FORMULA UNO, QUESTA SCONOSCIUTA

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Stacco per una volta dai soliti argomenti per parlare di sport. Tendo da sempre a prediligere gli sport individuali, in particolare quelli relativi alla velocità soprattutto se motorizzati, formula uno in primis.

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Sulle moto ho poco da dire; anche se per colpa dell’elettronica il pilota “conta” un po’ meno di un tempo la disciplina dà ancora modo di dimostrare classe e valore, è ancora in relativa salute.

È la formula uno ad essere malata e irriconoscibile, perché trasfigurata in un videogioco dalle regole improbabili e neanche tanto rumoroso.

Oltre a ciò sconta una fruizione televisiva, un livello di commenti e rappresentazione a dir poco insufficienti e irreali, anche da parte della stampa “specializzata”.

La maggior parte del pubblico che non ha mai visto una gara dal vero ha dai media una dimensione totalmente falsata ma l’avrebbe, probabilmente, anche se l’avesse vista. Questo perché non sa esattamente cosa guardare, che i commentatori normalmente non spiegano, e inoltre potrebbe non avere dei riferimenti adeguati per valutare quanto realmente le macchine vadano forte e la classe dei vari piloti. Andiamo con ordine.

Non so perché ma sono stato da sempre attirato dai motori, mi rivedo ragazzino ad ascoltare le tappe notturne del rally di Montecarlo sulla radio del Principato. Ricordo nel 1967 la tragica colonna di fumo di Bandini con la Ferrari a Montecarlo, l’assurda fine di Ignazio Giunti che tamponava l’auto spinta a mano dal folle Beltoise nel 1971, lo sciagurato quindicenne boy scout che si faceva investire dalla giovane promessa Tom Pryce, mentre nel 1977 attraversava la pista di Kyalamy, spaccandogli il casco e la vita con l’estintore che aveva in mano; ricordo che il rumore dello schianto di Gregg Moore che si spiaccicava di piatto lato pilota sul muro interno dell’ovale del Michigan dopo essere decollato a 350 chilometri all’ora mi fece gelare il sangue, e molto altro ancora ovviamente anche gioioso ed euforizzante. Episodi impressi nei ricordi e che fanno parte di un’epoca ormai dimenticata.

Questo per far capire il mio interesse e la mia sorpresa quando la vidi dal vero per la prima volta, relativamente tardi.

Nei primi anni ’90 lavoravo a Bologna e andai spesso a vedere le prove libere pre mondiale che ancora si tenevano ad Imola. Ricordo l’emozione della prima volta che sentii l’urlo esaltante del 12 cilindri Ferrari. Prost stava uscendo dai box e mi regalava un suono mai sentito prima, una rivelazione inaspettata come la mia reazione al limite della commozione.

Il primo “terrificante” ricordo “live” fu proprio al mio esordio, nel 90. Dopo essere stato un po’ in tribuna centrale andai alla variante “Villeneuve” dove sapevo che le macchine arrivavano a 320 all’ora per poi frenare e mettere la Tosa in prima a 60/80. Esce Alesi con la Tyrrell ad “ali di gabbiano”. Primo giro di riscaldamento tranquillo. Secondo giro sento il missile arrivare ad una velocità mai vista e precipitare verso la Tosa. Mi metto le mani nei capelli per lo schianto imminente, che però non ci fu! In poco più di un secondo scalò le marce una ad una e inserì la curva come niente fosse.

Mi resi immediatamente conto che fino a quel momento, per quanto appassionato, assiduo lettore e spettatore tv, non avevo veramente la dimensione delle prestazioni di quei mostri.

Se la velocità era scontata, la cosa veramente impressionante era il tempo di frenata, la tensione cui si sottoponeva il pilota per decelerare nel minor spazio possibile e poter affrontare la curva senza uscire di pista.

Sconvolto e inebriato rimasi fisso per quasi tutta la mattina a vedere gli altri fare la stessa cosa più e più volte. Nella pausa pranzo fecero girare alcune Sierra Cosworth a manetta, una delle berline più cattive di quegli anni capace di superare i 250 orari. Nonostante il fischiare delle gomme ad ogni curva e frenata sembravano ferme al confronto con le monoposto, come al rallentatore.

Con il passare delle ore, del giorno successivo e di tutte le numerose volte in cui tornai in quegli anni capii tante altre cose, che è impossibile percepire dalla tv.

La più importante da osservare per afferrare le differenze fra i piloti è una: dove mettono le ruote. Le prime volte che andai dal vivo non riuscivo ad interpretare la diversità, che pur vedevo, fra i top driver e gli altri, che è questa: il top driver è visivamente meno spettacolare della maggior parte degli altri piloti. A quelle velocità, anche di frenata e percorrenza di curva, la cosa più difficile è mantenere il controllo del mezzo in ogni condizione, in modo da avere tutti i parametri sotto controllo anche per poter riferire ai tecnici dati e impressioni più corrette possibili.

I vari Prost, Senna e via dicendo erano degli “automi” incredibili, visto un giro visti tutti, con lo stampino. Poi scoprivi dallo speaker che quel giro simile agli altri era il tempo più veloce della giornata. Gli altri piloti, evidentemente non dotati dello stesso controllo, sembravano più “arrembanti” ma era solo l’impressione data dal fatto che in alcuni passaggi erano più “sporchi” e stavano sforzando “inutilmente” gomme e meccanica.

Questa cosa non è possibile percepirla in televisione, a meno di non avere telecamere sempre fisse a simulare il punto di vista dello spettatore live, certo una regia poco appetibile per gli aspiranti Spielberg televisivi.

La successiva trasformazione avvenuta negli anni in una formula ibrida fra la gara veloce e quella di durata, con l’introduzione dei cambi gomme e dei rifornimenti, ha falsato del tutto lo spirito di una disciplina che doveva essere l’olimpo della guida al limite trasformandola in un ibrido in cui il tatticismo la fa da padrone.

Tolti successivamente i rifornimenti hanno introdotto gli alettoni mobili per facilitare i sorpassi che sono quindi sì aumentati ma irreali, dato che chi è davanti non è nelle stesse condizioni di chi lo segue che sta sfruttando la sua scia e può giovarsi della minor resistenza all’avanzamento dovuta all’alettone aperto. Per non parlare del fatto che potrebbe usare una diversa gomma o averla cambiata in un momento differente dall’avversario, falsando ancor più le condizioni di parità per decidere chi è il più bravo.

 L’unica soluzione decente e sportiva per avere più sorpassi è avere i piloti nelle stesse condizioni di gomme, se non proprio di vettura, e con uno spazio sufficiente per prendere la scia e tentare il sorpasso. Ciò comporterebbe però rifare tutte le piste adeguandole alle potenze di oggi oppure ridurre drasticamente cilindrata e tecnologia, per avere auto che vadano più piano e dar tempo ai piloti di lottare in staccata.

Se mettiamo nell’equazione la troppa elettronica che permette a tutti di guidare a livello dei migliori o quasi, ricordiamo che l’ultimo gran premio è stato vinto dal diciottenne Verstappen subentrato ad un altro pilota proprio in quel week-end, capiamo che ci troviamo di fronte ad uno sport che ha perso tutte le sue connotazioni, per diventare una cosa caotica e indecifrabile.

Continuerò a seguirlo per “devozione”, anche se con il rimpianto dei bei tempi andati.

Massimo Franceschini

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