Un analfabeta clicca sempre due volte

Homer Simpson (screen da Youtube)
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Un analfabeta di oggi è molto cambiato rispetto a cinquant’anni fa. È più difficile da riconoscere, più sfuggente, quasi subdolo. Eppure, esiste un metodo infallibile per scoprirlo: Facebook (ovvio)!

Homer Simpson (screen da Youtube)
Homer Simpson (screen da Youtube)

Cosa condivide sul suo profilo? Che genere di commenti lascia? Quali pagine segue? In genere, già da questi tre indicatori si può iniziare a fare una buona scrematura. Per esempio, se condivide un video di Damiano ‘er Faina con uno stato tipo “C’ha raggione oh” la cosa è decisamente palese. Oppure, i commenti possono essere un ottimo segnale per capire se il tipo di persona che avete conosciuto all’aperitivo e vi è sembrato tanto simpatico appartenga alla categoria: ad esempio, oggi mi è capitato sotto gli occhi un articolo sull’arresto di uno spacciatore ravennate con numerosi precedenti. Il secondo commento recitava (testualmente) “un ravennate se era straniero era agli arresti domiciliari”. A parte il congiuntivo, impiccatosi per la disperazione, la cosa grave è che il commentatore, evidentemente, non aveva capito che l’arrestato era pieno di precedenti per lo stesso reato e che lo abbiano beccato con un panetto di hashish non piccolo. Il problema sta tutto qui: non aveva capito, e non è un problema da poco.

I dati contenuti nel rapporto PIAAC dell’OCSE sono impietosi: un italiano su tre non  è in grado  di capire, valutare e/o interpretare un testo scritto. E non si sta parlando di complicati studi sul moto degli astri, bensì di semplici articoli di giornale sull’attualità. In buona sostanza, tre italiani su dieci non hanno la capacità di comprendere la complessità della società in cui ci troviamo e le cause di fenomeni di dimensioni imponenti che stanno accadendo in questi anni (le migrazioni, le guerre, la crisi economica, il terrorismo). Il trenta per cento della popolazione è funzionalmente analfabeta. IL TRENTA PER CENTO!

Un analfabeta è quello che urla su Facebook “SVEGLIAAAAAAA” condividendo un post sull’uscita dall’euro e dall’UE, senza pensare alle conseguenze. Un analfabeta è quello che condivide notizie improbabili come le banane infettate con il virus dell’HIV (giuro che esiste sul serio) o sui profughi alloggiati negli hotel a cinque stelle con piscina, a cui vengono anche dati quaranta euro al giorno a testa (a volte sono cinquanta, dipende dal .altervista.org che condivide la bufala). Un analfabeta grida al colpo di stato silenzioso in Italia perché non può eleggere il governo, ignorando la stessa costituzione che a giorni alterni dice di voler difendere a oltranza (mentre nei giorni dispari condivide foto di Mussolini).

Qual è il problema, direte voi? Son solo dei poveri ignoranti, lasciamoli cuocere nel loro brodo. Certo, si potrebbe fare, ma quale sarebbe il prezzo? Quanti bambini non vaccinati dovranno contrarre ancora malattie che si credevano ormai sconfitte? Quante aggressioni razziste bisognerà denunciare? E quanto potere di condizionare la vita politica nazionale bisognerà concedere ancora ai partiti bigotti, populisti e xenofobi, che hanno negli analfabeti funzionali il loro bacino elettorale di riferimento? Stiamo saltando di palo in frasca? Eppure, tutte queste sono conseguenze dell’analfabetismo funzionale. Gli antivaccinisti, la paura del diverso a prescindere ( gay, nero, tatuato e via dicendo), l’invocato ritorno del duce e tutto il cucuzzaro hanno una radice comune nell’analfabeta, e in esso trovano un fertile terreno dove attecchire e diffondersi.

Luciano Canfora, in un’intervista a Linkiesta, diceva che limitare il diritto di voto (come altri hanno invocato) sia un vecchio sogno dei regimi liberali, di quando in Italia si votava per censo (reddito e tasse versate, sotto una certa soglia niente voto) per esempio. Eppure, una proposta simile a quella provocatoria lanciata dal Washington Post alcuni mesi fa, ovvero di un esame di educazione civica per l’elettorato sui meccanismi basilari della democrazia, potrebbe essere un’idea niente male.

È giusto? Forse no, ma quanto ne guadagnerebbe la qualità delle nostre istituzioni rappresentative? Il gioco vale la candela? Voi, intanto, rifletteteci sopra.

Lorenzo Spizzirri

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