Annibale Barca, il destino di un generale: storia di un legame indissolubile con la città di Roma

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La misura in cui all’uomo è data facoltà di incidere sul proprio destino è questione annosa e dibattuta, che affascina i pensatori fin dalla notte dei tempi. Per alcuni abbiamo la strada segnata, e non ci resta che la scelta dei dettagli. Ma spesso sono proprio i dettagli a fare la differenza. La perfezione, o per alcuni Dio, ha  diversi modi di esprimersi nel mondo conosciuto agli uomini. Nell’arte militare, si è manifestata nel genio di Annibale Barca. Il condottiero punico era destinato a compiere i capolavori tattici del Lago Trasimeno e di Canne, era nato per superare i generali avversari, che spesso disponevano di forze superiori. Ma questo destino non l’aveva scelto .

Figlio di un generale

Barca, “fulmine” nella lingua punica, non era il cognome di Annibale, ma l’appellativo che ereditò dal padre Amilcare. Quest’ultimo, generale di enorme talento, fu protagonista della prima guerra punica, in terra siciliana, dove non perse una sola battaglia. La guerra fu perduta, su altri suoli. I romani gli concessero l’onore delle armi. Privilegio per pochissimi, che aveva meritato sul campo. Ma il suo capolavoro assoluto fu Annibale. Educato all’odio verso i romani, ben presto abbandonerà la terra natia. Amilcare aveva convinto il senato cartaginese ad espandere l’impero punico, conquistando nuove terre nel territorio iberico. Ma ottenne un numero limitato di risorse. A soli 9 anni Annibale seguì Amilcare e il suo esercito in Spagna. Qui diventò soldato, prima ancora di uomo; lontano da casa vide morire il padre, nell’attraversamento di un fiume; sempre in terra iberica, fu acclamato all’unanimità generale, a soli 26 anni. Era pronto a battersi con Roma.

L’attacco a Roma

In poco tempo Annibale completò la campagna iberica. L’ultimo tassello fu la conquista di Sagunto. La città, alleata dei Romani, si trovava a sud dell’Ebro: Annibale la attaccò ritenendola nell’ambito di competenza geografica dei punici. Un pretesto per lo scontro con i Romani. L’assedio si concluse  8 mesi più tardi, con la presa della città. Ora le mire di Annibale potevano rivolgersi a Roma. Ma questo era tutto un altro affare, un’impresa impensabile. Gli stessi punici erano scettici. Eppure il  giovane generale, nel 218 a.C. valicò le Alpi con poco più di 100.000 uomini al seguito, puntando a raggiungere la Città eterna. L’impatto per Roma fu devastante. Nei due anni successivi Annibale Barca vinse tutti gli scontri con i suoi nemici, tra i quali spiccano la battaglia del Ticino, della Trebbia, passando per i capolavori del Lago Trasimeno e di Canne.




Gli ozi di Capua

Dopo la disfatta di Canne, sul cui campo i Romani lasciarono 80.000 uomini, la strada verso Roma sembrava spianata. Ma Annibale non la percorse mai.

Gli dei non concedono mai tutto a un’unica persona: tu sai vincere , Annibale, ma non sai approfittare della vittoria

Così, si rivolse Maarbale ad Annibale, dopo il trionfo di Canne. Il comandante della cavalleria punica esortò il condottiero a marciare su Roma, ottenendo tuttavia un rifiuto, con l’invito ad attendere un momento più propizio. Momento che non arrivò mai. Dietro il rifiuto di Annibale Barca molto probabilmente c’era la consapevolezza di non aver abbastanza mezzi, umani e logistici, per attaccare Roma. Per quanto avesse più volte sbaragliato in campo aperto i suoi nemici, grazie al suo smisurato talento, era ben conscio che si trattasse di un’impresa ardua. Inoltre il generale punico aveva sperato nella ribellione delle popolazioni sottomesse ai Romani, senza tuttavia ottenere l’effetto desiderato. La stessa Cartagine, nel momento più difficile per la rivale, non aveva saputo far di meglio che inviare un piccolo contingente al proprio condottiero.

Il destino di Annibale Barca

Queste sono le ragioni per le quali il generale non marciò su Roma. O forse, il destino aveva scelto per Annibale Barca un monte che non avrebbe mai dovuto scalare fino alla cima, rimanendo sul suo sentiero ad ammirarne la bellezza. Per Annibale battere i Romani sarebbe stato il più grande dei successi da ottenere nella vita. Distrutta Roma, non sarebbe rimasta più altra cima da scalare, non così affascinante e degna del generale punico, che avrebbe perduto lo scopo della propria esistenza.

L’epilogo

E così, dopo dodici anni trascorsi nel sud Italia, i Romani portarono la guerra in terra punica, dove Annibale fu richiamato in fretta e furia, riportando la sconfitta a Zama, per mano di Publio Cornelio Scipione. Anche dopo l’epilogo del leggendario conflitto, i Romani rimarranno la costante del destino di Annibale. Dopo aver guidato Cartagine per alcuni anni del post guerra, dimostrando la sua grande abilità politica scelse l’esilio volontario, poiché denunciato proprio ai Romani dall’oligarchia punica, da sempre gelosa dei suoi successi. Finirà i suoi giorni presso Antioco III, in Siria, che lo avrebbe tradito, consegnandolo ai nemici di sempre. Dopo essersi accorto che la sua abitazione era completamente circondata, si diede la morte, bevendo il veleno dall’anello che portava sempre con sé.

Ci sono battaglie che hanno cambiato il corso della storia; e ce ne sono alcune mai combattute, che avrebbero potuto farlo. Come l’assedio a Roma di Annibale Barca.

Antonio Scaramozza

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