Il culto indiano di Hitler; quando la disinformazione diventa mercato

Immaginereste, nel 2019, di trovarvi di fronte a un negozio di abbigliamento chiamato Hitler?

In quest’epoca di neo-revisionismo storico, probabilmente la cosa sarebbe molto probabile; ma non in Europa.

Il negozio in questione si trovava ad Ahmedabad, nella popolosa e mistica India. In realtà nel 2012 il proprietario dell’outlet fu costretto a chiudere, a causa di quell’infelice insegna che recava il nome del Fuhrer, con una bella svastica al posto del punto sulla “I”.

Lo stesso tentò di giustificarsi, sostenendo che quello fosse il nome di suon nonno, ma la vicenda ha scoperchiato un vaso di misteri che solo recentemente sono stati portati a conoscenza.

È, infatti, molto frequente imbattersi in presunti omaggi ad Adolf Hitler, girando attraverso il continente indiano.

Una particolarità molto sottile che potrebbe avere diverse spiegazioni.

L’India e il “culto” di Hilter; affinità spirituali o strategie di marketing?

La più comune fra le ipotesi potrebbe risiedere nella simbologia del Reich, carica di simboli esoterici e spirituali che richiamano le filosofie orientali; tra esse ovviamente lo Swastika, il simbolo religioso, originario delle culture eurasiatiche che ritroviamo impresso anche in alcune iconografie sacre della tradizione Indù, tra cui il Dio Ganesh.




Ma in realtà la popolarità del feroce dittatore nazista si spiega attraverso una pura, anche se incomprensibile, strategia commerciale.

Molti sono, infatti, i souvenir in vendita dedicati a Hilter, nelle megalopoli indiane, alla stregua dei numerosi locali ispirati al nazismo in Giappone, Indonesia, Cambogia e Myanmar, ma è proprio in alcune realtà del nuovo colosso della tecnologia, che Hitler riesce a esercitare ancora una sorta di adorazione, quasi spirituale.

Basti pensare che il Mein Kampf, ossia il manifesto politico di Hitler è, da anni, un perenne best-seller in tutte le librerie online. Il nome di Hitler è stato addirittura utilizzato per un bistrot aperto a Mumbai nel 2006 e una Spa inaugurata nel distretto di Nagpur nel 2011.

Un episodio che ha fatto molto discutere riguarda la pubblicazione di un libro per bambini, dal titolo Leaders, pubblicato da Pegasus e dedicato ai personaggi più influenti del XX secolo. Lo scandalo è uscito fuori, quando si è scoperto che in mezzo al Mahatma Ghandi e Nelson Mandela, compariva anche Adolf Hitler.

L’editore indiano Annshu Juneja si è limitato a spiegare che Hitler era stato inserito nel libro, per la capacità d’influenza che ebbe sulla massa. In buona sostanza l’analisi non si sofferma sulla linea politica e le azioni intraprese come dittatore, ma sulle sue “presunte” qualità di leader d’opinione.

Dalla letteratura al cinema il passo è breve: così ecco spuntare fuori un film, realizzato in Punjab, dove il nome di Hitler diventa parte del titolo della pellicola; Hero Hitler in love.

La spiegazione sta nella scarsa informazione storica, sostenuta anche dalle politiche estremiste del premier Modi, riguardo alle atrocità commesse dal regime nazionalsocialista in tutta Europa.

A tal proposito, nel 2004 uscì un articolo sul New York Times il quale evidenziò come alcuni testi scolastici utilizzati nelle scuole dello Stato di Gujarat, raccontavano la storia di Hitler e della Germania nazista come una democrazia illuminata, con un leader che era riuscito a dare prestigio e dignità all’intera nazione. Una vocazione identitaria che in parte giustifica uno sterminio che in India è poco conosciuto.

Da europei dal XXI secolo quindi, è inevitabile rimanere sconcertati di fronte a questa rinnovata vicenda di oscurantismo storico; specie da una cultura millenaria, centro spirituale delle più importanti filosofie religiose della storia, la cui nascita s’incrociò parallelamente con la colonizzazione feroce dell’allora impero britannico.

 




La popolarità di Hitler però non è accompagnata da sentimenti di antisemitismo.

L’inadeguatezza del sistema scolastico e le contraddizioni di un mondo a due velocità, non fanno altro che riportare indietro gli orologi della storia.

Quando nel 1973 Martin Scorsese debuttò con il suo primo lungometraggio Mean Streets, alcuni rimasero basiti da una scena in particolare. Durante una processione religiosa a Little Italy, la banda suona Faccetta Nera. Perché? Come mai? Perché ancora negli anni ’70 i molti italiani emigrati prima della guerra, non conoscevano tutto quello che avvenne in Europa. Sapevano del Fascismo, ma non dei simboli a esso associati. Il risultato era che il repertorio della musica popolare italiana arrivata oltreoceano, metteva nel calderone tutto quanto: così era possibile ascoltare un brano del regime e subito dopo O bella ciao!

La scarsa inculturazione e la poca informazione storica gioca un ruolo preminente nella costruzione di un mito:

“Se Hitler non avesse indebolito l’impero britannico durante la Seconda Guerra Mondiale, spiega il sociologo Navras Jaat Aafreedi, gli inglesi non se ne sarebbero mai andati dall’India”.

Il “culto dell’eroe” è un elemento fondante della società indiana, e l’ammirazione per i grandi leader, anche militari, soddisfa un bisogno di ricerca di un carisma più umano e meno mistico, qual è il patrimonio culturale indiano.

È possibile rimanere basiti e magari critici, ma l’indignazione dovrebbe essere una lacuna per i conservatori mitteleuropei, considerati detentori di un pensiero unico e infallibile, la cui sola invocazione è: “Per non dimenticare” e “mai più”. Il triste revisionismo storico che in questi anni alimenta il negazionismo, le più ridicole teorie complottiste non può essere associato a un problema di disinformazione, che esiste in tutto il mondo.

Forse i più disinformati in questo momento sono proprio gli europei: quelli che urlano contro l’integrazione, ma anche quelli che giudicano paesi e governi che non conoscono: quelli che condannano il regime siriano, ma accettano l’embargo all’Iran e vanno a giocare a calcio in Arabia Saudita; quelli che erano contro la guerra in Iraq, ma implorano la testa di Maduro in Venezuela; quelli che non sanno, non vogliono sapere e per questo dicono come deve andare il mondo.

Pensate che il problema sia un bambino che mangia un gelato con un’etichetta scandalosa?

Fausto Bisantis

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