Cani e gatti: cosa mangiano degli animali domestici vegan?

Cosa mangia il cane o il gatto di una persona vegana?

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Carnivoro stretto: non si tratta del gergo parlato dagli habitués delle steakhouse, bensì della definizione di gatto, secondo la maggior parte dei veterinari. Facile – quando si tratta di teneri coniglietti, oppure di innocui criceti – convivere con animali domestici vegan; può però un cane – in quanto carnivoroflessibile” – essere il miglior amico dell’uomo vegano? Mentre il micio di casa, una belva irreversibilmente carnivora? È il momento di riempire la ciotola: mantenersi fedeli ai propri ideali – quelli per cui generalmente si sceglie una dieta vegana (benessere animale, tutela ambientale, salute e altri) – scatena conflitti interiori...

Eppure, di fatto in commercio si trovano già scatolette, mangimi etichettati per “animali domestici vegan”, tanto per i gatti quanto per i cani: ma laddove il primo è un parente stretto di leoni, leopardi e altri predatori, e laddove l’immagine tipica di Fido è quella con un osso fra i denti, veganizzarli è davvero possibile? E soprattutto, che effetti comporterebbe sulla loro salute? Salvare bovini, polli, specie ittiche, agnelli e maiali, e allo stesso tempo rendere gatti e cani (ma così pure i pesci d’acquario – i cui mangimi variano a seconda della specie – e i roditori, rettili eccetera) inconsapevolmente deperiti?

La domanda agli esperti (i veterinari, meglio se specializzati in nutrizione), fra contraddizioni, controsenso, e contro natura. Nel rispetto della par condicio poi, riportiamo le varie testimonianze.

Luciana Baroni è fondatrice della Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana e autrice de Il Piatto Veg (per l’alimentazione umana)




Erica Longato è invece veterinaria, esperta in nutrizione clinica degli animali.


Il gatto: un carnivoro “obbligato”

I pareri, le esperienze sono come abbiamo visto discordanti: facciamo una sintesi, insieme a Vittorio Saettone – anche lui esperto in nutrizione veterinaria, nonché autore del libro Carne, nato proprio dalla ricerca all’interno della filiera dei mangimifici.


Da dove prendi le proteine?”

È la classica domanda che si sentono ripetere con insistenza vegani e vegetariani: senza la carne, da dove prendi le proteine? Se nel caso degli umani la scelta fra le alternative è ben ampia (in primis i legumi, e in parte cereali e frutta secca…), nel caso di cane e gatto la questione si fa più complessa: innanzitutto, il loro fabbisogno proteico è nettamente maggiore rispetto al nostro, oltre a essere differenti gli amminoacidi essenziali e non-, da introdurre tramite la dieta. Altra questione è la digeribilità delle proteine vegetali e animali: anche se la soia, o i piselli, compaiono a volte fra gli ingredienti del pet food, per un gatto o per un cane le proteine di origine animale risultano più facilmente digeribili e assimilabili. Tant’è che nel loro caso, non si presenta nemmeno il problema dell’eventuale eccesso di proteine con conseguente affaticamento dei reni (contrariamente quindi all’essere umano). Va detto comunque che l’abbondanza non apporta neppure alcun beneficio, e anzi è con i carboidrati – che troppo spesso ingrassiamo i nostri amici animali.

Detto ciò, l’ipotesi maggiormente “a rischio” sembrerebbe quella del gatto vegano: sono undici gli amminoacidi essenziali per il felino, e in particolare un giusto apporto di taurina – impossibile da sintetizzare per il suo organismo – è indispensabile per evitare problemi di cecità o scompensi cardiaci.

Altre sostanze di cui hanno bisogno cane e micio sono la vitamina A (che il cane può derivare dal beta carotene), la D e la B12; fra gli amminoacidi, la lisina, il triptofano e l’arginina; e ancora, sali minerali come lo zinco, il ferro e il calcio… Tutti reperibili, per entrambi, in alimenti di origine animale.


Allora perché si trovano mangimi per animali domestici vegan?

Così come – a volte – l’essere umano (vegano o carnivoro che sia) deve ricorrere a degli integratori di sintesi (cioè prodotti in laboratorio) per coprire il proprio fabbisogno nutrizionale, lo stesso può avvenire per gli animali: per evitare qualsiasi sostanza di origine animale, alcuni nutrienti devono essere riprodotti artificialmente, affinché accompagnino un’ipotetica dieta a base vegetale per il gatto o il cane. Alcuni di questi sono fondamentali a tal punto che sono già presenti nella maggior parte dei mangimi (come la taurina appunto), eppure qui troviamo un ulteriore e interessante spunto di riflessione: in “natura”, né il gatto né il cane “selvatici” ricevono alcun tipo di integrazione, e si nutrono di ciò che trovano, riuscendo così a rispettare il proprio fabbisogno. Tuttavia, il loro ruolo oggi è evidentemente mutato: sono diventati nostri compagni, quasi familiari, o come dice Vittorio sono stati “antropomorfizzati”. Questo significa che già nel processo di domesticazione, cane e gatto sono stati privati ormai di parte della loro natura, ma veganizzarli rappresenterebbe forse un’eccessiva distorsione.

D’altra parte, esistono casi eccezionali in cui – in particolare per i cani che sviluppano determinate allergie – un’alimentazione a base vegetale diventa l’unica soluzione. Ma non si tratta di una “scelta” come quella dell’umano, che liberamente può decidere di abbandonare pesce e carne; bensì di una prescrizione medica a opera del veterinario, che ugualmente si preoccuperà di calibrarla affinché l’animale non corra il rischio di carenze nutrizionali.

Comprensibile – e certamente non trascurabile – è infine l’argomento della dott.ssa Baroni: il più delle volte, l’industria del pet food è alimentata dagli scarti della produzione per l’alimentazione umana. Quella stessa produzione fatta di allevamenti intensivi, abusi sugli animali, problemi di inquinamento, disboscamento, danni alla biodiversità e crescente uso di farmaci, che va ad aggravare il problema dell’antibiotico-resistenza nella società odierna. Esistono comunque delle alternative alle peggiori scatolette e croccantini in commercio: dalla dieta casalinga tanto per il gatto quanto per il cane, al (controverso) sistema “BARF”, ma anche semplicemente quei marchi selezionati, le cui materie prime sono certificate (alcuni addirittura fregiati dal “cruelty-free”).

Insomma, se facciamo del benessere animale la nostra priorità, non è detto che possedere animali domestici vegan debba rientrare in questa scelta.

 

Alice Tarditi

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