Appropriazione culturale o moda? È dibattito sullo stile afro delle celebrities

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Quali sono i limiti tra appropriazione culturale e moda? Le star in quarantena abbandonano il look afro e si torna a discuterne.

Tra iniezioni di disinfettante e manifestazioni contro l’obbligo della mascherina, l’America è infiammata dalle polemiche più’ disparate. In questi ultimi giorni alcune celebrities non hanno mancato di gettare benzina sul fuoco, riaccendendo un dibattito di lunga data. La prima ad innescare la miccia sembra essere stata l’influencer Kylie Jenner.  Paparazzata al naturale, pallida, con le labbra sottili e i lisci capelli corti in una coda, appare l’opposto di come siamo abituati a vederla sui social. Inizialmente l’ironia l’ha fatta da padrona, tanto che alcuni commenti recitavano: “in quarantena i livelli di inquinamento sono talmente bassi che si può vedere Kylie senza ritocchini estetici”. Dove sono finiti l’incarnato mulatto, le labbra carnose e lo stile afro di Kylie Jenner? Proprio da qui si è riaperta la discussione sull’appropriazione culturale.

Che cosa si intende per appropriazione culturale?

L’ appropriazione culturale è un concetto antropologico complesso, che include l’adozione di tratti tipici delle minoranze da parte della cultura dominante. L’esempio della Jenner è fortemente riassuntivo di tanti altri atteggiamenti che minimizzano e oggettificano le caratteristiche degli afroamericani. Quello che avviene da parte delle star è un vero e proprio “metti-togli” degno di un paio di scarpe, mentre al di fuori del loro mondo, i membri delle minoranze rimangono emarginati e discriminati. Oggi nella moda e su Instagram, si crea un meccanismo selettivo di apprezzamento e adozione di uno stile basato semplicemente su fattori estetici, ignorando completamente il loro significato più profondo.




La Blackface

L’imitazione delle caratteristiche afroamericane nasce già nel XIX secolo nel teatro americano, diventando nota come Blackface. Questa pratica consisteva in un trucco marcato, stereotipato e satirico per simulare una persona di colore durante spettacoli comici. Gli attori bianchi annerivano la pelle con il sughero bruciato o il lucido da scarpe. Le labbra venivano truccate in modo eccessivo per aumentarne le dimensioni. Infine per entrare perfettamente nel personaggio, indossavano una parrucca di lana e degli abiti stracciati. Solamente con l’avvento dei primi movimenti antirazzisti nel secolo successivo si riuscì a fermare questa pratica, nel frattempo diventata popolare anche in Europa.

Non esiste un fenomeno contrario

Verrebbe da pensare che in una società globale questi siano semplici meccanismi imitativi, parte della creazione di quell’identità condivisa, nota come melting pot. D’altronde anche le minoranze hanno fatto propri alcuni usi tipicamente bianchi. Un ragionamento lecito, ma altrettanto erroneo. Nella storia è evidente come i costumi della “white supremacy” siano stati più un’imposizione, un’adozione forzata che una libera scelta. Persino oggi si negherebbe una drammatica evidenza credendo che i tentativi di omologazione tra cittadini bianchi e neri facciano parte del passato. Basti pensare al provvedimento “Crown act” messo in atto solo l’anno scorso in California, con il quale finalmente non sono più vietati capelli afro, dread e rasta sul luogo di lavoro e nelle scuole.

È sicuramente molto grave che alcuni personaggi pubblici così influenti ignorino questo problema, ma anzi che contribuiscano ad appiattire l’appropriazione culturale, relegandola a una questione di moda. Le instagrammers rischiano di diventare il simbolo perfetto di una società delle apparenze che finge di schierarsi in prima linea nella battaglia contro la discriminazione delle minoranze. Se vivessimo in un mondo in cui il multiculturalismo e l’antirazzismo fossero veramente valori condivisi, Kylie Jenner si alzerebbe al mattino e al posto di spalmarsi l’autoabbronzate, si impegnerebbe a sensibilizzare i suoi 171 milioni di followers.

Anna Barale

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