43 anni dalla Strage di via Carini: il 3 settembre 1982 il generale e prefetto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo furono uccisi in una delle azioni mafiose più rilevanti della storia recente.
Il 3 settembre 1982 furono uccisi, in quella che viene ricordata come la strage di via Carini, dal nome della via palermitana dove ebbe luogo il massacro, il prefetto della città di Palermo e generale dei carabinieri Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo. Dalla Chiesa, già capo del Nucleo antiterrorismo dei carabinieri e poi vice-comandante dell’Arma, aveva assunto il nuovo incarico da appena tre mesi.
Alle 21 di 43 anni fa il prefetto uscì dalla sede della prefettura di Palermo, villa Whitetaker, a bordo di una Autobianchi A112 Beige, ad oggi conservata Museo storico di Voghera “Giuseppe Beccari”. Alla guida c’era la moglie, e dietro, a seguito un’Alfetta guidata proprio dall’agente Domenico Russo, diretti verso Mondello. Circa un quarto d’ora dopo i veicoli, in via Isidoro Carini, furono affiancati da una motocicletta Honda, guidata da quello che successivamente sarebbe stato identificato come Giuseppe Lucchese, che aveva alle sue spalle Giuseppe Greco, detto anche Scarpuzzedda.
La motocicletta affiancò il veicolo di Russo e lo colpì con un Ak-47, contemporaneamente in una Bmw, Calogero Ganci e Antonio Madonia aprirono il fuoco contro il parabrezza dell’A112. Dalla Chiesa e la moglie furono uccisi da 30 pallottole. I coniugi morirono inevitabilmente sul colpo, mente l’agente Domenico Russo morì il 15 settembre, dodici giorni dopo. I veicoli utilizzati per l’attentato furono dati alle fiamme e i corpi portati via.
Le contestazioni
«Qui è morta la speranza dei palermitani onesti.»
Così recitava il cartello scritto da un anonimo e comparso in via Carini il giorno dopo l’assassinio, il 4 settembre.
Alcuni giorni dopo, il 5 settembre, lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia fu intervistato dal Corriere della Sera, e in merito ad un quesito posto sulle recenti affermazioni di Giulio Andreotti, che in merito alla sua assenza il giorno dei funerali affermò di preferire i battesimi, dichiara:
Per capire tale affermazione bisogna rifarsi alla tesi classica che voleva la mafia inserita nel vuoto dello Stato, mentre in realtà essa vive nel pieno dello Stato. (…) Ma forse Dalla Chiesa non aveva piena coscienza di questo fenomeno. Mi meraviglio infatti della maniera con cui è stato ucciso. Quando un uomo arriva alle sue posizioni ha il dovere di farsi proteggere e di farsi scortare bene. Le manifestazioni di coraggio personale possono diventare forme di imprudenza pericolosa. Ciò nonostante mi sgomenta la incapacità della nostra polizia di prevenire. Infatti un attentato ad un uomo come Dalla Chiesa non si improvvisa in quattro e quattr’otto, ma nessuno ne aveva avuto sentore.
Successivamente, il figlio Nando dalla Chiesa, in un intervista al giornalista Giorgio Bocca, per La Repubblica dichiarò che quello del padre era stato un delitto politico e che i mandanti andavano ricercati della democrazia cristiana siciliana; accuse rinnovate nel libro-inchiesta da lui pubblicato l’anno successivo, Delitto Imperfetto.
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L’impatto legislativo e i processi
Pochi giorni dopo, il Governo, il secondo per Giovanni Spadolini (PRI), emanò il decreto-legge 6 settembre 1982 n. 629, convertito in legge il 12 ottobre 1982, che istituiva l’Alto Commissariato per la lotta alla mafia, un organo alle dipendenze dirette del Ministero dell’Interno. Alcuni giorni dopo il parlamento varò la legge che introdusse nel codice penale l’articolo 416-bis, che introdusse nell’ordinamento italiano il reato di associazione di tipo mafioso.
A firmare i mandati di cattura contro quelli che furono identificati come i mandanti e gli esecutori, un anno dopo, fu il giudice Falcone: alcuni tra i mandanti i fratelli Michele e Salvatore Greco, Salvatore Riina, Benedetto Santapaola, mentre tra gli autori materiali Giuseppe Greco e Salvatore Genovese. I quattordici responsabili furono individuati grazie ad una perizia balistica che era stata in grado di dimostrare che gli Ak-47 utilizzati in via Carini erano stati impiegati anche in altri delitti della guerra di mafia allora in corso, e quindi riconducibile ai boss della fazione vincente, i Corleonesi.
All’indagine prese parte successivamente anche il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, il quale, riportando le parole di Gaetano Badalamenti, disse che qualche uomo politico si era sbarazzato, servendosi della mafia, della presenza troppo ingombrante ormai, del generale.
L’anno successivo, l’8 novembre 1985, sulla base del Teorema Buscetta, vengono rinviati a giudizio nel maxiprocesso di Palermo, i fratelli Greco, Salvatore Riina, Rosario Riccobono, Filippo Marchese, Pietro Vernengo, Giuseppe Greco, Mario Prestifilippo, Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Salvatore Scaglione, Antonino Geraci, Giuseppe Calò, Giovanni Scaduto, Ignazio Motisi, Andrea di Carlo e Benedetto Santapaola, mentre altri indagati, tra cui Salvatore Genovese vennero prosciolti in istruttoria per insufficienza di prove.
Due anni dopo, il 16 dicembre 1987, si conclude il maxiprocesso di primo grado: per la strage di via Carini vennero condannati all’ergastolo Michele Greco, Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Filippo Marchese, Giuseppe Greco e Benedetto Santapaola.
Nel 1999, dopo che tre anni prima Calogero Ganci e Francesco Paolo Anzelmo, collaboratori di giustizia, si autoaccusarono di aver fatto parte del gruppo che compì la strage di via Carini, la procura di Palermo riaprì le indagini: furono rinviati a giudizio come esecutori materiali del massacro Antonio Madonia, Vincenzo Galatolo, Calogero Ganci e Francesco Paolo Anzelmo, che erano stati precedentemente giudicati con rito abbreviato e processati Raffaele Ganci e Giuseppe Lucchese.
Nel marzo del 2002, Madonia e Galatolo furono condannati all’ergastolo, mentre Ganci e Anzelmo a quattordici anni di reclusione ciascuno, riconosciute le attenuanti e la collaborazione con la giustizia.
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La Dc a Palermo vive con l’espressione peggiore del suo attivismo mafioso, oltre che politico […]. Lo Stato affida la tranquillità della sua esistenza non già alla volontà di combattere e debellare la mafia e una politica mafiosa, ma allo sfruttamento del mio nome per tacitare l’irritazione dei partiti […] pronti a buttarmi al vento non appena determinati interessi saranno o dovranno essere toccati o compresi.
Dal diario privato del Generale dalla Chiesa, 30 aprile 1982; citato in Peter Gomez, Marco Travaglio, Onorevoli Wanted, p. 647.
















