17 marzo 1991: l’ultimo tango di Maradona all’ombra del Vesuvio

Descrivere gli anni di Maradona a Napoli è come raccontare un’intensa e tormentata storia d’amore in cui entrambi i protagonisti, dopo essersi desiderati e amati fino alla follia, si lasciano nel peggiore dei modi a causa di un errore imperdonabile. Quel maledetto “sbaglio” del Pibe de Oro fu la cocaina, subdola dipendenza che, il 17 marzo 1991, segnò la fine della sua carriera in Serie A. Talento cristallino che aveva fatto innamorare migliaia di persone con la sua tecnica unica al mondo, eroe di Messico ’86 e dello scudetto del Napoli 1986/87, indubbia è la grandezza di Diego sul campo.

Diversa fu invece la sua vita lontano dall’ex stadio San Paolo. Riassumere l’esperienza di Maradona nella città partenopea in maniera completa e sintetica, senza neppure lasciarsi trasportare dalle emozioni, è pressoché impossibile. Proprio come in una storia d’amore degna di questo nome, esistono tanti, troppi aspetti intimi che non potranno mai essere compresi appieno da chi non le ha vissute direttamente. Senza dubbio, Napoli ha dato tanto al suo eroe, difendendolo e amandolo anche dopo il doloroso addio del 1991. Non tutti gli “amici” del Pibe ebbero però una buona influenza su di lui.

Il fascino e l’affetto della città partenopea ammaliarono Diego sin dal suo arrivo nel 1984. Adulato e celebrato dai tifosi come una vera e propria divinità, l’argentino si lasciò cullare da una metropoli tanto bella quanto pericolosa. Per un ragazzo così giovane, passato così rapidamente dalla povertà al lusso più sfrenato, rimanere lucidi non è facile. Iniziò così il calvario di Maradona, tra droga, vita notturna e amicizie sbagliate.

Quel “maledetto” 17 marzo 1991

La domenica del 17 marzo 1991, il Napoli di Alberto Bigon ospitava al San Paolo il Bari di Gaetano Salvemini. Il decimo posto andava stretto agli azzurri che, con una vittoria, speravano di risalire la classifica. Al termine di una partita combattuta, la rete di Gianfranco Zola regalò agli azzurri 3 punti importantissimi in una stagione fin troppo complicata. Il trionfo sul campo, però, non fu l’evento principale di quella “maledetta” domenica. Al termine dei controlli anti-doping del post-partita, dall’esame delle urine del Pibe furono rilevate tracce di cocaina.

Fu la fine di una meravigliosa storia d’amore e di trionfi durata ben 7 anni. Giorgio Perinetti, direttore sportivo del Napoli dal 1988, ebbe il triste compito di comunicare a Maradona la decisione del club. Un’era cruciale del calcio partenopeo e della napoletanità volgeva irreversibilmente al termine. Come raccontato dallo storico presidente Corrado Ferlaino, era capitato altre volte che Diego avesse assunto cocaina prima di una partita. Al pari di tantissimi altri giocatori di quel periodo, però, il Pibe riusciva a bypassare i test anti-doping nascondendo nel pantalone una “pompetta” con l’urina di un compagno “pulito” prima dei controlli.

Quella domenica, invece, l’escamotage non funzionò. La coca costò caro a Maradona che, oltre alla rottura con la società partenopea, rimediò dalla FIFA una squalifica di un anno e mezzo. L’ultima stagione del Dios a Napoli si concluse con la vittoria della Supercoppa Italiana e l’ottavo posto in classifica, risultato che rese l’addio ancor più tormentato. In molti hanno criticato Maradona alla luce della sua vita personale e della sua sregolatezza. In pochi, però, hanno provato a comprendere tutti quei pericoli e quelle dinamiche esterne che qualsiasi giovane, specialmente se all’apice del successo, farebbe fatica a riconoscere.

Alessandro Gargiulo

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