Antonio Pellizzetti: l’apparizione del Cristianesimo e la metamorfosi del sacro

Come nasce l’eterno? Quale tentativo di rispondere possono essere letti i saggi di Antonio Pellizzetti dedicati alla storia del Cristianesimo.

L’autore (N. Genova, 1921) è laureato in Scienze Politiche e Lettere e Filosofia con indirizzo storico. Ha partecipato alla Seconda Guerra Mondiale come ufficiale dell’Esercito e alla Resistenza. È stato imprenditore e membro di Giunta della Camera di Commercio di Genova, che ha presieduto per cinque anni. Ha deciso di lasciare una sorta di testamento spirituale, sotto forma di volumi che affrontano questioni di fede e religione. Quelli che presentiamo in questa sede sono: L’apparizione del Cristianesimo (Come, quando e da chi fu inventato), Genova 2008, CompagniA Dei LibraI, e Metamorfosi del Sacro (Dagli Dei di Ebla (2.400 a.C.) al Cristianesimo), Genova 2009, Libero Pensiero.

Il sottotitolo del primo contiene già la conclusione dell’autore: il complesso di credenze trasmesse oggi ai cristiani (si riferisce, perlopiù, alla Chiesa cattolica apostolica romana) sarebbe frutto di un’operazione di costruzione voluta e proseguita lungo i secoli. Oggetto de L’apparizione del Cristianesimo è, naturalmente, il Nuovo Testamento, soprattutto in relazione alla figura di Paolo di Tarso. Quest’ultimo, infatti, ha un ritratto molto sfaccettato, fra Atti degli Apostoli ed Epistole a lui attribuite. Pellizzetti ricava addirittura quattro profili possibili della sua persona: pio ebreo; predicatore eterodosso; personaggio coincidente con Simon Mago (At 8, 9 ss.); principe idumeo.

Per la possibile identificazione di Paolo con Simon Mago, l’autore cita esegeti del XIX sec. quali “Baur, Volmar, Hilgenfeld e Lipsius” (p. 127). Menziona poi gli Atti di Pietro e Paolo, testo apocrifo in cui Simon Mago viene descritto come circonciso e come colpevole di aver fatto arrestare e condannare a morte altri. Entrambe le caratteristiche, nel Nuovo Testamento, sono attribuite non a Simon Mago, ma a Paolo (Fil 3, 5; At 9, 1 ss.). Visto che l’opera apocrifa vuole dimostrare la perfetta concordia fra Pietro e Paolo, Pellizzetti deduce che “Simon Mago” sia stato creato per mascherare l’Apostolo delle genti e confliggere con Pietro al posto suo. Le Omelie Clementine (metà del III sec.), del resto, “ignorano l’esistenza di Paolo e citano con dovizia di particolari Simone” (p. 129).

Per quanto riguarda l’ipotesi di Paolo come principe idumeo, Pellizzetti ricorda che, al momento della lapidazione di Stefano (At 7, 55-60), egli rimane in disparte. Per un ebreo, però, sarebbe stato obbligatorio lanciare almeno una pietra (Dt 17, 7). L’autore ne deduce che Saulo/Paolo non è ebreo (checché dica di sé successivamente). È comunque “della stirpe di Abramo, della tribù di Beniamino” (Rm 11, 1). “Ismaele era figlio di Abramo e da lui si vuole fare discendere il popolo arabo. E gli Idumei erano arabi politeisti” (p. 136). Il suo recarsi in armi a Damasco lo rende simile a un altro personaggio: un Saul presente nelle Antichità giudaiche di Giuseppe Flavio (XX, 8, cit. da Pellizzetti a p. 139). Era costui un principe di sangue reale propenso al brigantaggio. Data la discordanza cronologica, l’autore pensa non a un’identità fra i due, ma alla riproduzione di un tipo letterario.

Due capitoli de L’apparizione del Cristianesimo sono poi dedicati a illustrare i punti di contatto fra i contenuti dei testi paolini e l’Orfismo. “…nel sesto secolo prima dell’era volgare era presente in Grecia una setta filosofica, con marcate tendenze mistiche e con tutto un bagaglio di pratiche rituali, che risentiva di influenze da pratiche provenienti dalla Frigia, dalla Tracia e dall’Egitto. […] il suo punto di tensione consisteva […] nel rinvenimento di un elemento divino nella natura umana […]” (p. 187). Nelle credenze orfiche, Dioniso/Zagreo, figlio di Zeus, veniva fatto a pezzi dai Titani, ma resuscitato dal padre e incaricato della salvezza dell’umanità (cfr. p. 188).

Metamorfosi del Sacro si occupa di come, quando e da chi sarebbero nate le biografie e le parole attribuite a Cristo, Pietro e Paolo. Lo fa partendo ab ovo, dalla nozione di Dio quale compare nella Bibbia. Nel sito siriano di Ebla, nel 1975, furono ritrovati gli Archivi Reali con migliaia di tavolette in caratteri cuneiformi. Il cuneiforme, in questo caso, non è pittografico: non codifica concetti, ma suoni. La lingua di Ebla era un idioma cananeo “che stava a monte del fenicio e dell’ebraico. Questa lingua, che possiamo chiamare eblaitica, era rappresentata nelle scritture almeno nella misura del venti per cento. Il resto era antico sumerico” (p. 43). Le tavolette eblaitiche documentano la credenza in un “Signore”, un Dio Creatore, già intorno al 2400 a.C. Fra i nomi di dei qui ritrovati, vi sono “Il” e “Ya”, che hanno la medesima radice dei termini con cui l’Antico Testamento indica Dio (cfr. p. 44).

Il resto del saggio è dedicato a esaminare le fonti relative all’Ebraismo della Diaspora e alle vicende dei Vangeli. Non possiamo riassumere qui in modo esauriente i lavori di Pellizzetti. Possiamo però fornire la citazione da Umano, troppo umano di F. Nietzsche con cui egli stesso espone il proprio spirito: “Fra la religione e la vera scienza non esistono né parentele, né amicizia, e neppure inimicizia: vivono in sfere diverse.”

Erica Gazzoldi

 

 

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