Albachiara: storia di un centro di accoglienza per minori chiuso dopo essere divenuto simbolo di speranza

Immagine Copertina Francesco Malavolta
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IL 3 agosto 2017, il centro di prima accoglienza per minori stranieri non accompagnati ha aperto le porte per accogliere i suoi primi ospiti nella città di Augusta, in Sicilia. Papa, Lamin, Cima, Vincent, Sarjo, Sheriff avevano un’età compresa fra 16 e 17 anni quando sono sbarcati a Catania dopo essere stati salvati dalla ONG spagnola Proactiva Open Arms. Nella loro memoria sono impresse le sensazioni che hanno accompagnato il salvataggio e i modi gentili dell’equipaggio SAR (Search & Rescue) che li ha recuperati proprio quando erano sicuri che sarebbero morti.




Una volta a bordo, alle persone salvate sono stati offerti acqua, cibo e dignità. Tutti sono stati accolti dopo viaggi e permanenze infernali nelle prigioni libiche che hanno lasciato segni evidenti sui loro corpi di adolescenti. Uno di loro è vivo solo perché i suoi carcerieri lo credevano morto: lo hanno picchiato così selvaggiamente da fargli perdere i sensi. Si sono sbarazzati di lui, gettando il suo corpo martoriato su una strada deserta finché un buon uomo lo ha trovato e aiutato a guarire. Ora sta bene, è molto timido e diffidente e lavora come sarto a Siracusa. Nel suo paese -il Gambia- era proprio quello il suo lavoro.

Il giorno seguente, 30 minori eritrei sono sbarcati al porto di Augusta e da lì sono stati trasferiti presso la stessa struttura. Una volta giunti ad Albachiara, agli ospiti è stata assegnata una stanza, hanno ricevuto un kit per l’igiene personale e delle regole di convivenza. Colazione alle 7:30, pranzo alle 12:30 e cena alle 19:30. Dopo l’enorme caos iniziale visto l’improvviso arrivo di così tante persone, la vita ha iniziato a scorrere normalmente e i giovani sopravvissuti di questo esodo in massa si sono gradualmente abituati alla routine ad Augusta, una città tristemente nota per l’inquinamento ambientale e le raffinerie responsabili di un elevatissimo tasso di mortalità.

Dall’intensificarsi dei flussi migratori provenienti dal Nord Africa nel 2013, Augusta è stata per anni il primo porto di sbarco europeo, accogliendo moltissime persone. In quel periodo, la creazione di un centro temporaneo per minori non accompagnati alle “scuole verdi”, una scuola elementare in disuso, aveva generato un’enorme ondata di solidarietà da parte della popolazione locale. Alcuni minori sono andati a vivere con famiglie locali che li hanno ospitati per un po’, altri ci vivono tutt’ora o sono andati in altri paesi europei che offrono maggiori opportunità. Le cose sono cominciate a cambiare nel 2017 e nel 2018 il porto di Augusta è stato terzo o quarto per numero di arrivi, mentre i primi erano a rotazione Pozzallo, Catania o Messina. Dall’1 gennaio al 23 agosto 2018, ad Augusta ci sono stati circa 2.500 arrivi via mare e uno dei principali sbarchi è avvenuto lo scorso maggio, quando dalla nave Dattilo della Guardia Costiera Italiana sono sbarcate 720 persone insieme al corpo senza vita di un uomo

In totale, oltre 19.800 persone sono arrivate in Italia quest’anno e fra loro si contano 3.000 minori non accompagnati che invece nel 2017 erano più di 15.700 e nel 2016 oltre 25.800 (dati del Ministero degli Interni fino al 30 agosto 2018).

Il 4 agosto 2018, un anno dopo l’apertura, Albachiara ha chiuso a causa di una strutturale mancanza di fondi e di nuovi arrivi. Gli ultimi erano stati accolti a cavallo fra gennaio e febbraio quando è arrivata una decina di minori salvati dalla ONG francese SOS Méditérranée e per lo più provenienti da Guinea Conakry, Mali, Costa d’Avorio. Recuperati durante operazioni di salvataggio sempre più complesse e fortemente traumatizzati, portano sul corpo la testimonianza delle torture e dei disumani trattamenti subìti nei centri di detenzione libici.

Da febbraio il centro ha iniziato a svuotarsi dopo che alcuni ospiti sono diventati maggiorenni, alcuni sono andati via in cerca di migliori opportunità di lavoro e altri sono stati trasferiti in altri centri. Le strutture per minori non accompagnati, infatti, ricevono fondi solo per chi ha meno di 18 anni: non appena si diventa maggiorenni, ci si trasforma automaticamente in un peso per il centro ospitante che può benissimo buttare il neo-diciottenne in strada. Questo fortunatamente non è mai accaduto ad Albachiara dove vivono gli ultimi tre ragazzi ancora in attesa di conoscere il proprio destino. Chi ci lavorava e i volontari continuano ad aiutarli occupandosi del cibo, delle esigenze primarie e dell’alloggio stesso a proprie spese.

L’esempio di Albachiara è significativo per far comprendere il cambiamento dei flussi migratori e delle politiche a livello nazionale: probabilmente l’enorme calo di arrivi unito ai trasferimenti presso strutture statali (nel quadro del fondo Fami) sta portando alla chiusura di un crescente numero di centri privati. Questo significa che degli esseri umani vengono presi e sradicati nuovamente senza curarsi minimamente di ciò che desiderano.

Molti dei 98 minori non accompagnati transitati da Albachiara erano iscritti a scuola, avevano passato gli esami di lingua italiana, partecipato a corsi professionali e alcuni stanno facendo dei tirocini formativi nel settore agricolo. 25 eritrei hanno raggiunto familiari e parenti in Europa tramite il ricongiungimento familiare, mentre altri due aspettano di ricominciare una nuova vita in Svezia.

Eppure, Augusta sembra aver dimenticato i migranti, ormai descritti quasi esclusivamente tramite stereotipi negativi. Il dibattito politico e l’opinione pubblica sulla migrazione si sono fossilizzati su una retorica negativa che li dipinge come invasori o criminali. Oggi più mai, però, sono necessari esempi costruttivi di accoglienza ed integrazione per combattere xenofobia, razzismo e violenza a danno dei più vulnerabili in fuga da guerre, persecuzioni o estrema povertà. In un contesto così desolante, Albachiara ha rappresentato la speranza di tutti coloro che ancora credono nei diritti umani e nell’integrazione e di chi guarda alla migrazione come un input per far crescere le comunità locali.

 

Maria Grazia Patania

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