Agricoltori indiani, continua il più grande sciopero mai esistito

Migliaia di agricoltori indiani sono scesi in piazza contro le riforme introdotte dal governo di Narendra Modi. I contadini hanno incrociato le braccia al grido di “bharat bandh” proclamando il più grande sciopero mai esistito. La serrata, infatti, prosegue da settimane e non accenna a fermarsi: New Delhi è assediata da più di due milioni di lavoratori.

Le riforme introdotte da Modi

Il 20 settembre, senza alcuna consultazione con le parti interessate, Modi ha fatto approvare al Parlamento tre leggi che liberalizzano la vendita di prodotti agricoli, spingendo verso un mercato unico. Contadini e commercianti possono adesso acquistare e vendere merci senza limite di prezzo, non solo sui mercati regolamentati dallo stato, ma anche con privati. Con le riforme si prevede anche l’eliminazione di intermediari fra i produttori e i compratori.

Le preoccupazioni degli agricoltori

Questo ha destato preoccupazioni fra gli agricoltori indiani, che temono di non avere abbastanza potere per trattare con le grandi società di distribuzione, con cui avranno a che fare direttamente. La diminuzione dei vincoli sui prezzi, inoltre, potrebbe costringerli a svendere i propri raccolti, adottando tariffe troppo basse per il loro sostentamento.

Il sistema adottato finora era certamente imperfetto, ma tutelava maggiormente i piccoli agricoltori indiani. Le restrizioni sulle piazze commerciali, l’obbligo di intermediari e un regolamento dei flussi tra gli stati premettevano al governo di accumulare scorte strategiche. Queste, principalmente di riso e grano, venivano poi redistribuite a prezzi bassi alla popolazione più povera, assicurando ai produttori un reddito dignitoso.

La pandemia di Covid-19 ha inasprito le già difficili condizioni dei contadini, unita a una crescente dipendenza dai prodotti chimici nelle coltivazioni, alla mancanza di acqua e alle disastrose conseguenze del cambiamento climatico.

Scoppiano le proteste

Le nuove manovre sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso. I contadini del Punjab hanno bloccato per settimane il passaggio dei treni. Il malcontento si è poi diffuso in altre zone come l’Haryana, l’Uttarakhand e l’Uttar Pradesh.

Il 26 novembre i leader delle proteste hanno organizzato uno sciopero a cui hanno aderito 250 milioni di agricoltori indiani.

Nello stesso giorno, migliaia di lavoratori si sono messi in marcia verso la capitale, resistendo ai gas lacrimogeni e ai cannoni ad acqua che la polizia ha usato per bloccarli. La protesta ha raccolto il consenso di oltre 400 sindacati e dei partiti all’opposizione, coinvolgendo sempre più stati.

La risposta del governo

Il governo ha aperto un tavolo di trattative il 3 dicembre e ha offerto di modificare alcune disposizioni, sperando di calmare le rivolte. Gli agricoltori indiani hanno però reagito con fermezza, richiedendo la revoca generale delle riforme. Modi ha cercato allora di sminuire i movimenti, legandoli a fake news diffuse dai suoi avversari e chiamando i contadini “terroristi”. Il leader del Bharatyia Janata Party ha ordinato alla polizia di utilizzare il pugno di ferro e spera che le sollevazioni si affievoliscano. Quello che forse il governo non ha capito, è che il fenomeno in corso è particolarmente importante sia come dimensioni che in quanto a determinazione dei partecipanti.

I contadini costituiscono la metà della forza lavoro del paese e l’86% di loro è un piccolo produttore. Si parla di 650 milioni di coltivatori.

La ribellione si sta inasprendo: nonostante le violenze e il freddo i contadini continuano a presidiare in strada e dichiarano di poterci restare anche per mesi.  Narendra Modi potrebbe aver fatto male i suoi calcoli.

Alessia Ruggieri

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