Arpad Weisz: storia dell’allenatore che scrisse la storia del calcio italiano

La storia di oggi iniziò il 16 aprile 1896 a Solt, cittadina ungherese di seimila abitanti in cui viveva la famiglia Weisz. Grazie ai sacrifici di mamma Sofia e papà Lazzaro, il piccolo Arpad poté studiare e coltivare le sue passioni, prima fra tutte quella per il pallone. A 15 anni, infatti, entrò nelle giovanili del Törekvés Sportegyesület di Budapest che, dopo appena due anni, lo fece esordire in prima squadra. Parallelamente al calcio, però, il giovane Arpad Weisz conseguì il diploma liceale per poi iscriversi alla facoltà di Giurisprudenza proprio nella città ribattezzata Perla del Danubio.

Sin da subito, però, gli eventi storici provarono ad impedire che Arpad facesse la storia dello sport più bello del mondo. Nel 1915, infatti, abbandonò il calcio e lo studio per partire volontario verso il fronte isontino. Il 28 novembre di quell’anno, durante la 4° battaglia dell’Isonzo, fu catturato da alcuni soldati italiani sul Monte Mrzli e internato in un campo prigionieri a Trapani. Al termine della Grande Guerra, Weisz fece ritorno nella sua Ungheria, libera ormai dopo il crollo dell’Impero Austro-Ungarico. Quel paese che l’aveva visto come un nemico, però, gli era rimasto nel cuore e, pochi anni più tardi, l’avrebbe visto realizzare il proprio sogno.

Il ritorno sul campo da gioco

Di ritorno a Budapest, Arpad Weisz tornò in campo con il Törekvés collezionando ben 84 presenze e 11 reti dal 1919 al 1923. Era un’ala sinistra molto veloce e tecnicamente dotata che, già da qualche tempo, aveva attirato l’attenzione del Maccabi Brno. Nel 1924, infatti, venne formalizzato il trasferimento e il ventottenne di Solt partì alla volta della Cecoslovacchia. La nuova squadra era una delle più importanti polisportive ebraiche della Mitteleuropa e attirava da anni numerosi giovani talenti ungheresi. Si trattava di una società non iscritta alla propria Federazione nazionale e che, di conseguenza, disputava partite itineranti in tutta Europa. Al Maccabi, Arpad conobbe Ferenc Hirzer, suo connazionale che, nel 1925, sarebbe diventato il primo straniero ad essere ingaggiato dalla Juventus.

L’esperienza a Brno gli valse la convocazione in nazionale per le Olimpiadi di Parigi 1924. Con la maglia dell’Ungheria, Arpad Weisz aveva già collezionato 6 presenze in alcune amichevoli, tra cui quella con l’Italia a Genova nel marzo del ’23. Ai giochi olimpici, però, la talentuosa ala sinistra non disputò neppure una partita. C’è da dire che il rapporto tra la nazionale magiara ed il governo di Budapest non era dei migliori. Da un lato, infatti, il reggente d’Ungheria Miklós Horthy faceva pressione sulla popolazione ebrea affinché avesse abbracciato appieno la cultura magiara uniformandosi alla nuova società che andava delineandosi. Dall’altro, invece, la nazionale di Béla Guttmann, anch’egli ebreo, rivendicava la propria forte componente ebraica. Per questo, agli ottavi di finale gli ungheresi si fecero volutamente battere dall’Egitto per 3 – 0 e furono eliminati dalla competizione.

Arpad Weisz ritorna in Italia

Dopo appena una stagione con il Maccabi Brno, Arpad Weisz arrivò in Italia alla corte dell’Alessandria. Con i piemontesi l’ala sinistra disputò una sola stagione, per poi trasferirsi in quella che diventerà una delle sue due squadre del cuore: l’Inter. L’avventura in nerazzurro fu tanto emozionante quanto amara per Weisz, con 3 reti in appena una settimana, 11 presenze e un bruttissimo infortunio al ginocchio che lo costrinse al ritiro prematuro. L’incidente, però, non gli impedì di continuare ad seguire la propria passione. Pochi mesi più tardi, infatti, mentre le prime telecronache iniziavano ad essere trasmesse in radio, Arpad iniziò l’apprendistato di allenatore tra l’Uruguay e l’Italia.

