After the storm: istantanea di una famiglia

"Ritratto di famiglia con tempesta" di Hirokazu Kore'eda, regista del premiato "Father and son", arriva in Italia finalmente dopo un anno dalla presentazione nella sezione Un Certain Regard di Cannes.

Il cast di Ritratto di famiglia ocn tempesta: Yoko Maki, Taiyo Yoshizawa, Hiroshi Abe e Kirin Kiki. Fonte: mymovies.it
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Ryota (un ottimo Hiroshi Abe) è intrappolato in un vicolo cieco e la famiglia, ora composta solo dalla sorella maggiore e dall’anziana madre Yoshiko (la sensibile e dolce interprete Kirin Kiki), lo vuole spingere a riprendere le redini della sua vita.

Un tempo scrittore premiato, è costretto a lavorare in una sordida agenzia investigativa per pagare gli alimenti alla moglie Kyoko (Yoko Maki) che si è rifatta una vita e gli ha tolto il figlio Shingo (Taiyo Yoshizawa). La sua routine non esce all’infuori del suo circolo vizioso di scommesse alla lotteria, la ricerca fino al pedinamento del figlio in compagnia della madre e i suoi continui “blocchi dello scrittore”.

L’occasione per riconciliarsi con l’ex-moglie ed il figlio potrebbe ripresentarsi a casa della madre durante un tifone che li costringe a stare tutti e tre nell’appartamento…

Nel 2013 Hirokazu Kore’eda era già stato a Cannes nel concorso principale vincendo il Premio della giuria per il film Father and son, dove si può ritrovare una delle sue attrici favorite, l’eccellente Yoko Maki.

Da sin. a destra: Taiyo Yoshizawa (Shingo), Hiroshi Abe (Ryota) e Yoko Maki (Kyoko) in una scena del film. Fonte: torino.carpediem.cd

Questo film di tre anni posteriore è passato a Cannes per la sezione Un Certain Regard ed il titolo originale, After the storm, è stato tradotto per la distribuzione italiana con Ritratto di famiglia con tempesta. Certamente il nuovo titolo coglie il punto ma sarebbe ora che i nostri traduttori si diano una bella calmata e non s’impongano così tanto colpendo in tal modo pure le serie tv e i dialoghi di altri film, magari anche con risultati grotteschi.

Tralasciando però questi cavilli che nella visione vengono completamente dimenticati, lo spettatore si trova davanti ad un film perlopiù d’interni e di puro, cristallino intimismo. Il gusto orientale ha sempre avuto il suo modo unico ed elegante di manifestarsi sullo schermo nella costruzione dell’immagine, il ritmo contemplativo, la composizione simmetrica dell’inquadratura.

C’è una frase del film di Ang Lee La tigre ed il dragone che spiega perfettamente il modo di fare film dell’Estremo Oriente, pur riferendosi alla lotta marziale: Così come la verità è nel silenzio, la forza è nella quiete.

A chi non è abituato a questi ritmi, è bene far capire la pazienza che soprattutto i giapponesi pongono nel loro modo di concepire l’arte e la vita, in fondo mai perso perfino a contatto con la modernità: ogni cosa è armoniosa all’occhio, giostrata nelle simmetrie secondo non solo la loro arte antica ma anche la lezione dei maestri cinematografici come Masahiro Shinoda, autentico pittore della cinepresa, Yasujiro Ozu, Mizoguchi e Kurosawa che è la punta dell’iceberg.

Kore’eda fa proprio questo senso geometrico tradizionale riprendendo il dibattito sulla famiglia giapponese e sulla sua disgregazione con un senso armonico della posizione della camera, al contempo naturale e studiata per piacere all’occhio senza eccedere nel simbolico.

Il ritmo è costruito in riprese lunghe per vedere ed ammirare lo svolgersi delle situazioni e dei rapporti negli ambienti quotidiani e non perde la sua lucidità nell’oscillare tra la descrizione dell’invasiva modernità di stampo occidentale e i residui della tradizione nei rituali giornalieri.

C’è pure, nel film, il tocco della favola ma senza il lieto fine che la drammaturgia occidentale impone. Nel finale, che lascerà dispiaciuta metà del pubblico, c’è un senso di libertà e di un rispetto che il nostro senso di possessione non riesce a cogliere.

Al personaggio della nonna Kore’eda dona la poesia dei valori antichi, come nella scena in cui, nel giardino del quartiere, lei ricorda una farfalla che aveva visto come reincarnazione del marito defunto pronto eventualmente a portarla con sé, ma a cui lei ribatte con un gentile rifiuto procrastinando il loro futuro incontro con umorismo leggero e la levità di chi sa lasciare andare e dare alle persone o alle cose il proprio tempo.

Lo stile visivo contribuisce al benessere della visione con grande calma e pazienza, cosa che molti registi occidentali dovrebbero imparare senza bombardarci di suoni o immagini volgari.

Come consiglio finale non poteva mancare l’invito di vederlo in famiglia. Per chi fosse interessato alle lingue, lo si veda in lingua originale con sottotitoli.

Antonio Canzoniere

 

 




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