Amore e Psiche: l’amore che si innamora

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Eros e Thanatos (amore e morte), rispettivamente pulsione di vita e pulsione di morte, sono i principi opposti che da sempre ossessionano e affascinano gli uomini. Rappresentano i due impulsi di creazione e distruzione che regolano il mondo.

Scopriamo insieme i miti più belli di sempre sull’amore.




L’anima gemella

Secondo Platone, all’origine del genere umano esistevano tre diversi generi: maschile (con due apparati sessuali maschili), femminile (con due apparati sessuali femminili) e androgino (ermafrodita). Tutti avevano due teste, quattro gambe e due braccia ed erano completi, potenti e perfetti.

Un giorno, questi uomini perfetti decisero di ribellarsi agli dèi dell’Olimpo, così Zeus li punì dividendoli in due.

Separati, divennero più deboli e ossessionati dalla ricerca della loro metà perduta, che oggi chiamiamo “anima gemella”.

Amore e Psiche

La leggenda d’amore più bella di sempre viene raccontata da Apuleio, ne “Le metamorfosi” o “L’asino d’oro”: la favola di Amore e Psiche.

Si narra che Psiche fosse una ragazza talmente bella da essere considerata la reincarnazione sulla terra della dea della bellezza, Afrodite.

Gli uomini cominciarono a venerare Psiche trascurando Afrodite e  suscitandone l’invidia. La dea chiese così al figlio Amore (Cupido o Eros) di vendicarla facendo innamorare la ragazza di un essere ripugnante.

Nessuno osava chiedere in moglie Psiche, e il re e la regina, i suoi genitori, consultarono preoccupati un oracolo. La profezia di Apollo fu terribile: avrebbero dovuto abbandonarla su un’altura e Psiche avrebbe dovuto sposare un mostro.

Nemesis: la vendetta divina

Giunta nel punto stabilito, Zefiro la sollevò col suo soffio divino adagiandola su un prato fiorito dove sorgeva un magnifico palazzo, pieno di invisibili servitori.

Con la notte, si presentò anche il suo sposo, che però le fece promettere di non tentare mai di scoprire il suo aspetto. Così si innamorarono con il favore delle tenebre.

Purtroppo, le sorelle di Psiche, intuita l’identità divina dello sposo e invidiose, la convinsero a scoprirne l’identità.

Curiosa, una notte, con una lampada, Psiche si avvicinò al marito mentre dormiva e scoprì che non era un mostro, ma il più bello di tutti gli dèi immortali.

D’un tratto una goccia d’olio bollente cadde sulla spalla di Amore svegliandolo. Sconvolto – e preso alla sprovvista – fuggì via dalla sposa che aveva tradito il suo giuramento.

La freccia di Cupido

Disperata per aver perso per sempre il suo sposo, Psiche tentò di suicidarsi, ma fu salvata dal dio Pan, cha la dissuase e la convinse a lottare per riconquistare Amore.

Decise così di vendicarsi delle malefiche e invidiose sorelle, raccontando loro che lo sposo misterioso era appunto un dio e che questi le voleva sposare dopo averla ripudiata. Le convinse una ad una a dirigersi sulla stessa altura dove era stata lasciata lei. Zefiro le avrebbe condotte dal divino amante. In verità nessuno le stava aspettando e morirono cadendo nel vuoto.

Afrodite scoprì infine la relazione illecita tra il figlio Amore, che avrebbe dovuto vendicarla e invece si era innamorato della sua rivale, e Psiche.

Furiosa, la fece torturare dalle ancelle Angoscia e Tristezza, poi la sottopose a terribili prove. L’ultima consisteva nel discendere negli Inferi con un vaso che non avrebbe mai dovuto aprire. Purtroppo, non resistette alla tentazione e aprendolo cadde in un sonno profondo.

Amore, perdutamente innamorato, corse in suo soccorso svegliandola con una delle sue frecce e chiese aiuto a Giove affinché intercedesse con la madre per farla acconsentire alle nozze. Giove acconsentì e Psiche, resa immortale, ascese al regno degli dèi dell’Olimpo.

Qualche tempo dopo, dall’unione divina di Amore e Psiche nacque una figlia, che fu chiamata Voluttà.

Il significato allegorico della favola di Amore e Psiche

La favola rappresenta il cammino dell’anima (dal greco “psyché”) che per aver commesso peccato di tracotanza (dal greco “hybris”) e curiosità (dal latino “curiositas”) tentando scoprire un mistero che non le era consentito svelare (oggi lo chiameremmo “peccato originale”) deve espiare la propria colpa con sofferenze e prove d’ogni genere per redimersi e placare l’ira divina.

In ultimo, il lieto fine: dall’unione di amore e anima nasce il piacere (o voluttà).

Giulia De Vendictis

 

 

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