Gli antibiotici in zootecnia potrebbero favorire lo sviluppo di batteri resistenti

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Lo studio condotto all’Istituto Pasteur di Parigi e pubblicato su Lancet è una nuova freccia nell’arco di chi vorrebbe veder bandito a livello mondiale l’uso degli antibiotici in zootecnia, ma non è ancora quella definitiva perché non prova che davvero la pratica di somministrare regolarmente basse dosi di antibiotici agli animali da allevamento sia la causa dello sviluppo di batteri resistenti.
Ma andiamo per ordine e innanzitutto facciamo delle doverose precisazioni, la prima è che quando si intende bandire l’uso degli antibiotici in zootecnia non significa che non si possa o si debba curare animali malati, ci si riferisce alla pratica di somministrare antibiotici ad animali sani a scopo preventivo e perché favorirebbe la crescita.
La seconda premessa è che in Europa la pratica si è cominciato ad abbandonarla nel 1996 e si è arrivati al divieto già nel 2006, senza che si sia registrato un peggioramento nella salute degli animali o una differenza significativa nell’accrescimento.



Da cosa è partito lo studio: dalla semplice constatazione che la ampicillina (un antibiotico del gruppo delle peniciline) è andata sul mercato nel Regno Unito nel 1961 e nel 1962-64 si registrò il primo scoppio di un focolaio di salmonella enterica del tipo tifoide provocato da batteri resistenti all’ampicillina, come diavolo fu possibile un adattamento dei batteri in così poco tempo?
Già nel 1965 un rapporto delle autorità sanitarie suggeriva che la pratica di aggiungere al mangime per animali dosi di benzilpenicillina (o penicillina G) potesse essere alla base di questa resistenza.
Che cosa hanno fatto i ricercatori dell’Istituto Pasteur
Hanno testato ben 288 campioni provenienti da umani, animali e cibo, risalenti a vari periodi in un arco di tempo dal 1911 al 1969 alla ricerca dell’origine della resistenza all’ampicillina.
Il risultato è stato che i ricercatori hanno trovato 11 geni correlati alla resistenza in campioni umani, in particolare hanno trovato un gene denominato blaTEM-1 in campioni di uomini francesi e tunisini risalenti al 1959 (due anni prima che l’ampicillina entrasse in commercio). Malgrado i due paesi siano vicini i ricercatori hanno potuto stabilire che la resistenza è stata acquisita indipendentemente da diverse popolazioni di batteri tramite diversi geni. Questo dimostrerebbe che a fine anni ’50 la resistenza all’ampicillina era già ampiamente emersa tra i batteri.




I ricercatori sono anche riusciti a dimostrare che i geni della resistenza si potevano trasmettere tra batteri di Salmonella Typhi dopo l’esposizione a basse dosi di penicillina G pari a quelle trovate nelle lettiere di animali negli USA negli anni ’70.
Lo studio, riconoscono i ricercatori, è troppo limitato e svolto su un’area geografica troppo specifica perché si possa dire che una causalità sia stata provata scientificamente, ma certo dà da pensare e l’uso di antibiotici in zootecnia se non esiste più in Europa è in uso in molti paesi a basso e medio reddito ed è massiccio negli allevamenti di pesci e invertebrati. Serve ricordare che i batteri non conoscono confini e che quindi dovunque emerga una resistenza non si tratta di un problema solo locale?

Roberto Todini

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