Afghanistan, niente più accordi fra governo in crisi e attentati dei talebani

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Afghanistan
Il generale del Corpo dei Marines Joe Dunford parla ai militari a Camp Sharob

Niente più accordi coi talebani: a tirare un sospiro di sollievo è anzitutto il governo dell’Afghanistan. L’ennesimo colpo di testa di Donald Trump, il quale aveva imprevedibilmente annunciato le trattative in corso con i fondamentalisti, l’aveva messo in serie difficoltà, in uno scenario che vede le truppe dei jihadisti rafforzarsi e la speranza di un dialogo interno al Paese sempre più lontana.

Intanto il consenso nei riguardi dei ribelli cresce di pari passo con il malcontento verso l’esecutivo guidato dal presidente Ashraf Ghani, con il quale le tensioni sono aumentate in seguito al negoziato che si è svolto in Qatar senza la presenza concreta delle autorità di Kabul. Recentemente alla notizia di un accordo ormai prossimo era seguita un’offensiva dei fondamentalisti culminata negli attentati del 3 e 5 settembre nella Capitale, in cui sono state 12 le vittime, fra le quali un soldato statunitense. La versione di Trump è che questa sarebbe la ragione per cui, con un semplice tweet, ha dato al mondo la clamorosa notizia d’aver invitato i rappresentanti dei talebani nella residenza ufficiale a Camp David per il 9 settembre, ma di aver annullato l’appuntamento all’ultimo minuto. Fonti autorevoli ritengono che sia stata proprio una lite su tale invito la goccia che ha fatto traboccare il vaso tra il presidente e il consigliere alla sicurezza John Bolton, prima delle dimissioni di quest’ultimo.

Benché le vedute dei due fossero distanti su diversi piani – dai rapporti con l’Iran a quelli con la Corea del Nord –, la questione Afghanistan deve aver giocato un ruolo importante. Tanto che il funzionario sarebbe arrivato a rifiutarsi di rappresentare pubblicamente le posizioni dell’amministrazione su questo nodo, nella ferma convinzione che un accordo coi talebani fondato sul ritiro delle truppe servirebbe unicamente a dare ampio margine ai fondamentalisti. Del resto, non tutti ricordano che alcune delle critiche più dure nei riguardi di Obama quando agitò la possibilità di un ritiro delle truppe nel 2011 provenivano proprio da Bolton. Questi è considerato un falco per le sue posizioni, e forse a ragione. D’altro canto, va detto che la sua probabile nausea all’idea di sedersi coi talebani proprio alla vigilia dell’11 settembre appare come il contraltare delle pulsioni che animano i fondamentalisti stessi, che in occasione dell’anniversario hanno lanciato un razzo nei pressi dell’ambasciata statunitense. Trump ha dichiarato che negli ultimi quattro giorni i ribelli hanno subito attacchi senza precedenti in un’offensiva che non si fermerà.

Troppi i nodi da sciogliere per chiudere i negoziati, dal taglio dei rapporti dei talebani con l’Isis alla rottura di quelli con al-Qaeda

Ha usato poi toni apocalittici nel descrivere quali sarebbero le reazioni statunitensi nell’ipotesi di una incursione dei terroristi nel territorio americano, in risposta alle parole del leader di al-Qaeda Ayman al-Zawaihri, comparso in video per annunciare nuovi attacchi. Il successore di Bin Laden ha inoltre invitato i musulmani a colpire nuovi obiettivi contro diversi Paesi, inclusi Stati europei come la Francia e la Gran Bretagna; in questa cornice il presidente americano ha sottolineato la chiusura dei negoziati con i talebani. Sembra che l’incontro segreto avrebbe visto finalmente intorno a un tavolo sia il presidente Ghani che i leader ribelli, avviando un processo volto a trovare una soluzione politica più vasta del conflitto in corso. Era questo, originariamente, l’obiettivo dei negoziati, ma i ribelli finora hanno rifiutato ogni possibilità di confronto con il governo dell’Afghanistan, che vedono come nemico di Allah e alleato degli americani, fino al ritiro delle truppe USA. Un passaggio che la bozza d’accordo prevedeva gradualmente, con una prima uscita di 5.000-5.400 truppe entro 135 giorni dalla firma e il definitivo ritorno a casa delle 14.000 totali nell’arco d’un massimo di 16 mesi. Ma i nodi da sciogliere sono ancora tanti, a cominciare da una credibile rottura di ogni rapporto, da parte dei talebani, con al-Qaeda, e l’impegno a ridurre gli scontri armati: obiettivi che in assenza d’un processo politico condiviso appaiono in realtà difficili da raggiungere.

