Antonioni: 60 anni fa usciva “L’avventura” con Monica Vitti

Federico Fellini rimpianto, Michelangelo Antonioni diseredato

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Festival di Cannes: correva l’anno 1960

Federico Fellini quest’anno avrebbe compiuto cent’anni, oltre a celebrare i sessant’anni dall’uscita del suo più celebre capolavoro “La dolce vita,” interpretato da un magistrale Marcello Mastroianni. Correva l’anno 1960: l’opera menzionata s’aggiudicò la palma d’oro a Cannes. Michelangelo Antonioni, dal canto suo, presentò al noto festival francese “L’avventura,” interpretato da una giovane e irresistibile Monica Vitti.

Il premio della giuria compensò i barbari fischi del pubblico. Il dissenso dell’epoca si traduce oggi in un’indifferenza indebita – o meglio, in un silenzio assordante. Nei primi mesi del 2020 Fellini è stato tema preponderante nell’ambito della cultura cinematografica: le mostre, i giornali e le trasmissioni hanno voluto rendere omaggio a un grande maestro della creatività, com’è giusto che sia.

D’altro canto, a pari passo con la gioia di riscoprire il genio di Fellini, persiste un senso d’amarezza relativa alla figura trascurata di un altro brillante poeta italiano – un peso sulla coscienza che richiama i fischi degli spettatori del ’60.

Due artisti supremi messi a confronto

Il neorealismo di Vittorio De Sica e di Roberto Rossellini dominò l’epoca d’oro del cinema, vale a dire il novecento italiano, specie tra gli anni ’40 e gli anni ’60. Federico Fellini e Michelangelo Antonioni cambiarono rotta, in maniera tendenzialmente dissimile. Quest’ultimo in modo relativamente più drastico.

Federico Fellini si considerava “un artigiano che non ha nulla da dire ma sa come dirlo,” una dichiarazione che trova la sua massima espressione in “Otto e mezzo.” Michelangelo Antonioni, “il pittore dello schermo,” si sarebbe sicuramente descritto in termini analoghi.

Entrambi i registi suddetti conobbero l’esistenzialismo e tutt’e due vantarono la mano dello sceneggiatore Tonino Guerra – per il resto, ognuno si spostò verso la propria strada. Di tanto in tanto, nelle loro opere si percepirono ombre di neorealismo, sebbene esso rappresentasse perlopiù un pretesto per dare libero sfogo all’arte.

Fellini tendeva a parlare di sé stesso e del proprio popolo – l’infanzia a Rimini, gli anni del fascismo, il boom economico – servendosi della propria immaginazione; dettaglio fondamentale nel determinarne la carriera. D’altra parte il contesto e l’inventiva sono interdipendenti e si forniscono carburante a vicenda.

La filmografia di Fellini dona la sensazione di ringiovanire; essa ci offre una provvisoria dispersione dei sensi, la quale alterna momenti di spensierata dolcezza ad attimi d’aspra riflessione. Laddove Fellini colora e fa chiasso, Antonioni dipinge e tace. Il vivace esistenzialismo del visionario regista riminese trova una dimensione perpetuamente cupa e dolorosa, relativa al medesima filosofia, nella cinematografia del collega ferrarese.

“L’avventura” di Antonioni compie 60 anni, ricordiamolo

L’avventura” è il primo capitolo della trilogia dell’incomunicabilità, sebbene il suo stesso pioniere considerasse tutti i suoi film indipendenti e irripetibili. Il regista francese Alain Robbe Grillet dichiarò a tal proposito:

Troppo spesso l’opera di Antonioni è stata percepita come un rapporto desolato e solitario sull’incomunicabilità. Si tratta, al contrario, di comunicazione affettiva e viva. Una comunicazione passionale, infinitamente più concreta di tutti i dialoghi convenzionali che ingombrano gli schermi.

Nel lungometraggio in questione, una coppia parte da Roma per raggiungere la Sicilia, avendo programmato una gita in barca alle Isole Eolie in compagnia degli amici. Anna e Sandro non si vedono da un mese; lui vorrebbe sposarla, mentre lei desidererebbe star sola altri “due mesi, un anno, tre anni.” La suddetta intende confrontarsi con il proprio compagno, ma quest’ultimo minimizza: “Le parole servono sempre meno, confondono.” Prosegue: “Io ti voglio bene, non ti basta?

