei e altri racconti perduti, edito da Rizzoli, è stato curato da Anne Margaret Daniel e tradotto in italiano da Vincenzo Latronico.

Francis Scott Fitzgerald amava scrivere racconti brevi. Nel suo periodo d’oro arrivò a guadagnare anche 4mila dollari a pezzo, cifra pazzesca per quei tempi. Invece, salvo un paio di eccezioni, quelli della raccolta furono rifiutati dagli editori. La figlia Scottie li donò all’Università di Princeton negli anni ‘50, dove furono dimenticati in archivio.




Per te morirei e altri racconti perduti – Fonte: lafeltrinelli.it

Come nascono i racconti perduti 

Nel libro si susseguono in ordine cronologico. Apre Il Pagherò, in cui Fitzgerald prende in giro il mondo dell’industria editoriale. Fu scritto nel 1920, quando era considerato il ragazzo prodigio della letteratura statunitense, grazie al primo romanzo Di Qua dal Paradiso, scritto quando aveva solo 23 anni.

Gli altri racconti risalgono all’ultimo periodo della sua vita, quando rimase senza soldi, solo e schiavo dell’alcool. Le riviste rifiutarono i suoi lavori giudicandoli cupi e privi della brillantezza presente nei romanzi. Gli chiesero il lieto fine, ma lui fu categorico. Rifiutò il compenso, pur avendone un disperato bisogno. Gli servivano soldi per ricoverare la moglie in una clinica psichiatrica e per pagare la retta della scuola di sua figlia.

Fitzgerald non era più il cantore del Jazz. Gli anni Venti, allegri e spensierati per reagire alla tragedia della Grande Guerra, erano svaniti. Sulle spalle portava il fardello di eventi storici e personali disastrosi. La crisi del ’29, la Grande Depressione, la fine dell‘Età del Jazz, la prima crisi matrimoniale, le liti sempre più violente con sua moglie Zelda, l’abuso di alcolici, i problemi di salute. Fitzgerald era cambiato, e il mondo assieme a lui. Il vissuto personale e collettivo spinsero Francis Scott a cambiare copione.

In Pollici in su risuonano il ricordo della Guerra di Secessione e l’eco della Grande Depressione. In Per te morirei c’è un suicidio. Il suo modo di scrivere si fa incredibilmente moderno. Un esempio è il racconto La perla e la Pelliccia, nel quale parla delle signorine “che possono fare tutto da sole”. A chiudere la raccolta c’è invece L’Amore, che male, bozza di una sceneggiatura, scritta per Hollywood alla ricerca di nuovi guadagni.




 

Francis Scott Fitzgerald
Francis Scott Fitzgerald

Modernità e verità

Messa da parte la spensieratezza degli anni ’20, Fitzgerald cambiò registro. L’epoca dell’ottimismo e delle feste al ritmo di charlestone erano servite a scacciare l’incubo della Prima Guerra Mondiale. Il tracollo finanziario del ‘29 e la conseguente crisi economica sconvolsero la società americana dalle fondamenta.

La spensieratezza delle gioventù raccontata dal primo Fitzgerald non c’era più. Il nuovo Francis Scott prese a raccontare uomini e donne giovani che parlano senza censure di amore e sesso. II loro linguaggio è una novità assoluta per l’epoca. Lo scrittore indagò la modernità, senza filtri. Affrontò universi scomodi come i sanatori e le cliniche psichiatriche. Recuperò spaccati della Guerra Civile, senza nascondere l’inaudita violenza che contrassegnò quell’episodio senza ritorno della storia americana.




Nei racconti del nuovo Fitzgerald ci sono le montagne del North Carolina, che lui stesso frequentò assiduamente nel curare i suoi malanni. C’è l’amata New York. Nella sua parte più vera e periferica, lontana dalle luci abbaglianti della metropoli. E poi il mondo del cinema, carico di malinconia, nascosta dietro lustrini e paillettes. Fitzgerald osservò i ricchi, che così bene aveva raccontato negli anni ’20, mettendoci al loro fianco i poveri, sempre più inabissati nell’indigenza portata dalla Grande Depressione.  Nei suoi racconti perduti l’ultimo Francis Scott Fitzgerald fotografò il mondo senza sconti, alla ricerca della verità. Un mondo in cui il lieto fine non era più possibile.

 

 Michele Lamonaca

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