Alberto Manzi: “Non è mai troppo tardi”, anche a 20 anni dalla sua morte

Sono già trascorsi vent’anni dalla morte di Alberto Manzi, il maestro elementare più famoso d’Italia

A distanza di tanti anni non si può dimenticare l’importanza del suo insegnamento, che ha contribuito a cambiare l’Italia. Nel 1959 Alberto Manzi iniziò a condurre il programma “Non è mai troppo tardi” con la RAI. Lo scopo era quello di insegnare l’italiano a una classe virtuale, composta per lo più da adulti, in un periodo in cui il tasso di analfabetismo era altissimo.

Le puntate andarono in onda per quasi un decennio durante il tardo pomeriggio. Venivano utilizzati pochi e semplici oggetti: una lavagna luminosa e un grosso blocco di carta montato su un cavalletto, sul quale il maestro scriveva con un carboncino. A supporto delle lezioni televisive, la casa editrice della RAI (ERI) pubblicava materiale ausiliario come ad esempio quaderni e brevi libri di testo.




Si è calcolato che il programma abbia permesso il conseguimento della licenza elementare a quasi un milione e mezzo di persone. Proprio per questo nel 1961 l’UNESCO lo considerò uno dei programmi meglio riusciti per diffondere l’alfabetizzazione e nel 1965 “Non è mai troppo tardi” vinse il premio internazionale a Tokyo come migliore trasmissione che aveva contribuito alla lotta contro l’analfabetismo. Il successo fu grandioso e diversi Paesi ne acquistarono i diritti prendendone lo stile e il metodo per adattarlo alla loro realtà.

I rapporti con la RAI

Alberto Manzi aveva una personalità particolare: si racconta che durante il provino per il programma rifiutò di leggere il copione, lo strappò e improvvisò la lezione a modo suo. I rapporti con la RAI infatti non furono sempre dei migliori. Come scrisse lo stesso Alberto Manzi, alla metà degli anni Sessanta la RAI si trasformò in una complessa struttura burocratica con numerosi dipendenti, in cui ognuno voleva dimostrare di fare qualcosa. Perciò gli chiesero di scrivere le lezioni in modo che potessero essere controllate, ma lui rispose: “Posso anche scrivere la lezione, voi l’approvate, ma poi io faccio come mi pare, vado a ruota libera“. Allora gli chiesero di registrare le puntate, ma rifiutò per non rinunciare alla sua spontaneità.  Questa fu una delle cause della chiusura del programma, ma non l’unica.

Ci fu infatti anche un problema economico perché la RAI aveva venduto il programma ad altri Paesi. Poiché l’idea del programma e l’insegnante che lo conduceva erano del Ministero della Pubblica Istruzione, questo voleva una parte della somma ricavata dalla vendita del programma. La RAI e il ministero però non riuscirono a trovare un compromesso e la collaborazione cessò.

Visto la risonanza che ebbe il programma, in Italia e all’estero, il guadagno della televisione pubblica fu sicuramente notevole. Lo stesso non si può dire per Alberto Manzi. Il maestro non venne mai pagato dalla RAI e continuò a percepire il suo stipendio di maestro elementare. Gli unici soldi percepiti dalla RAI erano duemila lire a trasmissione per il “rimborso camicia” che servivano a comprare delle camicie nuove, visto che molte si rovinavano a causa del gessetto nero usato per fare i disegni.

Quel che può fa, quel che non può non fa

Alberto Manzi tornò a far parlare di sé nel 1981, quando si rifiutò di redigere le “schede di valutazione”, appena introdotte dalla riforma della scuola in sostituzione della pagella. La spiegazione del suo rifiuto fu semplice:

Non posso bollare un ragazzo con un giudizio, perché il ragazzo cambia, è in movimento; se il prossimo anno uno legge il giudizio che ho dato quest’anno, l’abbiamo bollato per i prossimi anni.

Alberto ManziIl Ministero della Pubblica Istruzione però non apprezzò il suo ragionamento e venne sospeso dall’insegnamento e dallo stipendio. Proprio lui che aveva reso possibile l’alfabetizzazione dell’Italia.

Per reintegrarlo l’anno dopo il Ministero cercò di convincerlo a compilare le valutazioni. Il maestro pur non avendo cambiato idea, si mostrò favorevole a scrivere una valutazione riepilogativa. Il giudizio, uguale per tutti e posto con un timbro, sarebbe stato: “Fa quel che può, quel che non può non fa“. Dopo che il Ministero espresse il suo disaccordo nei confronti della sua scelta rispose: “Non c’è problema, posso scriverlo anche a penna“.

Cosa resta dell’insegnamento di Alberto Manzi?

A distanza di tanti anni la tenacia del maestro elementare deve rimanere un insegnamento per tutti i docenti di oggi. Così come l’amore per la sua professione e per i suoi alunni, evidente nella lettera da lui scritta per i ragazzi della quinta, in cui li esorta: Non rinunciate mai, per nessun motivo, sotto qualsiasi pressione, ad essere voi stessi. Siate sempre padroni del vostro senso critico, e niente potrà mai sottomettervi”.  Finiti i cinque anni le strade del maestro e degli alunni si dividono, ma Alberto Manzi dà loro un ultimo lezione di vita:

Siete capaci di camminare da soli a testa alta, perché nessuno di voi è incapace di farlo. Ricordatevi che mai nessuno potrà bloccarvi se voi non lo volete, nessuno potrà mai distruggervi, se voi non lo volete

Perciò avanti serenamente, allegramente, con quel macinino del vostro cervello sempre in funzione; con l’affetto verso tutte le cose e gli animali e le genti che è già in voi e che deve sempre rimanere in voi; con onestà, onestà, onestà, e ancora onesta, perché questa è la cosa che manca oggi nel mondo e voi dovete ridarla; e intelligenza, e ancora intelligenza e sempre intelligenza, il che
significa prepararsi, il che significa riuscire sempre a comprendere, il che significa riuscire ad amare, e… amore, amore.

Camilla Gaggero

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