Antonio Megalizzi è uno dei milioni di ragazzi morti in Europa con una pallottola in testa

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C’è un ragazzo morto in Europa con una pallottola in testa. Anzi no, ci sono milioni di ragazzi morti in Europa con una pallottola in testa.

Milioni. Nelle trincee, sulla Somme, sulle montagne, in Spagna, in Italia, in Francia, in Germania, in Austria, in Polonia, nei Balcani, in Scandinavia, ovunque. Da sempre. Per millenni. Con le mazze, con le spade, con le frecce, i cannoni, i fucili, i pugnali, la baionette, i carri armati, i gas, le bombe.

I giovani che hanno abitato questo continente, divisi in nazioni, si sono sempre ammazzati tra di loro. Sempre. Ininterrottamente. Da millenni e per millenni ragazzi come Antonio sono stati ogni anno mandati a morire in Europa. Come carne da macello. E morivano. A milioni. E non faceva notizia. Perché era la norma. Perché la guerra, in Europa, era la norma. Morire giovani, con una pallottola in testa in Europa, era la norma.

Fino al 1945, quando le ultime nazioni in guerra, dopo l’ultima guerra delle nazioni europee, si sono dette basta. Basta a millenni di morte. Basta con i nazionalismi. Basta con i confini. Basta con l’odio. Non facciamoci più la guerra. Facciamoci la pace. Facciamo di questo immenso campo di morti, dolore e generazioni falciate, un luogo di scambi, di pace, di sviluppo. Abbattiamo i confini. Diamoci delle regole affinché mai più nessuno danneggi l’altro o senta l’esigenza di attaccare l’altro.

Abbattiamo le barriere tra di noi, unifichiamo le politiche, le istituzioni, la moneta. Facciamo di questo cimitero di giovani un continente di pace.

E così per la prima volta, dopo millenni di morte, sangue e dolore, i giovani delle nazioni europee hanno ripreso a incontrarsi. Ma stavolta senza armi. Per parlarsi, anziché ammazzarsi. Hanno ripreso a invadere l’uno il Paese dell’altro. Ma armati solo di libri e aspirazioni. Lungo confini che nemmeno esistono più. Dove i governi si accapigliano per i decimali nei bilanci, anziché per i milioni di ammazzati sui fronti.

Il destino è cinico e baro. E bastardo.

Antonio Megalizzi amava talmente questa Europa, aveva colto a tal punto l’importanza di un’Europa unita, senza più nazionalismi e guerre, da aver fatto di quell’Europa la sua professione, la sua passione più grande.

Ma è morto così come morivano i suoi coetanei quando l’Europa non era quel che poi è diventata, e che lui ha tanto amato. Con una pallottola in testa lontano da casa. La morte di Antonio Megalizzi è assurda e inaccettabile. Senza senso. Ma se in questi tempi di odio verso l’Europa, di rinascenti nazionalismi e di memoria corta, grazie ad Antonio qualcuno comincerà a chiedersi “ma perché questo ragazzo amava così tanto l’Europa che ci dicono di odiare?”, forse le risposte terranno Antonio e il suo sogno, ancora, almeno idealmente, in vita.

 

Emilio Mola

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