Dopo 40 anni, è inesauribile il fascino medievale de “Il nome della rosa”

"Il nome della rosa" può essere considerato, oggi, il miglior capolavoro narrativo di Umberto Eco: un romanzo capace di rievocare e far rivivere il fascino di una civiltà medievale controversa.

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“Il nome della rosa” può essere considerato, oggi, il miglior capolavoro narrativo di Umberto Eco: un romanzo capace di rievocare e far rivivere il fascino di una civiltà medievale controversa.

Sono passati esattamente 40 anni dalla prima uscita del romanzo “Il nome della rosa” di Umberto Eco. Prima di questo, il grande semiologo italiano aveva impegnato la sua attività intellettuale nella scrittura di saggi, accademici e non. La narrativa, sul finire degli anni ’70 del secolo scorso, era qualcosa di nuovo per Umberto Eco. Più volte gli era stato proposto di cimentarsi nella creazione di un romanzo. Ma lui, da grande intellettuale, aveva sempre risposto, ironicamente, che se mai si fosse impegnato nella scrittura di un’opera narrativa, questa avrebbe avuto la lunghezza di 500 pagine e avrebbe raccontato di un monaco ucciso in un monastero.

Il nome della rosa: un successo lungo 40 anni

Il fato ha voluto che, nel 1978, Eco si cimentasse, di fatto, nella creazione di un mondo medievale narrato e ambientato in un monastero italiano. Nel 1980, la pubblicazione e distribuzione del romanzo venne curata dalla casa editrice Bompiani e il successo che ne conseguì, ad oggi è certamente pura storia. L’opera è stata tradotta in 60 paesi del mondo e ha raggiunto più di 50 milioni di copie vendute. Il genio narrativo di Umberto Eco nacque con ” Il nome della rosa” e ciò gli permise di accostare alla carriera semiologica e saggistica quella di narratore. Sino al 2015, anno precedente alla sua morte, Eco scrisse difatti numerosi romanzi, che ebbero successo grazie alla scia indelebile tracciata da “Il nome della rosa”.

1327: una civiltà medievale riportata a galla

Otto mesi dopo la prima pubblicazione de “Il nome della rosa”, il romanzo vinse il più alto riconoscimento letterario italiano: il Premio Strega. A questo, si susseguirono diversi altri riconoscimenti internazionali. La domanda fondamentale da porsi è: qual è il segreto di così tanto successo? A pensarci, un romanzo, al suo debutto, stenta ad attirare attenzioni e lettori. Ma “Il nome della rosa” ha potuto contare su un tessuto storico narrato e revocato con estrema cura e dettaglio. Il punto di forza del romanzo di Eco sta, difatti, nel fascino di un medioevo intriso di controversie, capace di affascinare e tormentare il lettore.

La trama dell’opera, ambientata nel 1327, vede come protagonisti Adso e Guglielmo da Baskerville. Tutto accade in un monastero benedettino collocato in una zona ignota del Piemonte, in cui i due portano avanti delle indagini con l’intento di svelare il mistero che si cela dietro a molteplici omicidi. Grazie al genio narrativo di Umberto Eco, tutti gli elementi del romanzo sono immersi nella cultura e nello stile di vita dell’età medievale. Lo stesso stile stilistico adottato dall’autore prova a replicare quello di un ipotetico autore del’300.  La controversia principale descritta nel romanzo fa capo proprio al monachesimo: nonostante quest’ultimo prevedesse modalità di vita austere si serviva però di abbazie molto ricche e imponenti. Queste governavano di conseguenza ampi territori come centri di potere.

“Il nome della rosa” tra verità e ipocrisia

Per comprendere a pieno la ricerca della conoscenza, quale tematica principale del romanzo, è necessario cimentarsi proprio nella ricreazione magistrale di quella civiltà medievale. Nel ‘300, ogni aspetto legato alla vita e alla mente dell’uomo era correlato in maniera assoluta alla religione: l’unico sapere accessibile e veritiero era quello contenuto nelle Sacre Scritture.

Tutti coloro che desideravano andare oltre venivano etichettati come peccatori ed eretici dalla Chiesa stessa. Per tale motivo i monaci vivevano di una dottrina fondata sul disprezzo della vita terrena, dei suoi piaceri che li allontanavano da Dio. Ma la realtà rievocata da Eco denuncia proprio l’ipocrisia di una Chiesa corrotta dalla ricchezza: un’istituzione religiosa in cui proliferavano, al contrario, peccati di gola e lussuria. Di fronte a questa, vi era un mondo disastrato dalla povertà, in cui i poveri stessi erano costretti, per paradosso, a pagare tributi al monastero.

“Il nome della rosa” pone al centro di questo mondo nefasto la ricerca della verità. Questa è simboleggia

il nome della rosa- medievale

ta nel romanzo da un libro contenuto nella biblioteca del monastero: un vero e proprio labirinto. Una verità che, alla fine, non verrà mai scoperta e morirà con sé stessa tra le fiamme.

Un capolavoro prima disegnato e poi scritto

Molto affascinante è conoscere come Umberto Eco abbia dato vita a “Il nome della rosa”. L’autore, anni addietro, raccontò di non aver scritto un rigo di narrazione per almeno un anno. Non perché il blocco dello scrittore si fosse impossessato di lui, ma perché la trama del romanzo passò dapprima dai suoi disegni. L’intellettuale trascorse molto tempo a dar forma innanzitutto al suo mondo, ai suoi personaggi, alla struttura del fatidico monastero: dei disegni laboriosi, di cui lui stesso si diceva profondamente geloso. Giovedì 21 maggio, dopo 40 anni dalla prima pubblicazione, gli schizzi di Umberto Eco su “Il nome della rosa” verranno pubblicati in una nuova edizione del romanzo a cura de “La Nave di Teseo“.

 

Gabriella Gaudiano

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