A scuola in minigonna per protestare contro il sessismo

Quando lunedì 14 settembre è suonata la campanella, migliaia di ragazze, in Francia, si sono presentate a scuola in minigonna, shorts e maglie scollate.

Non è una questione di moda: i vestiti sono solo il pretesto per parlare d’altro, una ribellione contro l’antiquato sessismo degli istituti francesi, che considerano certi capi d’abbigliamento, come la minigonna, contrari al buon costume, inappropriati perché provocanti.

La protesta ha preso il via sui social, dove spopola l’hashtag #lundi14septembre. Ancora una volta, quindi, Instagram, Twitter e Tik Tok diventano la piazza dove dare sfogo al proprio dissenso.

La manifestazione, che è entrata nelle aule scolastiche a gambe nude, con gonne plissettate, di jeans o di pizzi svolazzanti non è piaciuta a molti professori. Numerose ragazze sono state rispedite a casa con la nota “ tenue inappropriée”, “abbigliamento inappropriato”. Le giovani studentesse non hanno esitato a postare sui social gli scatti dei loro outfit considerati indecenti.

Le ragazze francesi non sono sole

Gruppi e comitati femministi, come Nous Toutes, non hanno tardato a esprimere il loro sostegno al gesto di protesta. Diverse voci si sono unite all’iniziativa dichiarando che “il problema non sono i vestiti, il problema sono le molestie, le aggressioni e gli stupri”.

Anche Marlène Schiappa, ex ministro delle Pari Opportunità, con un tweet si è schierata dalla parte delle giovani studentesse: “Oggi 14 settembre molte ragazze hanno deciso spontaneamente, dovunque in Francia, di indossare gonne, maglie scollate, crop top e di truccarsi, per affermare la loro libertà rispetto a giudizi o atti sessisti. Come madre, le sostengo, con sorellanza e ammirazione”.

Primavera delle gonne e del rispetto

Questa lotta ai pregiudizi e alla discriminazione, contro regolamenti e idee sessiste e anacronistiche, non è nuova in Francia.

Nel 2005, a Vitré, un paese nella Bretagna, alcune giovani avevano dato il via al “movimento della gonna”, dopo che una loro compagna era stata violentata da due suoi coetanei perché “vestiva troppo sexy”. Da quell’iniziativa nacque il progetto “Primavera delle gonne e del rispetto”. Si tratta di un momento di confronto tra ragazze e ragazzi. È un’occasione per dare voce al dibattito su tematiche quali il sessismo, le tendenze maschiliste, la violenza fisica e quella verbale. Un tentativo di eliminare quello stigma per cui indossare una gonna vuol dire essere una puttana.

Sembra assurdo, nell’evoluto e civile 2020, dover ancora affrontare questi discorsi. Eppure, portare la gonna “è un potente rivelatore dei rapporti sociali tra maschi e femmine”, sostiene il sociologo Philippe Liotard.

Riflette su questa tematica anche il film del 2008 “La journée de la jupe”. La storia parla di una professoressa, interpretata da Isabelle Adjani, che, in una scuola difficile, indossa la gonna, anche se questa decisione va contro i consigli del Preside.

Alla luce degli eventi di lunedì, è chiaro però che, a distanza di anni, l’ambizioso progetto di educazione civica deve fare ancora molta strada.

La minigonna, un’icona di ribellione

La minigonna, che già negli anni sessanta, al momento della sua comparsa, aveva un carattere trasgressivo e si era imposta come icona di ribellione femminile, ribadisce oggi, a oltre 50 anni di distanza, il suo ruolo sociale di simbolo di emancipazione. Era ed è uno strumento importante con cui si concretizza la necessità di affermare, ancora una volta, la propria autodeterminazione e il riconoscimento del proprio corpo.

Camilla Aldini

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