Andrea Cappellano e il “De amore”: adulterio, maschilismo e amor cortese

“In amore niente regole”, si dice. Non se l’amore in questione è quello cortese, però.

Ah, l’amor cortese! Quanti lo hanno cantato! Sapevate che qualcuno lo ha anche teorizzato e codificato?

Seconda metà del XII secolo. Lo scrittore e religioso francese Andrea Cappellano (1150 – 1220) scrive il De amore, conosciuto anche come De arte honeste amandi  o Gualtieri. Un trattato in latino, diviso in tre libri, dove l’autore fissa le norme e i canoni dell’amor cortese.



I comandamenti dell’amor cortese

I principali “comandamenti” ai quali l’uomo innamorato non può non far fede. Andrea Cappellano li elenca con estrema convinzione, ma tra le pieghe romantiche e cavalleresche, esaltate da virtù e buone maniere, emerge un aspetto del tanto decantato amor cortese su cui a volte si tende a sorvolare.

Fuggi l’avarizia come la peste e persegui il suo contrario (sii generoso).

Ricordati di evitare in tutti i modi la menzogna.

Non essere maldicente.

Non avere più confidenti del tuo amore / non confidare l’amore a troppe persone.

Devi conservare la tua castità per l’amante / devi essere fedele all’amante.

Non tentare di sottrarre coscientemente una donna che sia convenientemente legata all’amore di un altro.

Procura di non scegliere l’amore di quella donna con la quale il senso del pudore ti impedisce di contrarre matrimonio.

Obbedisci a tutti i comandamenti delle donne.

In ogni cosa sii di modi gentili e dignitosi.

Cerca di unirti sempre alla milizia d’amore.

Non ti vergognare di dare e ricevere piaceri d’amore. In questo, però, deve sempre essere presente il verecondo pudore.

Nella pratica dei piaceri amorosi non forzare la volontà dell’amante e non rinunciare a fare piaceri d’amore come vuole il tuo amante.

Non rivelare il segreto degli amanti e non diffondere dicerie su di loro.

Non amare donne tue parenti.

Non manifestare il tuo amore a più d’uno.

Quello che Andrea Cappellano non nasconde – ma che tende a ritrattare nel terzo libro per rispettare la morale dell’epoca ed evitare la censura – è che l’amor cortese è adultero ed extraconiugale.




Lo schema è il seguente: l’uomo corteggiava una donna sposata, la quale nella stragrande maggioranza dei casi apparteneva a un rango superiore (spesso era proprio la moglie del signore feudale a cui il corteggiatore era subordinato). Il maschilismo di questa situazione si può percepire anche nell’aria se si pensa che, invece, alle donne era proibito corteggiare un uomo sposato. Figuriamoci, poi, se questo godeva di una migliore posizione sociale.

Nei primi due libri, l’autore esalta l’amore libero contrapponendolo proprio all’amore matrimoniale.

Con certezza dico che amare non può affermare il suo potere tra due coniugi, perché gli amanti si scambiano gratuitamente ogni piacere senza nessun tipo di costrizione, mentre i coniugi sono per legge tenuti ad obbedire l’uno alla volontà dell’altro senza potersi rifiutare.

E ancora:

Che altro è infatti l’amore se non il desiderio senza limiti di raggiungere l’amplesso dell’amato furtivamente e di nascosto? Ma quale amplesso furtivo vi potrebbe essere, di grazia, tra due sposati, quando essi stessi dichiarano di possedersi vicendevolmente e sono in grado di dare compimento scambievolmente a tutti i desideri della loro volontà senza timore d’impedimento?

Dal De amore





Nel terzo libro, invece, il matrimonio viene rivalutato, come pure l’amicizia tra i sessi. Una scelta diplomatica, considerata l’epoca. Scelta azzeccata, peraltro: il De amore  ebbe molto successo.

Il fine dell’amor cortese

Perciò, dal momento che è giusto che ogni onesta donna prudentemente ami, potete benissimo, senza sentirvi offesa, accettare le preghiere di chi chiede e premiare il richiedente col vostro amore.

Qual è il premio? La concessione fisica della donna e l’appagamento – tutt’altro che spirituale – dei desideri sensuali  del corteggiatore.

Annapaola Ursini

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