Ai sopravvissuti spareremo ancora: cogliere e capire la violenza nascosta

Claudio Lagomarsini e un romanzo che ci costringe a scavare la nostra quotidianità

"Ai sopravvissuti spareremo ancora", recita il cartello a difesa di una proprietà.
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Ai sopravvissuti spareremo ancora, romanzo d’esordio di Claudio Lagomarsini edito da Fazi Editore, colpisce alla sprovvista e mette alle corde. Perché ci mostra in azione gli effetti più deleteri di alcuni tratti della nostra cultura cui di solito non facciamo caso.

Ai sopravvissuti spareremo ancora non è una bella storia. Non è il genere di storia che risolleva aprendo spiragli di ottimismo. Perché leggere questo romanzo, allora?

Franz Kafka scriveva:

Bisognerebbe leggere libri che feriscono. Se un libro non ci sveglia come un pugno sul cranio, perché leggerlo?




Per Kafka un libro deve essere “un’ascia per rompere il mare di ghiaccio che abbiamo dentro”. Deve assalirci, turbarci. Ai sopravvissuti spareremo ancora fa esattamente questo: racconta una storia avvincente lasciandoci addosso un’amarezza insanabile. O peggio: un inaspettato senso di colpa.

Perché gli atteggiamenti che Marcello, liceale solitario e idealista, ascrive nei suoi diari agli adulti che lo circondano ci sono ben noti.

Magari non li condividiamo, ma fanno parte di una mentalità familiare. Quella dei nostri genitori, dei nostri nonni. Quella che ritroviamo in conoscenti e vicini di casa. Sono gli atteggiamenti, diffusi soprattutto al Centro-Nord, di una fetta consistente delle generazioni nate tra il 1930 e il 1960. E che molti nati successivamente hanno ereditato, personalizzandoli a piacere.

Come i personaggi del romanzo, queste sono persone normali con vite tranquille. Che ogni giorno, inconsapevolmente, coltivano machismo, furberie e un malcelato disprezzo degli altri e dello Stato.

Wayne, patrigno di Marcello, la nonna, il vicino di casa Tordo sono gli Italiani della porta accanto. Non particolarmente colti – fieri di non esserlo – ma abbastanza innocui, se si sorvola su una loro convinzione. Quella che esista una sola tutela per i loro diritti e averi costantemente minacciati dalle intenzioni altrui: la legittima violenza – verbale o fisica. Per denunciare questa perenne tensione che porta alla cancrena nei rapporti umani occorreva una penna sagace e dura. Lagomarsini la mette in mano a un adolescente arrabbiato, che intitola i propri scritti come l’ultima riga di un cartello venuto dall’America:

Proprietà Privata – Non Oltrepassare.

Ai sopravvissuti spareremo ancora.

Tragicamente perfetto anche per l’Italia che viviamo.




Nello sguardo di Marcello questa mentalità violenta resta uno scandalo incomprensibile. Per patteggiare con essa e darle finalmente un senso, l’integralismo dell’adolescenza va mitigato a vantaggio della comprensione. Serve uno sguardo abbastanza adulto per giudicare lucidamente, ma incolpevole.

Ecco allora che l’autore affida magistralmente quei diari alle mani del Salice, fratello minore di Marcello. Glieli affida ormai trentenne, molti anni dopo la tragedia che ha colpito la famiglia. A lui toccherà, aggrappandosi ai ricordi e lottando con le pagine, la sfida di comprendere una vicenda assurda. E un fratello indecifrabile come un estraneo.

Con Claudio Lagomarsini abbiamo discusso alcuni aspetti del romanzo, ragionando anche sulla società italiana e sulla letteratura che – speriamo – verrà.

Sul finire del romanzo il Salice descrive la tragedia vissuta come una fatalità. Dai diari di Marcello, invece, sembra che l’accaduto vada imputato alla mentalità violenta degli adulti. Secondo te, questa mentalità quanto pesa nella realtà di oggi? E come potremmo arginarla?

La prospettiva del Salice offre un punto di vista distanziato sulla vicenda, che invece Marcello ci racconta in presa diretta. Il suo coinvolgimento in alcuni frangenti rischia di renderlo troppo spietato. Il Salice, invece, cerca di dire che la violenza degli adulti è profonda e radicata, ma soltanto in parte va imputata a loro come individui. Una componente molto importante di quell’aggressività, infatti, sta nella “tradizione” a cui quegli uomini appartengono. Credo che questa inerzia continui anche oggi, sì. L’uscita infelice di Amadeus («una donna capace di stare un passo indietro rispetto al suo uomo») sembra pronunciata da personaggi come il Tordo o Wayne. Il rimedio è molto semplice: sta  nella cultura e nelle politiche educative.

Nel romanzo i giovani oscillano tra una sensibilità eccessiva e una profonda inconsapevolezza rispetto a questa violenza. Eppure, da adulti, proprio loro dovranno provare, magari partendo dalle famiglie e dal vicinato, a costruire una società diversa. Perciò , a chi sta finendo il liceo, come Marcello, o ai trentenni, come il Salice, quale messaggio vorresti rivolgere?

Non mi fido molto della letteratura che pretende di “dare messaggi” e, personalmente, non vivo la scrittura come una missione per cambiare il mondo. Adesso ho più o meno l’età che, nel romanzo, ha il Salice da adulto. E ne condivido i dubbi, la confusione, le incertezze. Il mondo del Tordo e di Wayne – il mondo degli “uomini forti” – è finito o dovrà finire presto: questa è una constatazione o una speranza che abbiamo in comune. Tuttavia, non ho una ricetta di mondo alternativa, forse non ce l’ha nessuno. Del resto non credo che il compito della letteratura sia indicare soluzioni ma, al contrario, rappresentare o escogitare problemi, meglio se irrisolvibili.




Immaginiamo per un attimo, però, che la letteratura invece possa cambiare il mondo: come potrebbe un romanzo cambiare l’Italia di oggi?

Se vogliamo fantasticare, mi piacerebbe un Grande Romanzo Italiano del XXI secolo scritto da un italiano o da un’italiana di seconda o terza generazione. Immagino un romanzo sull’Italia scritto da qualcuno che sia italiano, ma anche capace di adottare una prospettiva obliqua e stratificata. Una prospettiva che gli “Italiani per inerzia” sarebbero incapaci di fare propria.

Diversamente da Claudio Lagomarsini, noi crediamo che la letteratura possa cambiare il mondo.

Perciò, secondo noi, lo stile e l’idea di Ai sopravvissuti spareremo ancora ne fanno un libro che vale la pena leggere. Ma la sfida a non essere “Italiani per inerzia”, a rivedere quei tratti culturali che favoriscono violenza e prevaricazione, lo spinge oltre. E ne fa un libro da rileggere, con attenzione, anche nei prossimi anni.

 

Valeria Meazza

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