Turismo sanitario al bivio dopo i tagli in Lombardia

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Si chiama turismo sanitario, ma non sono viaggi di piacere quelli che portano migliaia di italiani a spostarsi dalla propria regione per curarsi. Secondo il rapporto Demoskopica IPS 2016 i cittadini fuggono dai sistemi sanitari del Sud Italia come la Calabria e l’Abruzzo mentre Lombardia e Emilia-Romagna sono state le destinazioni principali di pazienti da altre regioni con rispettivamente 78.342 e 54.187 ricoveri di utenti provenienti da un’altra regione. Come reazione, le Regioni iniziano a correre ai ripari.

Il 12 maggio la giunta della Lombardia, meta principale di questi viaggi della speranza di cura, ha infatti deciso con la delibera X/6592 di limitare i rimborsi per i pazienti delle prestazioni a bassa complessità che scelgono le strutture private, IRCCS esclusi.




I tagli limiteranno la spesa regionale lombarda per i cittadini che arrivano da altre regioni a 129 milioni di euro nel 2017, 116 milioni di euro nel 2018 e 104 milioni di euro nel 2019 con una “regressione tariffaria finalizzata a garantire il rispetto complessivo del suddetto limite”. La formula contenuta nella delibera significa che in caso di sforamento del tetto la regione Lombardia ridurrà i versamenti alle strutture sanitarie private a parità di prestazione. A queste condizioni non è da escludere che le strutture scaricheranno altrove i maggiori costi e disincentiveranno le prestazioni economicamente svantaggiose per compensare le perdite.

Da cosa nasce questa decisione? La delibera della giunta di centrodestra è erede della celebre Spending Review del Governo Monti che stabiliva una riduzione del 2% rispetto alla spesa del 2011, per questo particolare tipo di spesa sanitaria. Nella legge di stabilità del 2016 si è pensato di esonerare dal tetto di spesa i 14 Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico privati in Lombardia, strutture di eccellenza che trattano patologie cardiovascolari, oncologiche, psichiatriche e rare in adulti e bambini.

Tasse alte, servizi scadenti

La decisione della giunta lombarda riapre uno dei tanti divari che separano Nord e Sud anche nel diritto costituzionale fondamentale alla Salute. Partendo dall’eccellenza, se la Lombardia ospita la metà degli IRCCS privati, le regioni del Sud Italia e delle isole ne contano solo 6. Gli utenti scelgono il turismo sanitario per tutelare il proprio diritto alla salute, che viene però attaccato in nome del risparmio.

L’attuale assetto istituzionale, demandando la gestione della sanità alle regioni, incentiva questo tipo di provvedimenti che discriminano gli utenti fuori regione che ricorrono al turismo sanitario. Un cittadino che non vota in Regione non è un grosso problema politico per la regione di destinazione per la cura ma la scelta di fuggire dalla propria regione per curarsi è un ulteriore spia che qualcosa non funziona in termini di allocazione e distribuzione delle risorse sul territorio italiano.

Il paradosso è infatti che spesso le stesse regioni che producono il turismo sanitario in uscita sono le stesse in cui la mano del fisco è più pesante, aumentando la forbice fra il servizio reso al cittadino e i tributi versati. CNA nella sua ultima classifica del total tax rate sulle piccole-medie imprese piazza all’ultimo posto fra 135 città d’Italia Reggio Calabria, con una pressione fiscale del 73,4% mentre a Cuneo è del 54,7%. A Reggio Calabria segue Bologna (72,1%) in Emilia-Romagna che però è la terza regione d’Italia per indice di performance sanitaria e per soddisfazione degli utenti.

Emanuele Zangarini

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