App: cosa ancora non è virtuale

La dipendenza da app è ormai un'epidemia non solo in Occidente

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Sul telefono sono di forma variabile e di colori sgargianti. Ne esiste una per ogni evenienza, dal conto in banca alla cura dimagrante. Le app sanno rendere virtuale qualunque cosa.

Si potrebbe iniziare circoscrivendo una fascia d’età media, una porzione di spazio tempo all’interno della quale stabilire una linea di continuità, ma si scriverebbe a torto. Le app non parlano al pubblico di una generazione, sono adatte a qualunque pubblico, sanno catturare qualunque tipo di consumatore. La dipendenza poi, è difficile da definire in questi casi. Non ci sono segni tangibili, escoriazioni, tremori o febbri compulsive. Uno dei traguardi dell’odierna tecnologia è forse anche questo: aver reso virtuali anche gli effetti negativi.




Di recente l’esperto di ingegneria Nir Eyal ha pubblicato un saggio a proposito della dipendenza da app e riguardante i metodi utili per contrastare un uso improprio delle tecnologia da smartphone. Eyal, nato in Israele e cresciuto in Florida, è stato autore nel 2015 del saggio Hooked, incentrato sullo sviluppo delle app a fini commerciali. Scritto che gli valse l’attenzione di alcune aziende, tra le quali LinkedIn e Instagram con le quali ha lavorato come consulente.

Il nuovo saggio invece,  Indistractable: How to Control Your Attention and Choose Your Life, vorrebbe essere un antidoto al primo. È anche un’analisi della relazione tra il consumatore e la merce, in questo caso le app. Secondo Eyal non sarebbe appropriato parlare di dipendenza nei confronti della tecnologia, in quanto non si tratterebbe di sostanze assuefacenti, ma di meccanismi che vengono utilizzati secondo libero arbitrio.

Il pensiero che ci attraversava spesso da bambini, quando guardavamo i film fantascientifici con le macchine volanti e le protesi meccaniche degli eroi del futuro, era di attesa. Ci si chiedeva quando sarebbe arrivato un futuro simile, con i robot intorno alla tavola, e i viaggi spaziali controllati da una rete pubblica. Alcune possibilità che allora si intravvedevano si sono realizzate, ma in modi inaspettati. Gli smartphone e le app ne sono un esempio.

Singapore è una città amministrata globalmente attraverso un super computer. Nella città-stato i servizi, ma anche la sicurezza e le relazioni, sono gestite tramite il controllo dei dati. Qualcosa di molto simile al funzionamento di un’app. L’intelligenza artificiale è meno appariscente di quanto ci saremmo aspettati, nessun monitor catodico dalla voce stridula su cui baluginano intervalli continui di codice binario. Basta una tecnologia molto più minuta e quasi trascurabile come uno smartphone.

Secondo Hiroshi Ishiguro, Direttore del Intelligent Robotics Laboratory dell’Università di Osaka, la società del futuro sarà suddivisa in una classe dirigente in grado di programmare le macchine e in una massa biologica spersonalizzata destinataria di un reddito di cittadinanza e in grado di ambire esclusivamente a ciò che programmaticamente le è stato concesso. Se fosse vero quale tecnologia potrebbe risultare più utile e immediata di un’app?

Il meccanismo della produzione-intermediazione tecnologica-vendita è la prassi ordinaria del nostro presente. Non lontano dal futuro immaginato in un film degli anni 80′, solo su una variazione temporale  leggermente differente(per chi ama le derive del multiverso). Un futuro tutto virtuale, che non è in un luogo o in un tempo, sta più che altro nell’etere.  Avevamo immaginato e, ancora una volta, siamo andati al di là della nostra immaginazione, chissà se nella direzione dei nostri bisogni.

Paolo Onnis

 

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