Anna scompare dalla circolazione l’attimo successivo, nel corso di una sosta nell’isola di Lisca Bianca. Claudia, invano, si mette alla ricerca dell’amica – piange, la medesima, l’istante prima d’innamorarsi di Sandro. Tutto d’un tratto i protagonisti perdono l’interesse di ritrovare Anna. È possibile che quest’ultima abbia fatto ricorso al suicidio, magari gettandosi dagli scogli. Al contempo si potrebbe sospettare del guardiano dell’isola oppure dei contrabbandieri fermati in zona dalla polizia; in altre parole sono tutti dei presunti responsabili fino a prova contraria – ogni rivelazione illuminante è bloccata sul nascere, data la progressiva noncuranza dei personaggi.

Le forze dell’ordine interrogano a riguardo dei contrabbandieri, in presenza di Sandro. “Siamo disposti a lasciar perdere tutto […] purché ci diciate se avete accompagnato in qualche posto la ragazza.” Il compagno della donna scomparsa, in seguito a tale domanda, si dirige fuori dalla stanza senza neppure attendere le risposte degli indagati.

Più in avanti nella storia, una signora suggerisce: “Perché non provano (a cercare Anna) all’ostello della gioventù di Pergusa? Le ragazze forestiere, di passaggio, vanno a finire quasi tutte lì.” Claudia non degna l’interlocutrice neppure d’un cenno di risposta o di favore, poiché ogni sentimento di umanità e di rispetto nei confronti dell’amica ha lasciato posto all’egocentrismo, avendo la nuova relazione tra Claudia e Sandro oscurato le vicende narrative della prima parte del film.

Un’interpretazione del capolavoro di Antonioni

L’esordio di Lucio Dalla recita: “Quanto ho camminato, non ho ragionato mai.” Prosegue: “Uno parte sempre e non arriva mai.” Simili affermazioni sono particolarmente indicative nell’analisi de “L’avventura” di Michelangelo Antonioni: i protagonisti si muovono nello spazio e nel tempo privi di una meta vera e propria. Essi navigano, nuotano, girano attorno al nulla – quasi rimanessero fermi, come tante isolette in mezzo a un mare immenso.

“L’idea di perderti mi fa morire,” ammette Anna al proprio fidanzato. “Eppure non ti sento più.” Allorché Sandro le ricorda il giorno prima, quando hanno fatto l’amore: “Anche ieri a casa mia non mi sentivi più?” Tutto ciò evidenzia la preponderanza di un pensiero limitato alla concretezza, in questo caso cieca d’ogni veduta astratta dei sentimenti interiori – priva della comprensione per tutto quel che trascende i cinque sensi, di tutte quelle cose che sono tanto care ai più sensibili di cuore.

La teoria darwiniana secondo cui sopravvive chi s’adatta meglio all’ambiente, trova il suo sconsolato riscontro nel film trattato: nell’epilogo de “L’avventura,” Claudia accetta passivamente l’infedeltà del proprio compagno. Ribellarsi a una tale circostanza, per lei, significherebbe abbracciare il medesimo destino dell’amica scomparsa, poiché gli insoddisfatti sono inevitabilmente condannati all’alienazione – sia essa fisica che mentale.

Il malessere dei personaggi antoniani può essere relativamente paragonato allo spirito dei giovani contestatori del Sessantotto, considerata la sensazione di sentirsi ingabbiati senza avere le catene – un disagio che non è scaturito da specifici fenomeni palpabili. La natura umana, tendenzialmente, è tale e quale: irrazionale, insaziabile, via via più delusa con l’incrementarsi delle necessità. Antonioni avrebbe in qualche modo anticipato il fenomeno del ’68 in “Blow Up” prima d’arrivare a “Zabriskie Point.”

Un fenomeno caduto nell’oblio

Michelangelo Antonioni, a distanza d’anni, ricordò le vicende dietro la realizzazione de “L’avventura,” dichiarando che avrebbe voluto riviverle: i giorni trascorsi sull’isola, le proteste contro le mancate retribuzioni, il maltempo – senza escludere l’amore sbocciato tra il regista e la Vitti. Il suo è un cinema orientativamente povero ma di fortissimo impatto emotivo. Qui si parla di vero cinema d’autore – vien da dire: averne.

Ogni tentativo di descrivere la filmografia di Antonioni risulta generica e riduttiva; la sua forza risiede nelle immagini, nelle percezioni, nel detto e nel non detto. All’epoca “L’avventura” venne sforbiciato degli “indecenti atti” dalla procura; una simile vergogna, per buona sorte, oggi non occorre – disgraziatamente, nessuno azzarda più come i registi del novecento italiano. Nessuno ha più osato come Marco Ferreri ed Ettore Scola, o più in avanti come Bernardo Bertolucci Pier Paolo Pasolini.  Riconoscere il lavoro di questi artisti è un atto dovuto; capirne le ambizioni ancor di più.

Giordano Pulvirenti

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