Aggressività nei cani di canile, il CBD potrebbe ridurne l’intensità verso l’uomo

Secondo uno studio italiano, l’uso del cannabidiolo (CBD) potrebbe ridurre le manifestazioni di aggressività nei cani ricoverati in canile, migliorandone il benessere psicofisico.

Il cannabidiolo (CBD)

La Cannabis sativa è una pianta erbacea della famiglia delle Cannabaceae, che viene ampiamente utilizzata nell’industria tessile. Tuttavia, è conosciuta anche per le proprietà terapeutiche e psicoattive di alcuni suoi composti chimici, comunemente detti cannabinoidi. In particolare, il cannabidiolo (CBD) ha un effetto analgesico riconosciuto sul dolore cronico e non è tossico né per l’uomo né per gli animali. Partendo da questa evidenza, il team di ricerca ha voluto valutare se il CBD influenza anche l’aggressività nei cani tenuti in canile.




Lo studio

Pubblicato sulla rivista Scientific Reports , l’esperimento è stato condotto da un team tutto italiano presso il canile comunale di Muratella (Roma). Dopo aver suddiviso il campione di 24 cani (22 maschi e 2 femmine) in due gruppi: al primo, i ricercatori hanno somministrato il CBD e, al secondo, un placebo (olio di oliva), per 45 giorni. Il dosaggio del cannabidiolo è stato deciso in relazione al peso di ciascun esemplare (1 goccia di olio / 2 kg di peso). Partendo dai risultati di altri esperimenti circa l’effetto benefico del CBD come antidolorifico sui cani e sui gatti , il team ha ipotizzato che potesse ridurre anche lo stress e l’aggressività nei cani ricoverati in canile.

I risultati

Negli esemplari trattati con CBD si è registrata nel tempo una diminuzione dei livelli di

aggressività nei cani di canile
Alcuni dei cani dello studio. Foto Eugenia Natoli

aggressività verso l’uomo, mentre nel gruppo di controllo questo non si è verificato;  tuttavia le differenze tra i due campioni non sono risultate statisticamente significative. Per

quanto concerne i comportamenti legati allo stress (es. stereotipie e spostamento continuo) non si sono osservati dei cambiamenti particolari. Infine, l’analisi di tutti i modelli comportamentali dei cani non ha evidenziato una riduzione dell’attenzione o delle capacità percettive verso l’ambiente, suggerendo quindi che il CBD non ha influenzato questi parametri. Quest’ultimo risultato è molto importante, poiché esclude la possibilità che l’aggressività sia diminuita in risposta a un’alterazione delle capacità percettive degli animali.

La scelta dei cani

Per ragioni sperimentali si è dovuto optare per cani che fossero in canile da almeno nove mesi. Infatti, l’ingresso al rifugio può essere una fase talmente delicata, da determinare risposte comportamentali, fisiologiche e immunologiche anomale. Tra gli altri criteri di inclusione si ricordano:

  • l’età compresa tra 1 e 10 anni;
  • fisicamente sani;
  • comprovata presenza di disturbi comportamentali.

Il netto sbilanciamento tra i due sessi ha trovato giustificazione nella carenza di femmine che soddisfacessero i parametri scelti per l’esperimento. Per quanto concerne la razza, non è stato adottato alcun criterio specifico, infatti l’intero gruppo comprendeva 18 meticci e 6 cani di razza pura (1 Bull terrier, 1 Bullmastiff, 1 Cane Corso italiano e 3 American pit bull terrier). Nessuno dei cani, nonostante l’indubbia presenza di disturbi comportamentali gravi, stava già seguendo un trattamento terapeutico.




ECS, sistema endocannabinoide

Il CBD interagisce con gli organismi viventi attraverso il sistema endocannabinoide, nel quale ci sono i recettori specifici dei cannabinoidi (CB). Nei Mammiferi l’ECS ha un ruolo cruciale nel sistema nervoso, perché regola diversi processi, quali la riposta al dolore, l’appetito, l’umore e la memoria. In particolare, i fattori di stress stimolano la reattività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, cui segue un aumento della quantità di glucocorticoidi in circolo. Il CBD agisce come una “sostanza regolatrice” del sistema endocannabinoide, modulando quindi dei meccanismi già esistenti nell’organismo. Infatti, tende a ripristinare l’equilibrio dopo che si è verificato uno squilibrio nel sistema ECS.

aggressività nei cani di canile
Uno dei cani dello studio. Foto Eugenia Natoli

L’aggressività nei cani di canile

Spesso confusa con il concetto di dominanza, l’aggressività è un istinto, che ha la funzione di tutelare la sopravvivenza dell’individuo. In genere, gli etologi distinguono il comportamento aggressivo interspecifico, ad esempio quello del predatore verso la preda, dall’intraspecifico, che si manifesta invece tra individui della stessa specie. L’ingresso in canile può essere un evento molto stressante per i cani  e può favorire la comparsa di determinati comportamenti anomali. Di solito, con il tempo si osserva un miglioramento, ma questo purtroppo non sempre accade, trasformando di fatto una fase di stress in una condizione patologica cronica, che provoca un malessere importante nell’animale. L’aggressività nei cani di canile di questo studio veniva manifestata tramite una serie di moduli comportamentali:

  • contrazione eccessiva dei muscoli;
  • peli diritti;
  • dilatazione delle pupille;
  • aumento della pressione sanguigna.