Altro impegno richiesto alla controparte dagli USA, il taglio di ogni possibile legame con l’Islamic State, che ha rivendicato l’attacco kamikaze nella zona occidentale di Kabul in cui sono rimaste vittime almeno 63 persone durante un matrimonio sciita lo scorso 17 agosto. Un attentato che è suonato come una risposta immediata all’annuncio dei negoziati. Le rispettive reazioni alla scelta di Trump da parte del governo e dei ribelli sono state da un canto il sollievo per l’interruzione di trattative alle quali di fatto le autorità si sono viste escluse, e dall’altro i toni minacciosi di chi ha sottolineato come quelli che hanno più da perdere con questa decisione sarebbero proprio gli USA. Secondo l’inviato speciale Zalmay Khalilzad l’accordo, che avrebbe messo fine ad un conflitto durato 18 anni, costato la vita a 2.300 americani, era stato siglato “in linea di principio” e attendeva la firma del presidente Trump. Negli stessi giorni in cui veniva dato questo annuncio, la scorsa settimana, un’autobomba esplodeva a Kabul, segno di un evidente tentativo da parte dei talebani di forzare la mano al tavolo delle trattative. I due attentati hanno mostrato come le preoccupazioni dell’intelligence americana fossero fondate in merito alla fragilità d’una situazione poco compatibile con la fretta per la Casa Bianca di conseguire un risultato politico in Afghanistan che era stato centrale nella campagna elettorale.

Dietro l’apertura al dialogo la propaganda di Trump e quella dei talebani, che non fermano la loro avanzata

La stessa scadenza del 2020 appare infatti difficilmente dettata dalle riflessioni degli analisti e piuttosto compatibile con la data delle prossime elezioni presidenziali negli USA, dunque da ragioni di propaganda. Quella dei talebani è invece ora incentrata sulla propria metamorfosi: affermano di essere cambiati, di aver riflettuto sulle politiche estremiste intraprese in passato, e di volere oggi un regime diverso, del quale il simbolo più significativo è l’istruzione delle bambine nei territori occupati. Un dato che senza dubbio rappresenta un effettivo passo avanti nel futuro dell’Afghanistan, ma che accompagnato ad altri meno visibili, come l’attentato nei riguardi di un giornalista preso di mira dai ribelli, rivela la cornice squisitamente politica dell’improvvisa “conversione” dei jihadisti. Ed è in questa cornice che va inserita un’apertura al dialogo e alla pace sulla quale i ribelli hanno fondato parte della loro recente linea di comunicazione nei confronti del popolo afghano, rendendo difficile quantificare la volontà effettiva d’intraprendere un processo dialogico con concreti risultati diplomatici.

Oggi i talebani controllano quasi la metà dell’Afghanistan, ed è stato questo un elemento determinante nella scelta dell’amministrazione americana di considerarli come possibili interlocutori. Le ultime grandi operazioni militari, nel 2006 e nel 2007, non hanno fermato la loro avanzata, e sono seguite al vasto bagno di sangue che ha caratterizzato il primo quinquennio del conflitto, dopo che le forze USA hanno rovesciato il regime accusato d’aver dato rifugio ad al-Qaeda. In base ai dati del Watson Institute della Brown University, 58.000 afghani fra agenti e componenti del personale militare sono stati uccisi insieme a 42.000 ribelli. Almeno 3.500 membri delle forze internazionali sono morti dal 2001, mentre secondo un rapporto del 2019 delle Nazioni Unite sono 32.000 i civili che hanno perso la vita nel conflitto.

Il popolo abbandonato si rivolge ai jihadisti: la guerra ha portato ai talebani un consenso che prima non avevano

Nella prima metà di quest’anno ne sono deceduti circa 4.000, e in seguito all’annuncio dei negoziati non ha fatto che aumentare la tensione per il popolo dell’Afghanistan che, rimasto all’oscuro delle trattative fino ai recenti exploit, vive nell’angoscia. Le reazioni di una parte dell’opinione pubblica alla notizia delle trattative con i ribelli sono state di preoccupazione circa l’esclusione delle autorità locali, in modo particolare fra i rappresentanti delle minoranze e delle donne che conservano l’indelebile ricordo del regime talebano. Il governo legittimamente e democraticamente eletto è attualmente ciò che separa 18 milioni di donne, molte delle quali in condizioni di vulnerabilità estrema, da un ritorno sotto il giogo opprimente dei fondamentalisti. Gli attivisti hanno inoltre fin da subito sottolineato come un negoziato con i jihadisti avrebbe dato legittimità alle loro posizioni, ma queste voci si sono ritrovate a loro volta escluse e liquidate dagli Stati Uniti da un lato, e minacciate dall’altro dai ribelli. Al tempo stesso sia i soldati che la popolazione si sentono abbandonati dal governo, e se questo viene percepito distante, i talebani che offrono servizi, aiuti, cibo appaiono invece sempre più vicini a quegli abitanti che hanno perso i familiari nelle stragi e oggi si arruolano con i jihadisti. Percependo in questi ultimi un cambiamento rispetto all’attitudine impositiva che ne caratterizzava l’opprimente regime, si rivolgono magari al sacerdote, che esercita un ruolo comunitario in un luogo senza legge e piagato dalla corruzione.

In quest’assenza di ordine sociale l’implementazione della Sharia ha portato consenso ai talebani, nonostante le pratiche orribili che vanno dalla lapidazione alla decapitazione. Allo stesso modo, la Corte istituita dai fondamentalisti si va sovrapponendo in alcune zone ai tribunali corrotti dov’è il nepotismo a regnare sovrano. Per molti afghani infatti oggi una giustizia sommaria è preferibile all’assenza di giustizia. Insomma, il paradosso è che la guerra in Afghanistan sta portando ai talebani un consenso che prima non avevano.

Camillo Maffia

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