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35 anni fa rinasceva Pio La Torre, eroe della Sicilia libera dalla mafia

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35 anni il parlamento emanava la legge La Torre, con la quale si riconosceva per la prima volta il reale di associazione a delinquere di stampo mafioso. La legge porta il nome di Pio La Torre, coraggioso politico comunista che sfidò i corleonesi, all’epoca divenuti capi assoluti di Cosa Nostra. in questo articolo ripercorriamo la sua storia, fatta di lotte e carcerazioni in nome della libertà.




Dall’occupazione delle terre alla lotta alla mafia: si racchiude in questo itinerario politico, negli ultimi tempi approdato all’impegno pacifista, la vicenda umana e politica di Pio La Torre, ucciso a Palermo il 30 aprile 1982 anni con il suo collaboratore Rosario Di Salvo da Cosa Nostra. Il parlamentare era nato del capoluogo siciliano il 24 dicembre 1927.

La dura esperienza di vita orienta subito le scelte di La Torre, nato in una povera famiglia contadina nella borgata palermitana di Altarello di Baida, descritta da lui stesso come un ”paese lontano ” nel libro ”Comunisti e movimento contadino in Sicilia” ora ripubblicato, nell’anniversario del delitto, dagli Editori Riuniti. Nelle case non c’è ne l’acqua corrente ne la luce e perciò ”si studiava a lume di candela”. Giovanissimo, aderisce al Pci inseguendo un ideale di giustizia e di riscatto sociale. Tra il 1949 e il 1950 ètra i protagonisti del movimento di occupazione delle terre nella zona di Corleone.

Ma viene arrestato dopo uno scontro con la polizia che provoca tra i braccianti decine di feriti e sconta 18 mesi di carcere. E’ in una cella dell’Ucciardone che lo raggiunge la notizia della nascita del figlio Franco, ora impegnato nel volontariato in Palestina. Tornato in libertà, riprende un’intensa attività sia come dirigente del Pci sia come esponente della Cgil. L’impegno politico del ”comunista romantico”, come sarà definito in un libro di Cesare De Simone uscito in questi giorni, non gli impedisce di concludere gli studi universitari.




Nel 1961 si laurea in Economia e commercio mentre è consigliere comunale. Due anni dopo viene eletto deputato all’ Assemblea regionale. Come componente della commissione parlamentare antimafia firmerà assieme al giudice Cesare Terranova, deputato della sinistra indipendente pure assassinato nel 1979, la relazione di minoranza incentrata sui rapporti tra mafia e politica. ”Tale compenetrazione – scrive – è avvenuta storicamente come un risultato; cercato e voluto da tutt’e due le parti ”. Negli anni ’80 coglie e interpreta l’evoluzione della mafia che, sotto la dittatura di Totò Riina, mutua dal terrorismo non solo i metodi ma anche le strategie di attacco allo Stato e agli uomini delle istituzioni impegnati nelle inchieste più penetranti.

La Torre ripensa anche la strategia antimafia e punta a disarticolare il potere economico di Cosa nostra. Si fa perciò promotore di un disegno di legge, che sarà approvato solo dopo la sua morte e l’uccisione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che introduce nell’ordinamento penale il reato di associazione mafiosa e prevede la confisca dei patrimoni illeciti. Nel 1981 torna in Sicilia e subito dopo diventa segretario regionale del Pci. Ha appena il tempo di promuovere un vasto movimento pacifista contro l’ installazione dei missili Cruise a Comiso. Avvia la raccolta di un milione di firme, organizza marce e manifestazioni. Sostiene la nomina di Carlo Alberto Dalla Chiesa a prefetto di Palermo. Ma avverte anche il rischio di una forte esposizione e teme la saldatura tra forze oscure e poteri criminali. ”Ora tocca a noi”, confida a Emanuele Macaluso pochi giorni prima di essere assassinato. Da qualche tempo tiene in tasca una pistola: non farà in tempo impugnarla davanti ai suoi sicari.

 

Francesco Merendino

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