La prima esperienza in panchina fu proprio ad Alessandria, come vice di Augusto Rangone, tecnico della nazionale italiana dal 1922 al 1924. Gli insegnamenti dell’allenatore piemontese valsero a Weisz la chiamata della sua Inter per la stagione successiva. Senza pensarci su troppo, l’ungherese accettò la panchina nerazzurra con lo stesso entusiasmo con cui, da bambino, scese per la prima volta in campo con le giovanili del Törekvés. Le prime due stagioni al San Siro si conclusero con un quinto ed un settimo posto in classifica. Dal 1928 al 1929, Arpad lasciò momentaneamente le redini della squadra al connazionale József Viola per sostenere un soggiorno di aggiornamento tra l’Uruguay e l’Ungheria. Fu proprio durante la breve avventura con lo Szombathely che Weisz conobbe e sposò Ilona Rechnitzer, donna che l’avrebbe accompagnato fino all’ultimo giorno della sua vita.

Lo scudetto con l’Inter

Il nuovo “girone all’italiana”

Di ritorno in Italia, l’ungherese tornò sulla panchina dei nerazzurri. Durante la sua assenza, però, il campionato italiano aveva subito una vera e propria rivoluzione. Leandro Arpinati, presidente della FIGC dal 1926 al 1933, aveva difatti ottenuto la realizzazione di un campionato a girone unico, inglobando le squadre del Nord e quelle del Sud in un unico torneo. La stagione 1929/1930 partì, dunque, carica di aspettative. Le due favorite, Genova e Juventus, dominarono la prima parte del campionato trascinate rispettivamente dai gol di Elvio Banchero e Raimundo Orsi. L’Inter di Weisz, che a causa delle pressioni del governo fascista cambiò nome in Ambrosiana Calcio, tenne testa alle avversarie, riuscendo a scavalcarle entrambe il 16 febbraio 1930.

Arpad Weisz, che nel frattempo aveva anch’egli dovuto cambiare il proprio cognome in Veisz, poteva contare su una squadra davvero eccezionale. Valentino Degani tra i pali, Gianfardoni, Allemandi, Rivolta, Viani e Castellazzi a gestire il reparto difensivo. In avanti, invece, Serantoni e Blasevich agivano alle spalle del tridente composto da Visentin, Conti e un giovanissimo Giuseppe Meazza. Fu proprio grazie alla lungimiranza dell’allenatore magiaro che il Bepìn esordì in prima squadra nel 1926, arrivando a vincere, a soli 19 anni, la classifica cannonieri con 31 goal in 33 partite nella stagione dello scudetto nerazzurro. La vittoria del primo campionato a girone unico arrivò il 6 luglio 1930 nonostante l’ultima sconfitta contro il Modena per 2 – 0. A 34 anni, Arpad Weisz divenne il più giovane allenatore straniero ad aver vinto in Italia, record ancora oggi nelle sue mani.

Il sistema WM o “quadrilatero di centrocampo”

Quello che colpì maggiormente di quella squadra fu il modulo introdotto da Weisz. Sulla scia degli altri esponenti della scuola danubiana, Arpad adottò il sistema WM di Sir. Herbert Chapman, storico allenatore dell’Arsenal dal 1925 al 1934. In sostanza, la squadra era suddivisa in 5 difensori e 5 attaccanti, identificati rispettivamente con le lettere M e W. Nasceva così il quadrilatero di centrocampo che, qualche anno più tardi, avrebbe reso grande il Torino di Ernest Egri Erbstein. Ma questa è un’altra storia. Insomma, lo schema WM distribuiva il peso di gioco equamente tra tutti e 10 i giocatori di movimento, attribuendo a ciascuno una funzione tanto offensiva quanto difensiva.

