Alexander Supertramp: l’uomo che viaggiò nelle terre estreme. Quando l’emulazione diventa fatale?

Alexander Supertramp, al secolo Christopher Johnson McCandless, è l’idolo che ispira migliaia di viaggiatori che inseguono il sogno di sentirsi liberi.

La sua storia la conoscono in molti, divenuta ancor più celebre grazie al film “Into the Wild”(2007), diretto da Sean Penn.
Chris è un ragazzo brillante e dopo aver conseguito la laurea con ottimi voti decide di mandare all’aria tutti i suoi progetti, consapevole del fatto che certe volte bisogna perdersi per potersi ritrovare.
Così, seguendo l’istinto, abbandona la sua vecchia vita. Saluta la famiglia, dona tutti i suoi risparmi ad un’organizzazione umanitaria e inizia a girovagare. Le sue avventure per due anni lo isolano dal mondo. Senza soldi, senza certezze, passa il suo tempo cercando spasmodicamente l’essenza della libertà.

Nell’estate del 1992 compie la sua rivoluzione interiore raggiungendo le radure incontaminate dell’Alaska. Patisce il freddo e la fame ma quel che conta è ritrovare sé stesso. Cosciente di essere una nuova persona decide di tornare a casa, pronto ad affrontare quella società che tanto aveva disprezzato. Un fiume in piena, tuttavia, sbarra la strada di ritorno. Supertramp, denutrito e debilitato, è costretto a fermarsi.

È noto l’autoscatto  che lo immortala seduto, con le spalle poggiate sul famoso Fairbanks Bus 142, il suo rifugio. Scapigliato e malmesso, accenna un sorriso.  Un sorriso falso, beninteso. Di autoconvincimento. Non a caso, pochi istanti prima di morire, su uno dei sui inseparabili libri scrive tremolante “happiness only real when shared“, riferendosi alla celebre frase di Lev Tolstoj.

“La felicità è reale soltanto se condivisa.”

Alexander Supertramp agli occhi di sognatori e viaggiatori è diventato l’emblema dell’autodeterminazione e della libertà.
E così, nel corso degli anni, escursionisti o semplici curiosi hanno voluto ripercorrere i suoi passi, accecati dal desiderio di emulazione. Alcuni riuscendoci, altri salvandosi a stento, altri ancora morendo.

Se la polizia locale avesse tardato sarebbe stata quest’ultima la sorte dei cinque viaggiatori italiani che, qualche giorno fa, erano determinati a raggiungere il “Magic Bus”. La domanda allora sorge spontanea: quanti, realmente, hanno percorso quei sentieri per ritrovare sé stessi? E quanti si sono definitivamente persi?


Arianna Folgarelli

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