Alison Moritsugu e la vita segreta degli alberi

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Se voi pensate che dopo la morte non ci sia più vita, vi sbagliate di grosso. Ecco, ora ne sono ancora più convinta. Se ne parla tanto, si discuisisce, ci si infervora, penzoliamo inermi sui letti riflettendo sul senso dell’esistenza e non troviamo risposta, studiamo filosofia a scuola distraendoci eppure niente, secoli e millenni di umanità e nessuna soluzione al quesito. Ora io ho ragione di credere che dopo la vita ce ne sia un’altra, che la morte sia un portale per un’altra dimensione e tante altre frasi metafisiche che adesso non mi vengono in mente. L’unica cosa che dobbiamo augurarci è che da qualche parte, in quella dimensione non-tempo non-spazio in cui capitomboliamo appena ci scade la bolletta dell’energia terrestre e staccano tutto, ci sia un artista volenteroso di prenderci e rimodellarci o donarci un generoso atto di bellezza.

alisonmoritsugu.com

Alison Moritsugu nasce nelle Hawaii e le lascia subito dopo il liceo, in seguito consegue diverse lauree e certificazioni a Saint Louis, Missouri e New York; le sue opere sono stata esposte in diverse città statunitensi e hanno sempre accolto un caloroso successo.

Immaginate di essere dei taglialegna: segate grossi alberi, in seguito li fate ancora più a pezzi con un’accetta e poi ritornate a casa stanchi e soddisfatti. Bene, state pur certi che quatta quatta arriverà Alison a prendere uno dei vostri tocchi e li porterà nel suo studio, li coccolerà e gli sussurrerà “state tranquilli, a me piacete anche così” e farà in modo che piacciano anche a noi. Perché Moritsugu utilizza i tronchi degli alberi come tela per dipingere ciò che loro stesso raccontano: grandi laghi, pianure verdi, alberi altissimi e una natura selvaggia e commovente. Che l’artista abbia scoperto che anche gli alberi hanno una memoria?

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Moritsugu permette agli spettatori di vedere cosa c’era prima che arrivassero gli uomini a colonizzare un territorio, in questo caso lei descrive paesaggi naturali dell’America prima degli effetti distruttori dell’industrializzazione, ma può in effetti importare la nazione descritta, quando è sempre un saggio albero a parlare? La natura non era così bella prima e così fragile ora un po’ in tutto il mondo? “Amo la giustapposizione e la tensione creata dall’avere un’immagine di un paesaggio naturale su un frammento di natura morta”, spiega in un’intervista. Ed è questo contrasto che porta a riflettere su quanto la natura influenzi l’uomo e viceversa. Questa rinnovatrice di natura morta spiega inoltre che utilizza sempre pezzi di alberi già tagliati, non ha mai avuto necessità di tagliarne appositamente alcuni per le sue opere. Il che fa tirare senza dubbio un sospiro di sollievo a  quell’albero, nelle sue belle radici, insomma meglio essere un quadro che un mobile ikea, vi pare?

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La cosa che più mi affascina è proprio l’idea che attraverso questi quadri siano gli alberi stessi, ormai solo pezzi i tronchi, a raccontare quello che vivevano, dove vivevano e da cosa erano circondati. Vedo questi quadri e penso che sia la memoria dell’albero che persiste, anche se ormai morto, una sorta di resistenza e di legame tra quello che era prima e quello che è ora, “niente si crea e niente si distrugge, ma tutto si trasforma”, dice l’amico Lavoisier ed è proprio vero, con l’eccezione in questo caso che, in più, non si dimentica.

Si discute parecchio riguardo la vita dei vegetali, continuano studi su studi sulla percezione e recettività delle piante, si sono ipotizzate tante teorie, tra queste quella che anche le piante provino dolore o gioia e fatti centinaia di esperimenti a riguardo. Mi piace pensare che casualmente un’artista abbia anche scoperto che una pianta può anche ricordare, magari rimpiangere.

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Permettendo così anche a noi di fare lo stesso, ricordare e rimpiangere; chiederci se non stiamo davvero perdendo qualcosa, come una natura che non tornerà più oppure un’ecosistema che sta stravolgendosi a causa nostra. Se non stiamo perdendo, dunque, qualcosa di noi.

 

 

 

 

 

Gea Di Bella

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