Alpi e Hrovatin: 26 anni senza verità per due martiri del giornalismo

Il 20 marzo 1994 la giornalista e l'operatore furono assassinati in un agguato a Mogadiscio

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Il ricordo di Alpi e Hrovatin rimane sempre forte.

Se, anno dopo anno, colleghi e mondo del giornalismo non dimenticano quanto avvenuto, sembra dissolversi la possibilità di conoscere la verità.

Una storia sbagliata. Così Fabrizio De’ André definì nell’omonima canzone l’omicidio di Pier Paolo Pasolini avvenuto nel 1975 all’Idroscalo di Ostia. Lo stesso titolo è altrettanto applicabile alla morte il 20 marzo 1994 della giornalista Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin.

Come nei tanti, troppi capitoli bui della storia italiana, l’agguato all’auto sulla quale erano in viaggio è avvolto dall’oscurità. In 26 anni di indagini processuali, fatti di depistaggi, omertà e richieste di archiviazione, la battaglia per conoscere esecutori materiali e mandanti è continuata incessantemente. Alte però rimangono le pressioni che vorrebbero mantenere celata la verità su questa terribile vicenda. Le parole ultime parole di Luciana Alpi, madre di Ilaria, scomparsa due anni fa, riassumono la dura lotta interiore contro la rassegnazione per l’omicidio della figlia: «Sono stanca di illudermi. Ma farò di tutto affinché l’inchiesta non finisca in archivio».

Lo scomodo lavoro di Alpi e Hrovatin

Sette sono i viaggi di Ilaria Alpi in Somalia, paese nel quale era stata mandata come corrispondente per seguire le missioni promosse dalle Nazioni Unite per la risoluzione della guerra civile nel Paese. Insieme a Miran Hrovatin, Ilaria si dedicò nel tempo a seguire gli indizi lasciati dal traffico di armi e di rifiuti tossici. Le inchieste giornalistiche portarono Alpi e Hrovatin alla scoperta di importanti collegamenti tra autorità africane e Paesi industrializzati per lo stoccaggio di materiali tossico-nocivi.

I servizi e le interviste prodotte per il TG3 sono il simbolo del lavoro condotto dalla giornalista e dall’operatore. L’intervista al sultano di Bosaso, avvenuta qualche giorno prima dell’agguato, rimase il perno sul quale si concentrarono gli inquirenti. Della conversazione di quasi 2 ore si posseggono solamente estratti.

Gli ultimi 5 minuti del video sono incentrati sulle dichiarazioni del sultano Abdullahi Mussa Bogor riguardo al sequestro di una nave della flotta Shifco, amministrate dall’italo-somalo Mugne. Per quanto la posizione di Bogor si sia rivelata contraddittoria negli anni di indagini, la morte di Alpi e Hrovati apparse sin dai primi momenti legata alle indagini condotte e alle informazioni ottenute dai due inviati.

Tanto Domenico D’Amati, avvocato della famiglia Alpi, quanto la stessa Luciana hanno sempre sostenuto con forza il filo che unisce la morte di Ilaria e Miran al loro lavoro che avrebbe collegato l’Italia al traffico di rifiuti.

I depistaggi e l’ombra dell’archiviazione

Nel 2017 D’Amati scrisse: «Perché un bidone di veleno possa arrivare da Torre Annunziata a Mogadiscio, occorre una ramificata collaborazione che possa arrivare ad eliminare eventuali ribelli».

Nel lavoro di ricostruzione sulla morte di Alpi e Hrovatin, a fermare la tenacia di familiari, avvocati e inquirenti, è stata certamente la mancanza di piena collaborazione tra autorità, che ha permesso per 26 anni di celare sotto una spessa coltre di menzogne la verità. La condanna a Hashi Omar Hassan, sulla base della falsa testimonianza del somalo Ali Ahmed Rade (conosciuto come Gelle), ha dato spazio alle richieste di archiviazione. La seconda richiesta avanzata dalla Procura di Roma nel febbraio 2019 è stata in ultimo respinta dal gip Andrea Fanelli.

Come sottolineato da D’Amati la gestione dei teste, i dissidi tra inquirenti e la gestione di informazioni segretate hanno ulteriormente peggiorato la situazione. Porre fine alle indagini significherebbe dare modo ai mandanti dell’omicidio di ottenere impunità. Un peccato che il nostro Paese non può e non deve permettersi. La Cassazione ha definito il giornalismo di inchiesta «l’espressione più alta e nobile dell’attività d’informazione». 26 anni fa un sistema cercò tutela sotterrando l’inchiesta come fatto sui 450 chilometri tra Garoe e Bosaso. Lasciare che la memoria di Miran e Ilaria si dissolva nelle ombre dell’impunità renderebbe noi stessi coinvolti.

Fabio Cantoni

 

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