“A Satana”: perché Giosuè Carducci scrisse una poesia per il Maligno?

“E splendi e folgora, di fiamme cinto; Materia, inalzati: Satana ha vinto”. Così recita la 42° quartina di A Satana, poesia frutto dell’immortale genio di Giosuè Carducci. L’opera, scritta nel 1863 dal poeta premio Nobel per la letteratura, desta ancora oggi stupore e curiosità. Perché l’autore di capolavori come Pianto antico e Odi barbare, nonché fervente patriota e illustre accademico, dedicò al Maligno l’ardore del suo smisurato talento?

Satana rappresentato da William Blake (1795)
0

L’ORIGINE DELL’INNO

In realtà alle origini dell’opera “maledetta” vi è un motivo di una semplicità disarmante. Carducci scrisse questa poesia nella forma di inno per un uso tutt’altro che mistico. A Satana  nacque d’impeto, frutto di una notte insonne del settembre 1863, per essere declamata a tavola in occasione di un banchetto. Egli stesso la definì vent’anni dopo “una chitarronata”. L’opera fu inviata all’amico e critico letterario Giuseppe Chiarini con un commento nel quale lo stesso autore ammette di aver “tirate giù alla meglio” molte strofe. Nonostante le simpatiche giustificazioni di Carducci (“pigliala adesso com’è”), resta tuttavia la domanda del perché proprio Satana, rappresentazione assoluta del male, sia venuto in mente al grande maestro.

Il poeta Gargani, Carducci e Chiarini ai tempi del sodalizio letterario “Amici pedanti”.

Innanzitutto bisogna capire come l’oscura figura di Satana emerga dalle ben cinquanta quartine scritte. Fin dalle prime strofe si avverte una connotazione filosofica e spirituale del Maligno (A te, dell’essere principio immenso, materia e spirito, ragione e senso), esaltato successivamente come re del convito mentre si brinda allegramente (mentre ne’ calici il vin scintilla sì come l’anima nella pupilla). L’opera infatti era stata pensata per quest’ultima funzione. La forma di “inno” scelta da Carducci, in ambito letterario assunse un significato profondamente diverso rispetto all’antichità. Dal XVIII secolo i componimenti poetici sotto questa forma ebbero anche carattere profano, e non solo religioso o mitologico com’era stato fin dai tempi di Omero. Aspetto comune a tutte le epoche è che l’inno in genere è concepito per essere accompagnato da musica o canti. In effetti il modello poetico usato da Carducci in A Satana era quello del “brindisi”, cioè qualcosa da recitare in un’occasione conviviale, vino alla mano (Brilla de’ grappoli nel lieto sangue, per cui la libera gioia non langue).




 

LA COMPLESSITA’ DELL’INNO

Proseguendo, ci si imbatte in numerosi riferimenti di natura mitologica (Adone, Venere), religiosa (Michele, Dio) e storica (i teologi Wiclef ed Hus, Savonarola, Lutero). I personaggi reali e non, citati da Carducci, sono molti e tutti a loro modo partecipano alla lode demoniaca. Vengono menzionate vittime dell’oscurantismo cristiano e studiosi che di questo ne misero in discussione i dogmi. I riferimenti ai due simboli di bellezza per eccellenza, Adone e Venere, fungono da allegoria del bello e della natura, temi molto cari all’autore e anche qui presenti (tra le odorifere palme d’Idume, dove biancheggiano le ciprie spume). Complessivamente l’immagine di Satana è quella di una boccata d’aria. Egli viene celebrato in ogni sua forma, invocato dal poeta come deus ex machina dei fenomeni naturali. Praticamente un ambasciatore del bello, del primato della razionalità (Salute, o Satana, O ribellione, O forza vindice De la ragione) sul dogmatismo cattolico, capace di ispirare anche le menti più estreme (Tu a l’occhio immobile De l’alchimista, Tu de l’indocile Mago a la vista). Carducci esalta il piacere della materialità, dell’ebbrezza e del libero arbitrio, che in Satana prendono vita (A te ferveano le danze e i cori, A te i virginei, Candidi amori).

Statua di Savonarola a Ferrara, sua città natale. Condannato al rogo come eretico nel  1498, è uno dei simboli dell’oscurantismo cristiano.

In conclusione, Satana è lo strumento con cui il poeta rovescia l’ideologia religiosa cristiana (Via l’aspersorio, Prete, e il tuo metro! No, prete, Satana Non torna in dietro), rea di ostacolare il progresso e di non farsi da parte. Inoltre la Chiesa è descritta come giudice mortale di chi ha osato metterla in discussione (Dal chiostro brontola la ribellione / E pugna e prèdica sotto la stola di fra’ Girolamo Savonarola). Quello di Carducci con la religione fu un rapporto decisamente complicato. A Satana è anche un inno esplicito all’anticlericalismo, ideologia abbracciata dall’autore in gioventù e che si rinviene anche all’interno della raccolta Juvenilia (ad esempio in La voce dei preti) e nell’opera Giambi ed epodi.

 

POSSIBILI INFLUENZE

Il poeta all’epoca del componimento non era nemmeno trentenne, insegnava già all’università di Bologna ed era da poco diventato un massone. A questi anni risalgono le letture di autori quali Jules Michelet, Pierre-Joseph Proudhon e Edgar Quinet che sicuramente influenzarono Carducci nella visione della Chiesa e, di conseguenza, del Maligno. In La strega, del 1862, lo storico Michelet affronta l’antitesi tra Bene e Male, descrivendo quella subita dal demonio come un’ingiustizia. Per il filosofo anarchico Proudhon addirittura Satana era un martire politico, come si leggerà nel 1866 in Critica e proprietà dello Stato.  In realtà già da tempo circolavano sue opere che mettevano in discussione l’esistenza stessa di Dio e del potere ecclesiastico. Infine per lo studioso Quinet il clero era colpevole di aver calpestato il progresso umano rappresentato proprio dal demonio (Consigli di Satana ai gesuiti, 1848). Carducci invece nella parte finale della poesia lo rappresenta come una locomotiva che porta benefici ovunque (come di turbine l’alito spande: ei passa, o popoli, Satana il grande / passa benefico di loco in loco su l’infrenabile carro del foco). Probabilmente fu questo miscuglio di idee ad influenzare la mente del poeta quando produsse il celebre inno.

Carducci nel 1870 circa

A Satana fu pubblicata per la prima volta nel 1865. Due anni dopo venne ripubblicata in versione completa (nella prima edizione mancava la terzultima strofa). Carducci si firmò con lo pseudonimo di Enotrio Romano. Anche la forma dell’inno, composto da quartine di quinari sdruccioli con strofe brevi e calzanti, trasmette un senso di ribellione e forza col suo ritmo serrato. D’altronde, era da recitarsi tra un brindisi e l’altro. Ad ogni modo pensare che questa poesia lunga e criptica fu concepita in una sola notte (stando a quanto l’autore scriveva all’amico Chiarini), desta davvero impressione riguardo al genio di Giosuè Carducci.

 

Mario Rafaniello

Leave A Reply

Your email address will not be published.

Cliccando su Accetta, acconsenti all'utilizzo dei cookie e di eventuali dati sensibili da parte nostra; secondo le normative vigenti GDPR. More Info

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi