Ciclismo: il fantasma del doping passato

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Il ciclismo ha attraversato un ventennio buio che ne ha compromesso reputazione e credibilità. Oggi, però, grazie a un pervasivo sistema di controlli antidoping, il ciclismo è cambiato.

Tra gli anni Novanta e Duemila, il ciclismo professionistico ha vissuto il periodo più buio della propria storia. Erano anni in cui, per stessa ammissione dei diretti interessati, i corridori “puliti” erano ben pochi, quasi una rarità. Anni che, oggi, per appassionati e addetti ai lavori sono fortunatamente solo un brutto ricordo. Un’indegna parentesi in più di un secolo e mezzo di gloria. Ed è proprio per tornare a quell’antico splendore che più di dieci anni fa il ciclismo ha invertito la propria rotta. Grazie all’introduzione di un sistema di controlli antidoping efficace e praticamente ineludibile, il ciclismo è oggi uno degli sport più controllati al mondo e anche uno dei meno “dopati”.

Tuttavia, la piaga del doping ha ferito talmente a fondo il ciclismo che anche a distanza di tempo i due argomenti sembrano quasi inscindibili.  Ritenuto ancora oggi “sport di dopati” il ciclismo continua a scontare la propria pena in termini di visibilità e credibilità. E, in fondo, per quanto non sia piacevole, è comprensibile che sia così. Come una ferita necessita di tempo per rimarginarsi, così anche per il ciclismo dovrà passare qualche altro anno prima che possa (ri)acquisire quella credibilità perduta anche agli occhi di chi non lo segue o non lo conosce a fondo. Da appassionata informata sui fatti, però, ritengo mio dovere contribuire, nel mio piccolo, ad accelerare i tempi della redenzione di questo sport. Perché nel ciclismo attuale non c’è più spazio per il doping ed è giusto che si sappia.

C’era una volta il doping…

Non riuscirò probabilmente mai a capacitarmi di come una pratica così distante dai valori del ciclismo possa aver avuto tanto successo. Nessun vero corridore vorrebbe vincere senza merito! Forse allora chi fa uso di doping non è un vero corridore e non ama davvero il ciclismo? O, forse, in quegli anni, la situazione era talmente fuori controllo che del ciclismo – o almeno di quello professionistico – era rimasto ben poco da amare… Tra regolamentazioni antidoping ambigue e il cosiddetto “doping di squadra”, anche i veri corridori, magari pur di poter continuare a correre, si lasciarono trascinare in un mondo marcio, fatto di emotrasfusioni e connivenza. Un mondo che, pensando al ciclismo di oggi, è difficile credere sia esistito davvero, nonostante le prove non manchino.



Dobbiamo difenderci per il solo fatto di essere performanti ad alto livello? Non capisco.

Wout Van Aert

Un mondo che, erroneamente, molti ritengono ancora attuale. Tanto che un fuoriclasse come Van Aert, consacrato dal Tour de France appena concluso come miglior corridore al mondo, deve quasi chiedere scusa per il fatto di esserlo. Luoghi comuni, offese ai corridori e insinuazioni infondate sono infatti all’ordine del giorno: nell’immaginario comune “i ciclisti sono tutti dopati” anche adesso. Se il pregiudizio è, tutto sommato, comprensibile, non è però tollerabile che i corridori di oggi debbano giustificare le proprie prestazioni agonistiche. 

Colpevoli fino a prova contraria

Immaginate di aver appena vinto il Tour de France e di sentirvi chiedere dall’aspirante giornalista d’inchiesta di turno se davvero siete “puliti”. Che cosa si può rispondere a un’illazione del genere? Nessuna prova sarà mai sufficiente ad allontanare il dubbio degli scettici e, al contempo, ogni dubbio sollevato, alimenterà ancor di più lo scetticismo. Jonas Vingegård lo sa bene e non si piega al gioco del giornalista. Nella sua risposta c’è l’unica verità possibile: “dovete fidarvi di noi”. Ed è esattamente così: possiamo solo fidarci. Oppure possiamo non fidarci e credere che il mondo del ciclismo sia ancora marcio. In fondo, ognuno è libero di pensare ciò che vuole – anche se qualsiasi opinione che non sia basata su un’adeguata conoscenza dell’argomento altro non è che un pregiudizio.

Quello che nessuno di noi deve essere libero di fare, però, è infamare una persona, senza avere alcuna prova. 

Per quale motivo, infatti, se non ci sono prove a sfavore del corridore e se i suoi controlli antidoping sempre risultati negativi, si dovrebbe avere il diritto di insinuare il dubbio sulle sue prestazioni? Non si è forse innocenti fino a prova contraria?! O forse i corridori di oggi sono colpevoli degli errori di un’epoca di cui, per ragioni anagrafiche, la maggior parte di loro non ha mai nemmeno fatto parte?

