“A proposito del senso della vita” di Vito Mancuso

Ha ancora senso interrogarsi sul significato della vita? Dopo millenni in cui la filosofia non è riuscita a dare una risposta unanime e l’unica certezza a cui possiamo appellarci sembra la fredda oggettività della scienza? Vito Mancuso in A proposito del senso della vita (Garzanti 2021) ci spiega perché ne vale ancora la pena. Con un linguaggio di straordinaria chiarezza e argomentazioni altrettanto rigorose, Mancuso ci accompagna passo per passo alla riscoperta della cura di sé e degli altri, perché non esiste senso al di fuori della relazione.

Le domande esistenziali appaiono così anacronistiche e fuori posto in un mondo ormai dominato dalla logica dell’apparenza e del consumo. Ma la pandemia ha fatto riemergere l’antico malessere che affligge gli esseri umani e che Mancuso identifica con la mancanza di identità. Viviamo in una condizione “dissociata”, sia da noi stessi che dagli altri. E questa vaghezza porta spesso alla costruzione fittizia di un’identità oppositiva, creando conflitti e nemici. Secondo il filosofo, abbiamo perso un’idea e una direzione collettiva, disperdendoci e isolandoci sempre di più. Se il senso della comunità è venuto meno, le grandi ideologie si sono sbriciolate e perfino “Dio è morto”, non dobbiamo tuttavia abbandonarci al regno dell’assurdo e del non-senso. C’è ancora qualcosa che può fare luce attorno a noi.




È la natura a costruire il punto di appoggio aggrappandoci al quale possiamo sviluppare un’identità basata sull’armonia e non sulla contrapposizione e sull’odio.

Rettificare le parole: i sensi della vita

Riportando un aneddoto riguardante Confucio, Mancuso pone l’attenzione sull’operazione di rettificazione del linguaggio. È importante comprendere il senso profondo delle parole, perché è con le parole che pensiamo e attraverso il pensiero concepiamo le nostre azioni nel mondo. Nella proposta di Mancuso, il senso della vita va dunque “rettificato” e articolato in tre dimensioni intrecciate tra loro. Queste rimandano alle tre diverse accezioni semantiche della parola senso, come significato, sensazione e direzione. Come nota il filosofo, ci sono persone che negano il senso della vita in base alla prima accezione. Ritengono cioè che la vita non abbia alcun significato, che non vi sia alcun mistero da svelare, né alcuna dimensione sovrasensibile a cui accedere. Difficilmente però, queste stesse persone negherebbero la sensazione (che Mancuso chiama il “gusto”) della vita mentre la si vive. E nemmeno la terza dimensione, quella della direzione e del viaggio, della vita che scorre in avanti. Attraverso questa tripartizione Mancuso neutralizza l’obiezione nichilista, ma anche la visione biologica per cui la vita serve solo a riprodurre se stessa.

Perché la sofferenza?

La pandemia, e la conseguente abbondanza di tempo libero, ha spinto molti e molte ad un’attività introspettiva e riflessiva più profonda del solito. Il male, il dolore e la perdita sono entrati di prepotenza nello spazio del quotidiano, da cui più o meno consciamente tentiamo sempre di scacciarli. A quel punto però non potevamo più ignorarli e ci siamo chiesti il senso del loro esistere. Mancuso prova a considerare il male e la sofferenza non come qualcosa da eliminare, ma come una prospettiva ineludibile all’interno della vita stessa. E citando il teologo Pierre Teilhard de Chardin, scrive che il dolore è il motore (indesiderato) del progresso.

Il male e il conseguente non-senso sono l’inevitabile prezzo da pagare per la costruzione del senso.

Costruzione che si rivela in tutta la sua praticità nell’ingiunzione di “aggiustare”, e non giustificare, la vita. Se il male è sotto i nostri occhi non dobbiamo fuggirne, né passivamente accettarlo, ma agire concretamente per rendere la vita sempre meno ingiusta e dolorosa.

“Siamo nati per la sinergia”

Le tesi proposte da Mancuso sono essenzialmente due. La prima, incentrata sul valore della libertà, è che non c’è senso senza consenso. Questo significa che ognuno di noi è l’artefice o l’interprete ultimo del senso che decide di dare alla propria vita.

Siamo noi i responsabili del senso della nostra singolare esistenza qui e ora. Il senso quindi può esistere oppure no. Dipende. Da noi.

Questa tesi riconosce la libertà e la singolarità dell’individuo, che (nietzschanamente) ha sempre la possibilità di acconsentire alla vita. La seconda tesi porta invece al centro la relazione e si esprime così: il senso della vita è la sinergia. Il termine sinergia è ripreso dal filosofo Marco Aurelio, ed è interpretato da Mancuso come il legame costitutivo di qualsiasi forma di vita e tra le diverse entità. Tutto è relazione, aggregazione, interazione, contrariamente a quanto affermato dalla supremazia della sostanza aristotelica. E in quest’ottica le due tesi si ricongiungono poiché “il sentire è sempre consentire, sentire-con, nel senso che si sente quello con cui siamo collegati”.

Qualcosa di più grande

Con queste due tesi Mancuso cerca di raggiungere un bilanciamento armonioso tra le prerogative individuali e la prospettiva relazionale. Il peso eccessivo che l’Occidente ha sempre attribuito alla soggettività monadica deve essere temperato ripensando il sé non solo in relazione, ma come relazione. È da qui che diventa possibile e necessaria la ricerca del senso come costruzione personale e relazionale. L’onnipotenza egoica deve ritirarsi e lasciare spazio alla percezione di un vuoto interiore che tutti e tutte noi esperiamo. Questo vuoto può generare paura, sconforto e la tendenza a colmarlo con oggetti e idee vane e superflue. Ciò di cui invece abbiamo bisogno è riscoprire e preservare questo vuoto, comprendendo che esiste qualcosa di più grande dell’io. Qualcosa a cui ognuno di noi potrà dare un nome diverso.

 

Giulia Della Michelina

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