Le innovazioni portate da Arpad Weisz, però, non finiscono qui. Il magiaro, infatti, fu il primo allenatore a coordinare gli allenamenti in maglietta e pantaloncini, seguendo da vicino i movimenti di ciascun giocatore e introducendo carichi di lavoro specifici a seconda del ruolo. Questa stessa attenzione verso la prima squadra era rivolta anche ai Boys del settore giovanile nerazzurro, dal quale tirò fuori alcuni dei più grandi campioni della storia del nostro campionato. Durante la permanenza all’ombra del Duomo, inoltre, il tecnico introdusse il concetto di dieta alimentare per preservare e migliorare il rendimento dei calciatori.

L’avventura di Arpad Weisz dal Bari al Bologna

Il giuoco del calcio e la salvezza dei biancorossi

Nell’anno dello scudetto, Arpad pubblicò “Il giuoco del calcio“, un manuale in cui spiegava i diversi ruoli dei giocatori, i principi tattici e la sua metodologia di allenamento, mentre Aldo Molinari, allora dirigente nerazzurro, curava gli aspetti inerenti al regolamento. Ad arricchire la pubblicazione fu inserita la prefazione di Vittorio Pozzo, tecnico azzurro campione del mondo nel 1934 e nel 1938. Quell’annata leggendaria portò a Weisz anche il primo figlio, Roberto, che nacque a Milano il 7 luglio 1930. La stagione successiva, però, vide l’Inter concludere il campionato al quinto posto e la dirigenza non rinnovò il contratto al magiaro. Fu così che Arpad arrivò sulla panchina di un Bari che lottava per rimanere in Serie A. Alla guida dei pugliesi, Weisz compì un altro miracolo. I biancorossi conquistarono la salvezza nello spareggio con il Brescia, concludendo la partita sullo 0 – 0 al Littoriale di Bologna.

Il ritorno all’Inter e la panchina del Novara

Al termine della stagione con il Bari, la dirigenza nerazzurra richiamò a Milano l’allenatore ungherese. Arpad godeva della stima di Ferdinando Pozzani, nuovo presidente dell’Ambrosiana nonché imprenditore ben visto dal regime fascista. Durante le successive 2 stagioni, dal 1932 al 1934, Weisz conquistò due secondi posti e raggiunse la finale della Coppa dell’Europa Centrale del 1933. I nerazzurri vennero sconfitti, proprio come capitò alla Juventus in semifinale, dagli austriaci dell’Austria Wien nella doppia sfida tra Milano e Vienna.

Dopo la finale persa, l’Ambrosiana non rinnovò il contratto all’allenatore che, ancora una volta, si ritrovò senza panchina. La soluzione ottimale fu quella del Novara, squadra di Serie B con cui conquistò, in soli 6 mesi, la seconda posizione nel girone A. Il 1934 regalò al magiaro la gioia di una secondogenita, Clara, nata anche lei a Milano il 2 ottobre. Quel semestre fu fondamentale per la crescita dei piemontesi che, grazie all’impronta data da Arpad Weisz, conquistarono la promozione in Serie A al termine della stagione successiva nonostante il cambio in panchina.

Il grande Bologna di Arpad Weisz

Nel gennaio 1935, infatti, il tecnico ungherese fu chiamato a sostituire il connazionale Lajos Kovács al Bologna di Renato Dall’Ara. La squadra emiliana, dopo gli scudetti del 1924/25 e del 1928/29, soffriva da tempo l’egemonia della Juventus in Serie A. Nonostante le difficoltà, Arpad Weisz riuscì a revitalizzare i rossoblù conquistando un significativo sesto posto dopo una prima parte di stagione fallimentare con Kovács. La stagione successiva, invece, fu quella della svolta. Con una rosa di soli 14 giocatori, altro record assoluto del nostro campionato ancora detenuto dall’ungherese, il Bologna interruppe il quinquennio di vittorie bianconere. In questo modo, Arpad divenne il primo allenatore ad aver vinto la Serie A con due squadre diverse.




