Essere noi stessi: la chiave della felicità!

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“La felicità è interiore, non esteriore: infatti non dipende da ciò che abbiamo, ma da ciò che siamo.”

Accompagnati da questa semplice frase, dello scrittore ed insegnante statunitense Henry van Dyke (nato nel 1852 e morto nel 1933), ci facciamo quella domanda che alberga nel profondo di ognuno di noi: cos’è la felicità?

 

Per definizione, essere felici implica essere appagati della propria condizione, ma spiegare cosa significhi veramente, non è così semplice.

Infatti, se dovessimo rispettare la definizione data, dovremo porci nella situazione di capire qual è la condizione in grado di farci sentire appagati.

Anche qui sorgerebbero una miriade di possibilità, in quanto non tutti possiamo sentirci appagati nello stesso modo.

Non tutti abbiamo gli stessi desideri e non tutti ricaviamo gioia dalle stesse cose e ciò non fa altro che allargare ancora di più il significato del concetto “felicità”.

 

Spesse volte però, bisogna proprio riconoscerlo, i bisogni che devono essere soddisfatti per raggiungere la cosiddetta “soddisfazione personale” ,che ci porteranno ad entrare in uno stato di prosperità e quindi felicità, vengono dettati da ciò che è esterno a noi.

In questo modo, ci facciamo plasmare dalle idee che maggiormente spopolano in un determinato periodo.

Gli esempi per appurare tale ragionamento sono innumerevoli.

Prendiamo in considerazione la posizione della donna nel tempo.

Negli anni cinquanta tutto ciò che si pensava potesse rendere una donna felice, era ritrovarsi maritata ad un buon partito, avere una bella casa, curata nei singoli dettagli e avere una prole sana e ben educata.

Questo perché quello era l’ideale di vita, secondo diverse propagande idealistiche dell’epoca, a cui una donna doveva aspirare per sentirsi entusiasta della propria esistenza.

Al giorno d’oggi, con l’espandersi dell’immagine della donna in carriera, indipendente e moderna, la figura femminile può aspirare a tutto un altro tipo di vita e dirsi felice pur non essendo sposata e con figli a carico.

Questo, che può sembrare la visione critica del ruolo che ha avuto la donna nel tempo, può dirsi invece un chiaro esempio di quanto la nostra felicità dipenda da ciò che ci circonda.

 

Televisione, giornali, internet e (perché no?) il giudizio altrui, ci propongono un pacchetto di pensiero che ci rende inevitabilmente soddisfatti solo a certe condizioni che, nella maggior parte dei casi, non sono mai quelle che vogliamo veramente.

Questo perché? Perché viviamo in un mondo in cui l’originalità è ricercatissima, dove per una causa o l’altra, ci uniformiamo sempre di più per piacere, per non essere giudicati, per sentirci a nostro agio tra gli altri.

Ciò comporta non solo il cambiamento di ciò che vogliamo, ma anche di chi siamo.

E come potremo mai giungere all’apice della gioia se più che seguire i nostri desideri, seguiamo quelli comuni?

Prendendo in esempio anche le più piccole cose, potremo notare quanto stiamo mettendo a rischio la nostra gioia solo per soddisfare il compiacimento della massa.

Un’ indicazione che stiamo uniformando i nostri desideri a quelli altrui? La moda.

Quanti di noi si sono ormai adeguati al volere di stilisti, riviste o semplici pareri di amici, totalmente in disaccordo con i nostri gusti personali, solo per non sentirci fuori luogo?

Quante volte vedendo un gruppo di scolaresche attraversare la strada, abbiamo riscontrato con un certo senso di delusione, una certa somiglianza nello stile di ognuno di loro?

E dov’è l’originalità?

E che fine ha fatto l’essere differenti, l’essere ciò che vogliamo essere?

 

Dobbiamo accettare la realtà: ormai ci prefiggiamo desideri e obbiettivi comuni.

Rassegnati a ciò che il parere degli altri esige da noi, non siamo più in grado di riconoscere noi stessi e quindi anche tutte quelle cose che davvero ci renderebbero felici.

Questo perché la chiave della felicità, non è (a differenza di ciò che ci mostra la società odierna) possedere un determinato modello di cellulare o essere popolari su un social network, ma bensì essere totalmente, ad ogni costo e spensieratamente noi stessi.

Si tratta, in qualche modo, di ritornare bambini.

Infatti, chi meglio dei bambini sa comportarsi in modo spontaneo? Senza alcun pudore, senza paura di essere giudicato?

Quando si è nell’età infantile, è vero che la conoscenza è di livello basso, ma la capacità di essere istintivi e di seguire i propri desideri è al suo massimo.

Ecco perché di quell’età ne è famosa la spensieratezza: perché, fra tutti i problemi che non ha un bambino, uno di questi è proprio quello di non riuscire ad essere sé stesso.

 

Quindi, in conclusione, la felicità non ha una ricetta, non è una strada bene definita su una mappa e non ha un manuale per l’uso, ma come tutte le mete vi si arriva tramite un viaggio che comincia con il piede giusto: essere sé stessi.

Solo essendo fedeli a noi stessi, riusciremo a scoprire ciò che ci rende veramente felici e ottenendolo, sperimentare su noi stessi cosa veramente voglia dire essere felici.

 

 

 

 

 

 

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