A chi appartiene il Sistema solare e lo spazio extra-atmosferico?

Storia di un nuovo e plausibile Far West

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Ad essere onesti, non capita spesso di porci simili domande sul Sistema solare. Quando però la domanda emerge ci accorgiamo di non saperne abbastanza.

Per comprendere chi, come e tramite quali modalità, possa vantare dei diritti di proprietà sul Sistema solare, è necessario ripercorrere rapidamente alcuni passaggi della storia recente. Questi passaggi possono infatti offrire degli ottimi elementi al fine di comprendere la complessità del problema. Prima di addentrarci nella loro analisi, però, è anche bene ricordare che, al momento, non esiste una vera e propria disciplina atta a regolare i diritti di proprietà relativi allo spazio. Esistono solo piccoli spunti ed affermazioni che, nel futuro, forse, potrebbero servire concretamente come fondamento di una sorta di “diritto extra-terrestre“.





Il primo vero e proprio problema con cui ci scontriamo riguarda la delimitazione territoriale del Sistema solare. E’ infatti evidente la complessità insita nel definire con precisione dove inizi e dove finisca tale Sistema. Inizialmente, ben prima che le Nazioni cominciassero a inondare lo spazio con i loro satelliti, era convinzione comune che lo spazio fosse soggetto agli stessi diritti di sovranità utilizzati per la definizione degli spazi aerei nazionali. In poche parole, ogni Stato poteva vantare diritti sovrani su quella porzione di Sistema solare sovrastante il proprio territorio. Questa convinzione, ovviamente, era però carica di problematicità, anche solo per il fatto che la Terra, come ben sappiamo, è in costante movimento. La porzione di spazio sovrastante i vari territori nazionali, dunque, cambia costantemente.

Com’era ovvio attendersi, quindi, tale convinzione cominciò a mutare dal momento in cui alcune Nazioni cominciarono a lanciare in orbita numerosi satelliti, sonde e altre apparecchiature simili.

In particolare, quando tra 1955 e 1957 USA e URSS cominciarono la corsa allo spazio, si diffuse l’idea che non fosse necessaria alcuna autorizzazione al fine di permettere ai satelliti di sorvolare le altre nazioni. Inizialmente tale idea sembrò quasi affermare che le due superpotenze potessero vantare una sorta di diritto esclusivo nei confronti del Sistema solare. Con il tempo, però, anche questa nozione scomparve, lasciando il posto all’idea di spazio come bene comune.  Ogni Stato, quindi, poteva vantare gli stessi diritti relativi all’esplorazione e all’utilizzo dello spazio extra-atmosferico.

A definire meglio questo contesto contribuì, senza ombra di dubbio, l’ONU, con una serie di risoluzioni adottate tra 1961 e 1979. In particolare, nel 1979, venne siglato un trattato relativo alle attività degli stati sulla luna e sugli altri corpi celesti, che stabilì alcune norme generali circa la fruizione dello spazio e dei vari pianeti. I punti cardine delle decisioni dell’ONU possono essere riassunti in quattro  affermazioni :

  • Nessuno Stato ha il diritto di proclamare la propria sovranità esclusiva sullo spazio o su alcuni segmenti di esso.
  • L’utilizzo dello spazio deve avvenire a vantaggio di tutta la comunità umana. Ogni azione volta a procacciare vantaggi particolari nei confronti di una Nazione determinata deve quindi esser considerata illegittima.
  • Non è permesso collocare in orbita armi di distruzione di massa.
  • La fruizione dello spazio deve avvenire in modo tale da non provocare danni o alterazioni all’ambiente terrestre.

Le risoluzioni ONU, quindi, avvalorano l’idea del Sistema solare come bene comune.

Queste risoluzioni, però, sono più che altro dei suggerimenti. Gli Stati che procedono all’esplorazione e alla fruizione dello spazio, infatti, non sono sottoposti ad alcun obbligo effettivo e, di certo, non sono obbligati ad agire in virtù degli interessi globali. Per comprenderlo è sufficiente osservare la realtà in cui viviamo. Realtà in cui l’utilizzo dello spazio, da parte delle grandi potenze, mira più che altro al soddisfacimento dei propri interessi particolari.





Parlando invece dei corpi celesti, facendo dunque riferimento al trattato del 1979. Si afferma che tutte le sostanze ricavate dallo sfruttamento dei corpi celesti devono essere considerate “patrimonio comune dell’umanità“. Tale definizione, però, permane nella vaghezza. Il trattato, infatti, non stabilisce metodi e dinamiche per render concreto tale concetto. Per comprenderlo è sufficiente un esempio: se domani un’azienda targata USA cominciasse a sfruttare il suolo lunare, non ci sarebbe alcun modo per far sì che i proventi derivanti da tale attività vadano a beneficio dell’umanità intera. A goderne, infatti, sarebbe solo l’azienda in questione e la sua Nazione di riferimento.





Si potrebbe allora affermare che sarebbe saggio imporre che lo sfruttamento dei corpi celesti possa avvenire solo tramite la formazione di aziende internazionali. L’affermazione, però, rischierebbe di apparire come una semplice utopia. Prima di tutto perché non esiste, al momento, alcun obbligo concreto che spinga verso un simile comportamento. In seconda istanza, poi, è bene ricordare che la collaborazione pacifica tra Nazioni non è, di certo, il modus operandi che siamo abituati a riconoscere nella politica e nell’economia internazionale.

Il trattato del 1979, infatti, prevede una clausola a tutela dello spazio e dei corpi celesti.

Esso stabilisce che, nel momento in cui sarà tecnicamente possibile lo sfruttamento dei pianeti facenti parte del Sistema solare, dovrà essere istituito un particolare regime giuridico che possa consentire lo sfruttamento comune delle risorse. Questa piccola clausola, però, probabilmente non sarebbe sufficiente ad impedire lo sfruttamento dello spazio da parte di singole Nazioni. Per comprenderlo basta tornare sulla Terra, avendo ben presente l’esempio del Far West americano. Una frontiera in costante espansione in cui vige la legge del più forte, nonostante la presenza teorica di leggi statali e federali.

La condizione giuridica dello spazio, al momento, è più o meno la stessa. Si tratta di un Far West in cui, per ora, regnano le buone maniere. Queste “buone maniere“, però, sono più che altro definite dall’assenza di tecnologie adeguate al fine di sfruttare compiutamente le risorse interstellari. Nel momento in cui tali tecnologie dovessero manifestarsi, probabilmente, le Nazioni in grado di utilizzarle sarebbero di sicuro motivate a fare di tutto, al fine di stabilire i loro diritti esclusivi su determinate porzioni del Sistema solare.

 

Andrea Pezzotta

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