Abu Ghraib di Botero: l’arte come denuncia sociale

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Il carcere di Abu Ghraib, in Iraq, è tristemente noto come luogo di torture ed esecuzioni.
Per denunciare pubblicamente quei fatti, Fernando Botero lavorò a una raccolta di inquietanti quadri.

Cosa è successo ad Abu Ghraib?

Era il 28 aprile del 2004, quando la rete televisiva americana CBS decise di pubblicare le immagini delle torture subite dagli iracheni detenuti nel carcere di Abu Ghraib, vicino a Baghdad.

Le fotografie erano state scattate dagli stessi militari e contractor che avevano maltrattato le vittime.
Fecero il giro del mondo, facendo subire un duro colpo al Presidente Bush, il quale aveva promesso che la deposizione di Saddam avrebbe segnato la fine delle torture ad Abu Ghraib.

L’America è amica di tutti gli iracheni

Così recitava un cartello posto all’ingresso di Abu Ghraib, che sostituiva un ritratto del dittatore iracheno.

Istituito negli anni ’50, il carcere iracheno era luogo di abusi ed esecuzione sotto il regime di Saddam.
Nel 2002, Hussain annunciò un’amnistia con la quale avrebbe liberato il carcere e rilasciato i criminali comuni.
Al rovesciamento del dittatore, Abu Ghraib era un carcere vuoto.
Ma con l’occupazione del territorio, gli Stati Uniti decisero di rimettere in funzione la prigione.
Abu Ghraib venne così divisa in due parti: da un lato, le forze dell’ordine irachene gestivano i detenuti condannati da un tribunale; dall’altro, i militari si occupavano di sospetti terroristi e “persone interessanti“.

Nel novembre del 2003, alcuni ex-prigionieri denunciarono torture e violenze nel carcere.
L’esercito americano iniziò a indagare sul battaglione incaricato di gestire Abu Ghraib. Diciassette soldati vennero sospesi e altri sei accusati di violenza, ma i fatti passarono inosservati dalla stampa.
Fu solo nel 2004 che le immagini della CBS sconvolsero l’opinione pubblica.
Uomini nudi ammucchiati gli uni sugli altri, incappucciati, collegati a fili elettrici, aggrediti dai cani.
Il tutto, accompagnato dai volti sorridenti dei militari che alzavano i pollici in segno di soddisfazione.

Le immagini furono così scioccanti che, nel 2005, il pittore Fernando Botero decise di denunciare l’orrore di Abu Ghraib con una raccolta di 50 dipinti e disegni.

“Abu Ghraib” e la denuncia di Botero

I dipinti di Abu Ghraib di Botero sono tutti numerati, ma non hanno titolo.
Le situazioni raffigurate sono liberamente ispirate alla lettura di quotidiani e alla visione delle fotografie ufficiali.
Ma l’intento dell’opera non è riprodurre fedelmente ciò che accadde ad Abu Ghraib; bensì, lanciare un’accusa e lasciare un monito alle future generazioni.

Queste opere sono il risultato dell’indignazione che le violazioni in Iraq hanno prodotto in me e nel resto del mondo

Botero si dedicò a questo progetto per un anno, creando immagini fortemente disturbanti e inquietanti, ricche di rabbia e sdegno.

È diventata come un’ossessione. Per 14 mesi ho lavorato solo su questo, pensando a questo.
Alla fine mi sono sentito vuoto. Non avevo più niente da dire. Per qualche ragione ero in pace con me stesso




Abu Ghraib di Botero
https://artshapes.it/abu-ghraib-fernando-botero-analisi-opera/

 

I soggetti dei dipinti, voluminosi e muscolosi, mantengono l’inconfondibile stile di Botero.
Ma sono anche bendati, sanguinanti, e sottoposti a torture.

Gli aguzzini non compaiono quasi mai, se non con una mano (spesso coperta da un guanto azzurro) che tiene il guinzaglio dei cani o un bastone, oppure con un piede che tira un calcio.

 

 

Abu Ghraib di Botero
http://www.vqronline.org/vqr-gallery/botero%E2%80%99s-abu-ghraib

I prigionieri venivano spesso legati.

In una delle foto simboliche di Abu Ghraib, conosciuta come “L’uomo incappucciato“, un detenuto si trova in piedi su una piccola scatola di legno.
Ha i polsi legati a dei fili elettrici, ed è costretto a rimanere in equilibrio per non ricevere una scossa elettrica.

 

Piramide Umana
https://artshapes.it/abu-ghraib-fernando-botero-analisi-opera/

Alcuni dipinti rappresentano i detenuti ammucchiati in una cella, nudi o seminudi.

Questa tortura è conosciuta come “piramide umana“, e costituisce una profonda umiliazione per le vittime.
In alcuni casi, i detenuti erano costretti ad assumere posizioni sessuali e ad abusare dei compagni.

Waterboarding
https://brooklynrail.org/2006/12/artseen/botero-abu-ghraib

Tra le torture maggiormente utilizzate nel contesto della Guerra al Terrore, c’è il waterboarding.
Questa pratica consiste nello sdraiare la vittima con i piedi leggermente più in alto della testa.
L’aguzzino ricopre il volto del soggetto con un panno, per poi versargli dell’acqua sopra.
In questo modo, si crea la percezione di annegamento.

Accusato di fare propaganda, Botero ha replicato dichiarando che la sua non vuole essere una posizione politica.

Il mio non è impegno politico. La mia è una posizione umana. Penso che esistano cose al mondo che non si possono fare. Non è possibile vedere le torture subite da un uomo come è successo per i detenuti di Abu Ghraib

Inoltre, il pittore ha deciso di non mettere in vendita i quadri ma di donarli ad alcuni musei e atenei universitari.

Conseguenze e condanne

Ad oggi, non è chiaro lo scopo di queste torture con fotografie annesse.
Ma alcuni militari hanno dichiarato che i loro superiori incoraggiavano queste pratiche, perché rendevano i prigionieri più propensi a rispondere agli interrogatori.

Nel 2004, un report della Croce Rossa dichiarò che il 70-90% dei prigionieri di Abu Ghraib era innocente e ingiustamente detenuto.
Il Presidente Bush si scusò pubblicamente.

Sotto il dittatore, prigioni come Abu Ghraib erano simboli di morte e tortura. Quella stessa prigione è diventata un simbolo di condotta vergognosa da parte di alcune truppe americane che hanno disonorato il nostro Paese e ignorato i nostri valori…

Per i fatti di Abu Ghraib, solo undici militari hanno subito conseguenze.
Il comandante della prigione, il colonnello Thomas Pappas, venne cacciato dall’esercito con una multa di 8000 dollari.
I militari ritratti nelle foto ricevettero diverse condanne. La più severa fu una detenzione di 6 anni, terminata con una condizionale.
Tra gli agenti della CIA e dell’Intelligence, non ci furono condanne.

Giulia Calvani

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