Perché dovremmo continuare ad andare a teatro

Il piacere di andare a teatro ci accompagna dall’antichità

Arrivi in questa sala bellissima e affrescata, ti fermi a guardare il soffitto che racconta di epoche passate e prendi posto. Ti guardi attorno: tutti sembrano avere un’aria insolitamente elegante, mentre tu cerchi di trarre qualche notizia della trama di quest’opera scritta ormai quattro secoli fa e di cui conosci solo il nome, prima che cominci. Le luci si spengono, si aprono i sipari. Non hai finito di leggere: non resta che all’immaginazione completare la trama. È il piacere di andare a teatro, un’arte che fa parte dell’uomo sin dalla Grecia del V secolo a.C., quando i “teatri” erano allestimenti provvisori e gli attori indossavano gli alti coturni per essere visti anche dagli spettatori infondo.  Il teatro, infatti, è l’espressione più fedele dell’esigenza degli uomini di raccontare storie, nonché della loro stessa essenza, dato che, come ci insegna Pirandello, siamo tutti degli “attori” che recitano dei ruoli. Il teatro in tutte le sue forme continua a stupirci, che sia un cumulo di rovine come nel caso dell’ultimo ritrovamento archeologico a Messina, o la più stuccata sala barocca.

Oggetto di propaganda politica ai tempi degli imperatori romani – basti pensare all’Anfiteatro Flavio, cioè il Colosseo, inaugurato nell’80 d.C. – oggi il teatro tende a essere ritenuto un’esperienza fuori dal comune, d’elite, non accessibile a tutti, sia per il grado di elevazione culturale che si respira, sia per il costo di un biglietto, di gran lunga superiore a quello di un biglietto per il cinema. Anche i teatri più storici chiudono e le compagnie sopravvivono a stento. Eppure, il teatro, al di là delle apparenze, continua a conservare quelle caratteristiche di popolarità che lo rendono godibile da tutti, non solo dai più nostalgici.




Il teatro è vivo, unico, magico

Sì, il teatro è una forma d’arte vivente, che mette in scena persone che realmente in quel momento stanno parlando, camminando, cantando, concedendoci il privilegio di guardare da vicino la fedeltà della loro riproduzione di sentimenti e situazioni e, chissà, di scorgere la loro emozione. Gli attori possono anche rompere la finzione teatrale, cogliendoci di sorpresa e rivolgendosi direttamente a noi, per poi togliersi definitivamente la maschera (oggi non più letteralmente) alla fine della recita, inchinandosi a noi e ringraziandoci. Molto più emozionante dei titoli di coda che non legge nessuno alla fine di un film, no?
Proprio per questo motivo, una rappresentazione teatrale è un evento irripetibile, non sarà mai uguale a se stessa, perché gli attori non diranno mai una battuta allo stesso modo, allo stesso intervallo di tempo, con la stessa intonazione.
La magia del teatro sta inoltre alla libertà concessa alla nostra immaginazione e alla nostra soggettività: siamo noi a decidere su quale particolare focalizzare l’intonazione, che sicuramente è diverso dal particolare del mio vicino di poltrona, e non spetta invece all’inquadratura del regista. Inoltre, spesso, le scenografie sono volutamente spoglie per far sì che sia lo spettatore a immaginare il contesto che più gli sembra appropriato, anche se talvolta è quasi impossibile, come nel caso di Waiting for Godot di Beckett.  E che dire poi della musica dal vivo dell’orchestra? Orchestra di cui riusciamo a scorgere solo la testa pelata del direttore e gli archetti in movimento dei violini e che ci ricorda della complessità di questa insostituibile arte.

Francesca Santoro

 

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