Prospettive future

Secondo questo studio, i risultati sono ragionevolmente buoni per pensare di migliorare il benessere dei cani in canile con l’ausilio del CBD. Però, rimane indubbia l’importanza di fare ulteriori indagini, preferibilmente su un campione più ampio di cani. L’auspicio è di trovare altre conferme e, soprattutto, di rilevare anche una significatività statistica ad oggi assente. Infatti, se il trattamento con CBD dovesse confermarsi efficace, in un futuro prossimo si potrebbe avere un ottimo strumento per migliorare il rapporto tra i cani e il personale del canile, facilitandone anche la gestione e aumentando il benessere degli animali.

I numeri del randagismo

Tra le principali cause di abbandono si annovera la comparsa di disturbi comportamentali, che spesso in canile peggiorano, rendendo poi più difficile la ricerca di una nuova famiglia. Addottare un cane, in allevamento o in un rifugio, è un gesto molto bello, ma soprattutto una responsabilità, altrimenti può diventare un danno, principalmente per il cane. In Italia, il randagismo è un fenomeno ancora molto diffuso, in particolare nel Mezzogiorno, dove si osservano i numeri più preoccupanti. Lo confermano le indagini della LAV, che ogni anno rilascia i dati, nel tentativo di informare e quindi contrastare un problema grave e costoso per la collettività. Nel 2020, sono entrati in canile 118.567 cani (una media di un cane ogni quattro minuti) e purtroppo mancano i numeri di Calabria e Sicilia, due regioni nelle quali si registrano spesso livelli molto elevati di abbandono.




Il randagismo è l’effetto di una sostanziale ignoranza

Per quanto i rifugi si impegnino nella gestione dei cani randagi, cercando di garantire loro un adeguato livello di benessere, i numeri degli ingressi sono oggettivamente insostenibili. Inoltre, in mancanza di adozioni, gli animali sono poi costretti a vivere in gabbia per anni, se non per tutta la vita. Nonostante una lieve flessione degli abbandoni, la situazione rimane critica e, infatti, il randagismo rappresenta ancora un grave problema del nostro Paese. Per combattere un fenomeno simile, è necessaria un’adeguata informazione dei cittadini, non solo promuovendo l’adozione, ma soprattutto informando su quali siano le principali cause del fenomeno. A tal proposito, sarebbe opportuno fare:

  • campagne per l’identificazione e iscrizione in anagrafe degli animali d’affezione. Infatti, i dati dimostrano che all’aumentare dei cani iscritti diminuisce il numero in canile e contemporaneamente aumentano le restituzioni in caso di smarrimento;
  • campagne sulla sterilizzazione degli animali di privati cittadini come migliore forma di prevenzione. Infatti, le cucciolate casalinghe sono tra le principali cause di incremento del randagismo;
  • conferimento agli adottanti di buoni da spendere per le spese veterinarie e/o per l’acquisto di cibo. Invece, non promuovere incentivi economici, perché potrebbero spingere verso adozioni inconsapevoli da parte di persone che non possono in realtà permettersi il mantenimento di un animale;
  • promuovere l’accoglienza dei cani negli ambienti pubblici, facilitando la gestione degli animali nelle aree urbane e nelle strutture turistiche;
  • combattere il traffico di cuccioli dall’estero che alimenta un mercato illegale di cani di “razza”, che spesso sono malati e privi di appropriata documentazione.

Il miglior test per la scelta di un cucciolo è quello di guardarsi onestamente allo specchio.

Nel leggere la lista soprastante ci si rende conto di quanti gravi problemi può creare l’uomo semplicemente ignorando dei dati oggettivi, che ormai sono ampiamente noti. Un tempo, forse, si sapeva molto di meno e il non conoscere poteva sostanzialmente giustificare i fatti, ma oggi non più. Oggi sappiamo. Oggi possiamo informarci. Quindi, oggi, quello che accade non è più un errore, ma un perseverare imperdonabile, che possiamo e dobbiamo evitare.

Perché si, l’adozione non è un gesto d’amore. L’adozione è prima di tutto una scelta da fare con consapevolezza per diventare poi un vero gesto d’amore. 

Carolina Salomoni

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