L’era dell’antidoping

Immaginate, poi, di fare parte dell’era attuale, quella dell’antidoping, e di essere sottoposti a tutti i controlli previsti, tutti con esito negativo. Dubitare di un corridore a questo punto significa dubitare nuovamente dell’intero sistema…

Già soggetti alle regole della World Anti-Doping Agency (Wada), come gli atleti di ogni altro sport, i ciclisti professionisti sono ad oggi sottoposti a un ulteriore sistema di controlli, estremamente sofisticato e pervasivo. Nel 2008, il ciclismo è stato il primo sport al mondo ad adottare il passaporto biologico – strumento che archivia e monitora i valori fisiologici di ogni atleta confrontandoli con dei parametri stabiliti. Il ciclismo ha inoltre aderito al programma Wada Whereabouts. Ogni corridore deve dunque garantire la propria reperibilità (24 ore al giorno, 365 giorni all’anno) per controlli a sorpresa al di fuori delle competizioni, comunicando i propri spostamenti attraverso l’Anti-Doping Administration & Management System (Adams). Dal 2021, poi, i controlli, precedentemente effettuati dalla Cycling Anti-Doping Foundation (Cadf), sono stati affidati all’International Testing Agency (Ita) al fine di garantire criteri unici e sovranazionali.

Diversamente da altri sport, inoltre, nel ciclismo, durante i periodi di corsa, i corridori non possono sottoporsi a determinati trattamenti medici, nemmeno se necessari. Sono numerosissimi infatti i casi di atleti costretti al ritiro dalla gara in corso per potersi prendere cura dei propri problemi fisici con medicinali che appunto in gara non potrebbero, giustamente, assumere nemmeno in caso di emergenza.

Il vento del cambiamento

Questo significa che il doping è stato completamente eliminato dal ciclismo? Certo che no! Ci sarà sempre, nel ciclismo, come negli altri sport, l’atleta che ricorrerà al doping. Quello che conta, però, è che si tratterà di una pratica illecita individuale che verrà con ogni probabilità scoperta e punita con il licenziamento, come è già successo negli ultimi anni. Al primo sospetto concreto, infatti, sono le squadre stesse – per non compromettere la propria immagine – a sospendere e poi licenziare i propri corridori.

In fin dei conti, infatti, adottando una visione poco poetica, ma forse più credibile e convincente, anche nel ciclismo, come nella maggior parte delle attività umane, le scelte sono spesso dettate da ragioni economiche. Le squadre hanno bisogno di sponsor per sopravvivere e, per ottenere sponsorizzazioni, devono dimostrare la propria credibilità e integrità. Quale sponsor vorrebbe trovarsi coinvolto in uno scandalo legato al doping?!

Quindi, sì, il cambiamento c’è stato e i dati lo dimostrano. Non credo però sia stato dovuto a un collettivo e improvviso ravvedimento dei corridori, né che ci fosse la volontà assoluta nelle alte sfere del ciclismo di tornare ai valori tradizionali dello sport. Credo piuttosto che, una volta alla luce del sole, quel sistema così marcio e così lontano dai valori del ciclismo abbia allontanato il pubblico e creato un insostenibile danno d’immagine a tutto l’ambiente del ciclismo.

La rinascita

Vista la deriva che il mondo del ciclismo aveva preso, quindi, l’Unione Ciclistica Internazionale (Uci) è intervenuta con regolamentazioni ferree e con l’introduzione di controlli antidoping altrettanto rigidi e, oserei dire, talvolta, invasivi. Il cambiamento, infatti, non è avvenuto perché i corridori hanno smesso di doparsi di propria spontanea volontà (come già detto, sporadici casi di positività si rilevano tutt’ora), ma perché sono cambiate le regole. Se fino a poco più di un decennio fa il doping, almeno entro un certo limite, era implicitamente consentito, con i nuovi regolamenti non c’è margine di tolleranza. Se prima erano le squadre a predisporre l’uso di doping e intervenire sui controlli (non ancora sistematici e non esenti da manipolazioni), ora, come già visto, i controlli sono affidati a enti internazionali (dal 2021 addirittura esterni all’Uci).

Tutto questo è stato fatto per ripristinare l’immagine pulita del ciclismo glorioso di un tempo, con l’obiettivo di riconquistare il suo pubblico e, quindi, ottenerne un conseguente ritorno economico. E per quanto gretta possa essere questa visione, la necessità del ciclismo di non compromettere la propria immagine per motivi economici è la prima garanzia del fatto che nel mondo del ciclismo non ci sia più spazio per pratiche illegali.

Cristina Resmini

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