I rossoblù di mister Weisz sembravano non volersi fermare più. Lo storico scudetto del 1936 aveva ridato fiducia ad un gruppo affamato di nuove vittorie. La stagione successiva iniziò, appunto, nel migliore dei modi, con il Bologna saldamente al comando della classifica fino a novembre. Lo scontro avvincente con la Lazio, poi, animò il campionato fino alla fine del girone d’andata, quando i biancocelesti si laurearono campioni d’inverno. Da febbraio, però, la marcia dei ragazzi di Arpad Weisz cambiò significativamente e i laziali furono nuovamente sorpassati dopo lo 0 – 0 nello scontro diretto. A sole due giornate dalla fine, la vittoria del 2 maggio sulla Triestina consegnò ai bolognesi il secondo scudetto consecutivo.

Il Bologna sul tetto d’Europa e la parentesi a Dordrecht

Nella primavera del 1937, il Bologna fu invitato al Torneo Internazionale dell’Expo Universale di Parigi. La competizione sarebbe stata la quinta, ed ultima, edizione della Coppa dei Vincitori, un antesignano delle moderne competizioni europee. Per ciascuna delle 8 nazioni invitate avrebbe potuto partecipare una sola squadra (fatta esclusione della Francia), motivo per cui il Bologna, in quanto vincitore della Serie A, rappresentò l’Italia. Le altre concorrenti al titolo erano gli inglesi del Chelsea, il Lipsia, l’Austria Wien, l’Olympique Marsiglia, lo Slavia Praga, il Sochaux e gli ungheresi del Phöbus Budapest.

Dopo due straordinarie vittorie con il Sochaux e lo Slavia Praga, la squadra di Arpad Weisz batté il Chelsea in finale assicurandosi il prestigioso trofeo. La tripletta di Carlo Reguzzoni e la rete di Busoni diedero all’allenatore ungherese l’ultima gioia della sua incredibile carriera. Nel 1938 infatti, le leggi razziali costrinsero la famiglia Weisz a lasciare il paese in quanto ebreo arrivato in Italia dopo il 1919. Da quel momento iniziò il calvario. Prima la fuga a Bardonecchia, poi Parigi e infine l’arrivo nei Paesi Bassi. A Dordrecht, Arpad allenò la squadra locale salvandola, come aveva fatto con il Bari anni prima, dalla retrocessione. Ancora una volta, la passione per il calcio si era dimostrata più forte della paura e dell’incertezza di quegli anni così bui.

Una storia a lungo dimenticata

A causa dell’annessione nazista dei Paesi Bassi, la situazione peggiorò drammaticamente. Arpad venne sollevato dall’incarico di allenatore e i suoi figli furono espulsi da scuola. Per alcuni mesi, tuttavia, la famiglia Weisz riuscì a cavarsela grazie al supporto di alcuni dirigenti del Dordrecht. Le speranze, però, si spensero nell’agosto 1942, con la deportazione ad Auschwitz. Ilona, Roberto e Clara furono subito condotti nelle camere a gas, mentre Arpad affrontò quindici mesi di lavori forzati nell’Alta Slesia. Stanco, solo ma mai piegato da tanta barbarie, il leggendario allenatore fu riportato ad Auschwitz, trovando la morte a soli 47 anni, il 31 gennaio 1944.

Per quasi 70 anni, il nome di Arpad Weisz fu cancellato dai registri e le sue imprese dimenticate per troppo tempo. Nel 2008, però, Matteo Marani riportò alla luce questa incredibile storia. In 3 anni di estenuanti ricerche, il giornalista bolognese risalì, a partire da alcuni registri di classe della Bombicci di Bologna, a uno dei compagni di Roberto Weisz. Dalle lettere e cartoline che il piccolo inviava all’amico da Parigi e dall’Olanda, Marani ricostruì, tassello dopo tassello, la storia dei Weisz dopo la fuga dall’Italia. Il caso volle che la casa in cui Arpad abitò nel capoluogo emiliano fosse a pochi metri da quella del giornalista che per primo ne ha recuperato la memoria. Forse era davvero destino o magari lo stesso allenatore aveva visto in lui la persona giusta per raccontare la sua storia.

Alessandro Gargiulo

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