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Home Economia e Politica

L’aborto a San Marino è ancora un reato

di admin
28 Giu 2021
in Economia e Politica
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aborto a san marino
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È ancora un reato l’aborto a San Marino, ma qualcosa potrebbe cambiare grazie al referendum proposto da UDS. Non esistono dati, quindi, per la politica, non esistono istanze: si può autoconvincere dunque che le sanmarinesi che abortiscono non esistano e che l’aderenza ai dogmi cattolici sia salva.

Nella Repubblica di San Marino l’aborto è ancora un reato, così come a Malta, a Gibilterra, ad Andorra e nella Città del Vaticano, oltre alla neoantiabortista Polonia.  Un gruppo di donne però, ultimamente, sta lavorando per un referendum che ribalti la situazione nel microstato, in cui abitano 33 mila persone e in cui abortire oggi comporta una pena dai tre ai sei anni di reclusione. Bersaglio della legge attuale sono la donna che abortisce e chiunque prenda parte alla pratica, anche se la scelta è motivata dallo stupro o da gravi malformazioni fetali.

Il referendum di UDS

L’Unione donne sammarinesi (UDS) ha proposto il referendum qualche mese fa e il 15 marzo di quest’anno il collegio che ne ha valutato l’ammissibilità si è espresso favorevolmente. Da qualche tempo, quindi l’UDS e i suoi sostenitori si sono dati da fare sul territorio per sensibilizzare la popolazione, raccogliendo le firme necessarie alla concretizzazione del referendum. La proposta di legge sull’aborto a San Marino prevede essenzialmente di effettuare la pratica entro le dodici settimane dal concepimento, estendibili sono se sussistano gravi malformazioni del feto o in caso di pericolo di vita per la donna. Ora bisogna dunque attendere che il referendum venga calendarizzato.

Ipocrisia bella e buona

A dire il vero, la contiguità territoriale con l’Italia ha permesso alle sanmarinesi di spostarsi nella vicina Rimini per abortire lontano dalla falce penale del microstato. Questo, però, è avvenuto ovviamente dietro un pagamento di circa duemila euro, rendendo l’aborto impossibile alle donne più svantaggiate economicamente. In una parola: classismo. Le proteste per la permanenza delle leggi antiabortiste, comunque, hanno fatto meno rumore che altrove: come riporta Claudia Torrisi su Internazionale, ultimamente non risultano condanne emanate dalla giustizia sanmarinese nei confronti di donne che hanno abortito in segreto altrove. Bisogna però considerare che non esistono nemmeno dati disponibili sul numero di persone che si rivolgono alla sanità italiana (o comunque estera) per l’interruzione volontaria di gravidanza.

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L’aspetto economico è solo una delle implicazioni per le sanmarinesi che valutano l’aborto, che subiscono il timore di conseguenze per avere compiuto quello che nel loro Stato di residenza è un crimine. Oltre all’anonimato garantito dal sistema sanitario italiano, UDS segnala il permanere del tabù nel parlare di questo percorso anche con le persone più vicine. Anche chi va a Rimini o a Ravenna ad abortire, rientra in uno Stato colpevolizzante che considera chi prende questa scelta una criminale. Le ragazze più giovani, invece, si recano abitualmente nei consultori italiani, nella consapevolezza che il loro Stato vuole mantenere un’immagine di perfetta aderenza ai dogmi cattolici mettendo sotto il tappeto il problema dell’aborto esternalizzato a Rimini.

Come in Italia, anche a San Marino i politici cattolici tentano di ostacolare qualsiasi estensione della disciplina: in parlamento, il partito della Democrazia cristiana gode della maggioranza relativa. Nel suo programma, è scritto nero su bianco che si impegna a tutelare la vita dal concepimento. Esiste poi un comitato contrario al referendum, sotto il nome di Uno di noi.

Niente dati, niente cambiamento?

Se non esistono dati, anche il lavoro degli attivisti è doppiamente complicato: non avere numeri sulla consistenza del fenomeno e nemmeno donne facilmente disposte ad affermare di essersi rivolte altrove permette allo Stato di ignorare il problema.

I precedenti

Non è la prima volta che si parla di interruzione di gravidanza a San Marino. Nel 2003, è stata avanzata da Vanessa Muratori di Sinistra Unita una proposta di legge che però non ha conseguito il successo sperato. Il motivo? Secondo la stessa Muratori, nonostante la politica e la società stiano evolvendo, la Repubblica di San Marino è stata spesso teatro di conquiste sociali tardive. Basti pensare che risale solamente al 1973 la legge che ha consentito alle donne di assumere funzioni, cariche e impieghi pubblici. Nel 1980 è stata la volta dell’istituzione degli asili nido.

Le prospettive

Alla proposta del 2003 relativa alla legalizzazione dell’aborto a San Marino ne sono seguite altre due, senza contare le “istanze d’arengo”, cioè delle richieste dirette da parte dei cittadini ai capitani reggenti. L’iter portato avanti dal 2019 da parte di UDS ha trovato alcuni ostacoli burocratici. La commissione per l’adozione della legge ha scaricato la responsabilità sul comitato bioetico, il cui parere però non è richiesto per proseguire con l’approvazione. Oggi UDS, tramite la sua portavoce, si dichiara ottimista a proposito del referendum, sempre che non arrivi qualche altro cavillo legislativo a mantenere invariata la situazione.

Elisa Ghidini

 

 

 

 

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