Accordi sul nucleare: a che punto siamo dopo lo scontro Usa-Iran?

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Il nuovo anno non è sicuramente cominciato nel migliore dei modi, con la crisi tra gli Stati Uniti e l’Iran che si pensava sarebbe sfociata in una terza guerra mondiale e l’epidemia di Coronavirus, forse a breve una pandemia. Per questo è difficile seguire gli sviluppi degli accordi sul nucleare e delle scelte interne dei vari Paesi, delle quali cerchiamo di fare un punto.

Ricordiamo che nel luglio 2015 viene siglato a Vienna un accordo al fine di limitare e tenere sotto controllo le attività dell’Iran in campo atomico, partecipano i ministri degli Esteri di Pechino, Parigi, Berlino, Mosca, Londra e Washington. I punti salienti dell’accordo sono: il controllo della quantità delle scorte di uranio arricchito, la riduzione delle centrifughe e la riconversione di quelle rimanenti per la produzione di isotopi in campo medico (usati nelle terapie contro il cancro) e, infine, l’istituzione di una commissione di controllo imparziale verso tutti i Paesi aderenti.

Nel maggio 2018 gli Usa annunciano l’uscita dal patto e introducono pesanti sanzioni economiche verso Tehran, che a questo punto comincia a non rispettare pienamente il patto.

Nel gennaio 2020 l’Iran abbandona gli accordi sul nucleare del 2015 e arricchisce l’uranio senza restrizioni, in base alle sue esigenze tecniche. Germania, Francia e Gran Bretagna invitano a ritornare sull’accordo.

Nel febbraio 2020 si spegne uno dei due reattori della centrale di Fassenheim, in Francia, la più antica d’Europa, infatti ha iniziato a produrre nel 1978. Lo spegnimento del secondo reattore è previsto per il 30 giugno.

L’Oriente e l’Occidente sembrano seguire due linee opposte sul nucleare…

Infatti, mentre in Europa si va verso la denuclearizzazione, in Oriente è corsa al nucleare. Gli Emirati Arabi sfidano gli  Egitto e Arabia Saudita con la costruzione della centrale di Barakah, che si stima soddisferà il 25% del fabbisogno totale del paese. Fabbisogno che ricordiamo essere sensibilmente più alto rispetto a quello di un altro paese per via della necessità quasi costante dei condizionatori d’aria, per le temperature che la maggior pare dell’anno superano i 40 gradi, e la necessità dei dissalatori d’acqua marina.  Abu Dhabi, che si era detta intenzionata a investire sulle energie rinnovabili, al contrario di Tehran può procedere senza intoppi perché non vincolata da alcun tipo di accordi sul nucleare.



Un’altra questione è il possesso di armi nucleari, da cui non è esente neanche l’Italia

Nel mondo ci sono in tutto 14 mila ordigni nucleari, un numero in leggero calo rispetto al 2018 e per niente paragonabile al tetto massimo delle 70 mila armi nucleari durante gli anni ’80, il picco della Guerra Fredda. Il 93% di queste armi continua a essere posseduto da Stati Uniti e Russia, mentre il restante da Gran Bretagna e Francia (gli unici due in Europa a possedere ordigni nucleari), India, Pakistan, Cina, Israele, Corea del Nord. Il governo italiano non ha mai ammesso la presenza di testate nucleari sul suo suolo. Come tutti i paesi europei che hanno aderito alla Nato, fa parte di un’alleanza nucleare e quindi custodisce un ordigno.

Notiamo come più della metà della popolazione mondiale vive in paesi dotati di armamenti nucleari o che fanno parte di alleanze nucleari. E, soprattutto, come l’accumulo di armi sul confine indo-pachistano rafforza il pericolo di una guerra nucleare.

Nel 2017 l’Onu ha varato il Trattato per la proibizione delle armi nucleari, votato da 122 paesi membri, tra cui ad esempio molti dell’Africa (Angola, Algeria, Congo, Nigeria…), del Sud America (Brazil, Colombia, Chile…) e dall’Irlanda.

Francesca Santoro

 

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