Gerusalemme: a Silwan Israele demolisce le case dei palestinesi per fare posto a un parco tematico

La comunità internazionale pare sorda e cieca di fronte alla nakba che va avanti nella Gerusalemme Est occupata. Ma la tensione resta alta mentre Israele demolisce le case dei palestinesi di Silwan per fare posto a un parco tematico.



A Silwan arrivano i bulldozer

Martedì 29 giugno, un bulldozer di Israele, scortato dalla polizia e dall’esercito, ha demolito una macelleria nel distretto di Silwan, a sud di Gerusalemme Est. Nidal Al-Rajabi, il proprietario, insieme ad altre famiglie -in tutto circa 20- residenti del quartiere di Al-Bustan, aveva ricevuto l’ordine di smantellare il suo negozio perché abusivo. Secondo l’ordine di demolizione, chi si fosse rifiutato avrebbe dovuto sostenere le spese per la demolizione da parte del governo, che ammontano a circa 6.000 dollari. Un costo, economico ed emotivo, troppo alto per queste persone che rischiano di perdere tutto, ogni cosa. L’ennesima beffa per un popolo costretto a subire quotidianamente abusi disumani per il semplice fatto di vivere nella loro terra.

Alle proteste palestinesi per quest’ulteriore offensiva coloniale, le forze dell’ordine hanno risposto con gas lacrimogeni, manganellate e proiettili di gomma, mentre dalle moschee riempiva l’aria l’invito ai fedeli a resistere. Secondo la Mezzaluna Rossa, 13 persone hanno riportato ferite. La polizia ha dichiarato che due agenti sono stati colpiti dal lancio di pietre.

Silwan: case palestinesi distrutte per fare posto a un parco tematico

La demolizione fa seguito ad anni di inutili lotte legali in cui si sono imbarcate le famiglie palestinesi residenti a Al-Bustan che nel 2005 hanno ricevuto l’ordine di demolizione.

Secondo IMEU, Institute for Middle East Understanding, tutto il quartiere va incontro allo stesso destino. 1500 persone, di cui 935 bambini, rischiano di perdere la loro casa. Molti vivono nelle proprietà appartenenti alla famiglia da prima del 1948, molti altri si sono ricostruiti una vita qui dopo essere stati cacciati dalle loro case nella Città Vecchia negli anni sessanta.

Intanto il comune ha già ufficialmente cambiato il nome del quartiere in Gan Hamelech, Giardino del re, sostenendo che l’area di Al-Bustan occupa quelli che migliaia di anni fa erano i giardini dei re ebrei. Il piano è quello di smantellare le case dei palestinesi per fare posto a un parco a tema religioso: un progetto turistico che si collegherebbe al parco nazionale Città di Davide.

Israele viola impunemente la legge umanitaria internazionale

Secondo OCHA, almeno un terzo delle famiglie palestinesi a Gerusalemme è a rischio sfollamento a causa del regime di pianificazione restrittivo del comune, e del sistematico rifiuto di concedere permessi di costruzione ai palestinesi. Israele utilizza leggi discriminatorie  per espandere gli insediamenti di coloni ebrei nei territori occupati. Non concede agli arabi permessi di costruzione e parallelamente consente agli ebrei che possono dimostrare di avere antenati che vivevano nei territori occupati da prima del ‘48, di fare ritorno. Ma lo stesso diritto non è riconosciuto ai palestinesi, che su quelle terre vivono da sempre. Anzi, la legge vieta ai profughi palestinesi di ritornare in nelle zone ora occupate da Israele.

La distruzione di proprietà in un territorio occupato è vietata dalla Quarta convenzione di Ginevra. Ma Israele viola sistematicamente e impunemente la legge umanitaria internazionale e i diritti umani. Sentendosi investiti dal diritto divino, gli Israeliani continuano a sostenere una politica di pulizia etnica volta a eradicare la presenza fisica e culturale dei palestinesi nei territori occupati. E mentre la comunità internazionale si occupa di dare appoggio e sostegno a chi viene espulso, mai si è opposta efficacemente alla “politica espansionistica di Israele e al suo colonialismo di insediamento”.

A inizio maggio, in un altro quartiere di Gerusalemme Est, Sheikh Jarrah, una situazione simile aveva portato a scontri violenti tra le forze dell’ordine e i militanti palestinesi che si difendevano dal furto della loro terra.

Camilla Aldini

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