Archeologia navale, ritrovato un relitto greco intatto nel Mar Nero

Le acque del Mar Nero sono ricche di testimonianze archeologiche dei traffici commerciali risalenti ad epoche remote, offrendo agli studiosi dell’archeologia navale un vasto campo d’indagine.

Un progetto di ricerca subacquea, il Black Sea Maritime Archaeology Project, era nato per esplorare e documentare i fondali bulgari del bacino marino. Il progetto, di carattere internazionale, ha visto la collaborazione di archeologi bulgari e britannici, ma non sono mancati interventi da parte di altri atenei e istituzioni, come l’Università svedese di Södertörn o il Centro Ellenico per la Ricerca Marina. L’obiettivo del progetto era studiare il paesaggio sommerso e i cambiamenti che lo hanno visto protagonista a partire dall’ultima Era Glaciale, usando tecnologie come i ROV per raggiungere i luoghi più profondi.

In tre anni di ricognizioni, sono state fatte scoperte molto interessanti per quanto riguarda l’archeologia navale: sul fondo del Mar Nero infatti sono conservati un gran numero di relitti riferibili ad un arco temporale molto vasto (dall’età antica all’età ottomana) e ottimamente conservati grazie all’ambiente anaerobico presente oltre i 150 metri di profondità. Al momento il team di archeologi ha esaminato circa 40 relitti, il cui studio potrà essere un importante contributo per l’archeologia navale.




Un ritrovamento unico nel suo genere

archeologia navale
Odisseo e le Sirene, dal vaso detto “delle Sirene”, conservato al British Museum e datato tra il 480 e il 470 avanti Cristo. Il relitto del Mar Nero sarebbe simile alla nave raffigurata.

La scoperta più recente e sensazionale tuttavia riguarda una nave greca, probabilmente risalente all’età classica secondo l’esame al radiocarbonio (VI sec. a.C. – IV sec. a.C.). L’eccezionalità del sito sta però nel suo stato di conservazione pressoché integro: infatti è ancora presente parte dell’alberatura e parte dell’opera viva.

Le navi dell’età greco-romana sfortunatamente non sono giunte a noi in un tale stato di conservazione, anzi spesso dagli scavi riemergono solo lo scafo e la chiglia, elementi da cui è molto difficile ricavare un’adeguata ricostruzione del resto della nave così come doveva presentarsi nella sua interezza; a ciò si aggiunge la scarsità di fonti iconografiche e documentarie che aiutino a proporre dei possibili modelli. Ad esempio, ancora oggi non è chiara la disposizione delle file di remi nella celebre trireme, il tipo di nave maggiormente usato nell’antica Grecia e divenuta il simbolo della potenza dell’Atene del V secolo avanti Cristo.

Tuttavia, questo esemplare rinvenuto nel Mar Nero rappresenta una testimonianza archeologica quasi insperata per gli studiosi della carpenteria navale antica, come afferma lo stesso Jon Adams, dell’Università di Southampton e principale ricercatore del progetto:

Una nave del mondo classico che si conserva intatta sotto oltre due chilometri d’acqua è qualcosa che non avrei mai creduto possibile. Questa [scoperta] cambierà la nostra conoscenza della carpenteria navale e dei viaggi per mare nel mondo antico. 

La nave, lunga 23 metri, sarebbe un mercantile, di aspetto molto simile a quello visibile sul Vaso delle Sirene conservato al British Museum, in cui è raffigurato il noto episodio di Odisseo e delle Sirene; l’appartenenza all’età classica rende l’imbarcazione il relitto più antico meglio conservato, facendone un unicum archeologico.

La scelta di lasciare il relitto nel sito originario segue il metodo della conservazione in situ, considerato dalla comunità scientifica il metodo più idoneo per conservare i siti archeologici sommersi come i relitti, rispettando di conseguenza le norme previste nella Convenzione UNESCO sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo del 2001.

I risultati raccolti in questi tre anni di ricerca, compresi quelli relativi al relitto greco, verranno resi pubblici durante la conferenza che si terrà a breve alla Wellcome Collection, biblioteca e museo londinese. Al British Museum invece verrà presentato il documentario che illustra le scoperte avvenute nel corso dei tre anni di vita del progetto.

Barbara Milano

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