Quarant’anni dopo il sequestro di Aldo Moro

Il 16 marzo 1978 l'assalto delle Brigate Rosse alla scorta

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Questo 16 marzo 2018 appare assai pieno di significato. Proprio quarant’anni fa, infatti, mentre in Parlamento veniva eletto il primo governo di solidarietà nazionale, il presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, veniva sequestrato dalle Brigate Rosse dopo un violento scontro a fuoco nei pressi di via Fani. Persero la vita quel giorno i cinque uomini della scorta dell’onorevole e finì definitivamente quell’ottimismo politico che era riuscito, con molte difficoltà, a rimanere in equilibrio dopo le violente stragi dei primi Anni di Piombo.

Enrico Berlinguer, esponente del Partito Comunista e collega di Moro nel percorso del Compromesso Storico, di quei giorni disse alla famiglia “se dovessero rapirmi, mai lo Stato dovrà dimostrarsi debole o trattare con i terroristi”.

Dopo diversi tentativi, da parte dei brigatisti, di contattare i collaboratori dell’esponente democristiano, a mezzogiorno del 9 maggio 1978 il professor Franco Tritto riceve la storica telefonata che indica al collaboratore di Moro le ultime volontà, a detta dei sequestratori, dell’onorevole. Valerio Morucci incarica Tritto di recarsi personalmente dalla famiglia di Moro e di far sapere che il corpo verrà lasciato in una Renault 4 rossa in via Caetani. Dopo 55 giorni di sequestro, la figura forse più importante dell’Italia di quegli anni, venne trovata riversa nel bagagliaio della vettura, parcheggiata vicino la sede del PCI in via delle Botteghe Oscure.

Tra le fotografie dell’epoca si può scorgere un particolare: la barba sfatta sul volto dell’onorevole. Quel viso non più curato, martoriato dall’esperienza del sequestro è il simbolo del fallimento della politica. Lo stesso Generale Cornacchia del reparto operativo dei Carabinieri ricorda come il Ministro dell’Interno Cossiga, arrivato sul luogo del ritrovamento, abbia sussurrato “vado a dimettermi, abbiamo fallito”. Un evento dall’effetto deflagrante che allontanerà in maniera quasi definitiva i cittadini dalla politica.

Dopo la morte di Aldo Moro, infatti, la partecipazione popolare si sposterà su altri fronti, abbandonando la sfera politica che negli anni ’60 era stata al centro della vita di moltissimi italiani. Con la dura convinzione che la “partitocrazia” avesse lasciato con indifferenza Moro nelle mani delle Brigate Rosse, nasce e si rafforza il sentimento di antipolitica e il processo di screditamento dei partiti che troverà, in passato, il suo culmine nel processo di Tangentopoli.

 

Il Compromesso Storico tra Moro e Berlinguer

Durante gli anni ’70 l’Italia è costretta ad affrontare una forte crisi generalizzata. Da una parte il crollo dell’economia, causato dai conflitti per il petrolio in Medio Oriente; dall’altra le turbolenze sociali post sessantottine che daranno inizio al terrorismo rosso e nero. Il portavoce del Partito Comunista Italiano, Enrico Berlinguer, per fermare quella che si preannuncia come una deriva autoritaria con la totale distruzione della socialità vuole stabilire un’ alleanza tra le diverse forze democratiche del paese. Contrariamente a ciò che pensa la corrente conservatrice della Democrazia Cristiana, Aldo Moro sceglie la via del compromesso, seppur limitato, per legittimare la figura del PCI in Parlamento. Il Partito Comunista, infatti, si era da sempre posto come partito antisistema, e di conseguenza era percepito dalla società italiana come pericoloso per la democrazia.

Con l’assassinio del politico leccese, Berlinguer perde il suo interlocutore privilegiato e l’idea del Compromesso Storico per superare terrore e tensione svanisce, morendo assieme al corpo dell’onorevole in quella Renault rossa. Se da un lato Craxi cerca di instaurare un dialogo con i comunisti, Berlinguer rifiuta, proponendosi come alternativa forte alla figura del Pentapartito.

I dubbi sul sequestro

Nonostante siano stati individuati i brigatisti del commando che colpì la scorta dell’onorevole Moro i dubbi e le incongruenze sulle indagini rimangono ancora. In molti sostengono di essere arrivati per primi quel giorno in via Caetani e, da soli, di aver aperto il bagagliaio della Renault; o ancora vi sono interrogativi irrisolti in riferimento alle innumerevoli verifiche fatte dai corpi speciali dei Carabinieri che, arrivati di fronte alla porta di un appartamento da controllare nei pressi di via Gradoli, traversa circolare della Cassia, furono richiamati in caserma senza fare le dovute perizie. Quel luogo, si scoprì poi, era uno dei rifugi dei brigatisti.

Tutto ciò è stato ben messo in luce dal giornalista Andrea Purgatori in uno speciale per Atlantide su La7, che, tra le altre cose, ha mandato in onda delle interviste inedite ai brigatisti Mario Moretti, Prospero Gallinari (che restò accanto a Moro durante il sequestro), Valerio Morucci e Raffaele Fiore suscitando non poca indignazione.

Quello che è certo è che il sequestro e l’uccisione dell’onorevole Aldo Moro segnano una cesura netta nella storia dell’Italia contemporanea, evidenziando il fallimento di una ben determinata e riconoscibile classe politica e il decadimento sociale che seguì la nascita della retorica contro-partitica, se non anche contro-politica.

Davide Travaglini

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