Aborto spontaneo: una donna in El salvador è stata condannata a 30 anni di carcere

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La legislazione in materia di aborto in El Salvador, artefice di innumerevoli condanne, è una delle più restrittive al mondo. Nel 2019, Esme, subì un aborto spontaneo: dopo due anni di custodia cautelare, è ora condannata a 30 anni di carcere per omicidio aggravato. È una tragicità che si ripete

Secondo le ricostruzioni, per Esme, 28 anni, residente in una zona rurale molto povera, è stato difficile accedere alle cure prenatali, in assenza delle quali, aumentano le probabilità di incorrere in problemi di salute durante la gravidanza. Trasportata in pronto soccorso per emorragia, perse il neonato durante il parto. Immediatamente denunciata e arrestata per aborto spontaneo.

Trema e crolla ogni moralità nel terremoto dell’anacronismo. 

4 anni fa il tribunale di San Salvador, con la stessa meschinità, condannò a  30 anni di carcere, Teodora del Carmen Vásquez, per aver subito un aborto spontaneo. Vasquez lavorava in una scuola quando perse suo figlio per una grave emorragia. 

Di sensatezza, permangono solo macerie. 

È una sceneggiatura che continua viziosamente a riproporsi nella sua paradossalità, a El Salvador infatti, negli ultimi venti anni più di 180 donne sono state arrestate per aborto spontaneo. Vittime di una congiura dalle molteplici lame: colpite dal dolore di una perdita, dalla sofferenza e poi, irreparabilmente e definitivamente, dall’illogicità di un sistema mal funzionante e deleterio.




Nel paese in questione l’interruzione volontaria di gravidanza è proibita e punita senza alcuna eccezione, i tentativi di diverse associazioni femministe per la depenalizzazione dell’aborto ripetutamente si sono persi nel rifiuto. L’ultimo, del 2016, per una riforma del codice penale, è stato respinto dall’assemblea legislativa del governo Bukele, “populista e di sinistra”, il quale condanna la severità delle sentenze emesse ma contemporaneamente sostiene con incongrua convinzione quanto l’aborto rappresenti un “grande genocidio”.

È il riflesso di una società globale che percorre, inarrestabile, una retrocessione

Quando anche negli USA si discute il rovesciamento della sentenza della Corte Suprema Roe v. Wade del 1973 (la quale legalizzò l’aborto) si palesa una incomprensibile volontà di circoscrivere le scelte altrui.

Esme ha assicurato che continuerà a combattere, “per mia figlia e per la mia famiglia”. Non può essere lasciata sola nella corsa al riconoscimento dell’autodeterminazione individuale, che a livello globale dovrebbe essere, oggi più che mai, accesa e proficua. 

Tra i tentacoli letali della persecuzione sistematica, vivono milioni di donne: dalla Repubblica Dominicana all’Iraq, da Haiti al Senegal; l’IVG è, a prescindere dalle cause della gravidanza e dalle eventuali complicanze legate a essa, completamente proibita. 

E se la distanza fisica è un limite alla comprensione, si ricordi che San Marino esce dalla lista degli stati proibizionisti solo nel 2021.

La criminalizzazione dell’aborto, è uno stupro.

Un abuso estremo,  attuato brutalmente dal corpo violento e viscido dello Stato inibitore.

Giorgia Zazzeroni

 

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