Arteterapia in carcere, tra condivisioni emotive e vie di fuga

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Qui dentro/ I pensieri si attaccano al muro/ come croci pesanti
che nessuno sa portare. / I pensieri senza aria/ muoiono sempre subito.

(G. Cagnoni)

Gianni Cagnoni, dottore in Psicologia clinica, ci regala delle riflessioni sulla sua esperienza di arteterapia in un carcere italiano.

Esperienza raccolta nel suo libro “Arteterapia in carcere. Un particolare percorso di condivisione emotivae da cui scaturiscono considerazioni sul vero significato di riabilitazione carceraria.

Iniziamo con una domanda a bruciapelo: perché l’arteterapia in carcere? Lei la chiama una vera e propria via di fuga. Espressione molto evocativa, soprattutto se inserita nell’ambiente carcerario.

A dire il vero quando ho contattato per la prima volta la direzione della Casa Circondariale la mia intenzione era quella di mettermi a disposizione dei detenuti per dei colloqui di sostegno, alcuni anni dopo la mia laurea in Psicologia clinica.

Fu la direttrice che mi spiegò che la strada per entrare e avere dei contatti con i detenuti poteva essere quella di presentare un progetto di arteterapia.

Considerato che io ho sempre dipinto e realizzato mostre, l’ultima delle quali portava un titolo emblematico “Vie di fuga” mi sembrava utile proporre a loro le riflessioni che avevo fatto in quell’occasione.

L’arte – parola molto impegnativa – è sicuramente una via di fuga dalla realtà. Non perché si ha paura di questa, ma per godere della libertà dai vari condizionamenti e sentirsi realizzati e in sintonia con quello che si produce…





L’arte può essere una risposta alternativa possibile ai farmaci di cui oggi si fa forse fin troppo uso?

Alternativa forse non è la parola giusta perché molti disturbi psichiatrici hanno bisogno anche del trattamento farmacologico in aiuto a quello psicoterapeutico.

Sicuramente, però, dipingere o disegnare può essere di sostegno in certi casi lievi di disturbi dell’umore come le depressioni lievi (distimie o ciclotimie) o negli stati di ansia. Questo perché la pittura rappresenta un modo di comunicare ed esternare sulla tela tutta una serie di vissuti interni che solitamente vengo tenuti nascosti. E l’arteterapia in carcere era rivolta a questo.

Quali sono state le sue paure prima di iniziare quest’esperienza?

Nessuna paura. La serenità con la quale ho affrontato questo impegno è stata il mio punto di forza. I detenuti l’hanno immediatamente percepita e questo ha aiutato molto a stabilire dopo poco un rapporto empatico e di fiducia.

Hanno capito che il mio atteggiamento non era giudicante ma del tipo “sospensione del giudizio” (epoché) nello stile degli scettici.

Quali ostacoli burocratici ha incontrato?

Direi abbastanza. Di certo i numerosi controlli cui sottostare prima di arrivare nell’area detentiva dove i detenuti hanno le celle. Gli ostacoli maggiori sono stati per me quelli di non poter utilizzare i colori e di dover sottoporre ogni fotocopia di appunti o articoli all’approvazione degli uffici dell’area trattamentale.

Inoltre, la difficoltà di coordinamento dell’orario del laboratorio di arteterapia con gli orari degli altri servizi che i detenuti dovevano prestare. Continue interruzioni per notifiche di atti giudiziari o colloqui con i legali. Insomma l’attività di volontariato è, ovviamente considerata di seconda, terza o quarta classe!

Spesso i detenuti approfittavano della sua presenza per porle domande sulla sessualità. Perché, secondo lei? 

È stata in un certo senso una sorpresa anche per me. Occorre considerare che i giovani detenuti puntano tutto il loro valore sulla forza fisica e sull’attività sessuale. Questa è considerata un punto di vantaggio rispetto ai rammolliti.

Seppure giovani hanno molti figli e cambiano spesso compagne. Molti di loro al rientro a casa dopo una rapina pretendevano che la loro compagna fosse disponibile a fare sesso. Mi raccontavano che fare una rapina per loro era un grande piacere, indipendentemente dal ricco o povero bottino. Il sesso così completava l’opera. Questo perché il livello di adrenalina era, ovviamente, ancora alto.

Il piacere era però fine a se stesso e il più delle volte slegato da un sentimento affettivo. Accanto a questa attività sessuale primordiale vi era una grande ignoranza nel funzionamento fisiologico dell’apparato riproduttivo e nella sua anatomia.

Un detenuto rimase sorpreso quando ho spiegato che il sesso del nascituro è determinato dal maschio. Egli credeva che la responsabilità (per lui “colpa”) di aver avuto quattro femmine fosse della sua compagna. Che oltretutto aveva più volte rimproverato per non essere stata capace di dargli un figlio maschio.

Qual è stato il momento in cui ha compreso di aver conquistato la loro fiducia?

Direi abbastanza presto. Fissando un momento preciso, quando hanno chiesto al direttore della Casa Circondariale l’autorizzazione per dei colloqui individuali con me al termine del laboratorio di arteterapia.

L’atteggiamento paranoico iniziale (tra l’altro di natura difensiva e normale anche in soggetti non ristretti) è stato subito sostituito da un sincero spirito di apertura e collaborazione. Anche il crescente numero di partecipanti era un segnale importante perché tale incremento era frutto di un passaparola con gli altri detenuti.

 Come ha usato le tecniche di arteterapia nel suo lavoro?

Ho dovuto, ovviamente, adattarle al contesto formato da soggetti di età diversa, nazionalità straniere e con problemi psicologici più o meno gravi ma comunque differenti.

L’art. 27 della Costituzione tratta della finalità della pena, la quale deve tendere alla rieducazione del condannato. Dopo questa esperienza, che idea si è fatto a riguardo?

Una grande delusione. Da un lato perché l’organizzazione carceraria è tutta concentrata sulla sicurezza, per cui il comandante della polizia penitenziaria ha grande potere nelle decisioni sull’attività trattamentale. Dall’altro, la questione riguarda i responsabili delle iniziative deputate al detenuto. Preoccupati più degli aspetti burocratici che di quelli effettivamente efficaci al recupero psicologico dei detenuti. In modo da provocare una vera e propria conversione.

D’altra parte occorre dire che l’unica preoccupazione del detenuto è quella di trovare la strada per accorciare la detenzione o avere permessi temporanei di uscita. Questo per iniziare ad assaporare una libertà che dalle statistiche dura poco visto che il 77% dei detenuti reitera il reato.

La mancanza di volontà dei detenuti di avviare un percorso di recupero – supposto che nel carcere sia disponibile in maniera seria – impedisce qualsiasi miglioramento psichico. Le associazioni dei volontari che operano all’interno del carcere offrono un servizio di stampo assistenziale. Rivolto per lo più alle esigenze materiali (vestiti, pacchi ai familiari, raccomandazioni da buon padre di famiglia a sfondo religioso).

Riportando la testimonianza di un detenuto nel testo si cita:

“Spesso fisso l’angolo del soffitto e con la fantasia, corro nei miei prati verdi. Tutte le immagini di quel periodo sono vivide e fresche come l’aria al mattino”.

Quando la libertà “esterna” è preclusa, è possibile mantenere uno spazio interiore nel quale rifugiarsi?

La libertà “esterna” è sicuramente primaria. Perché “fuori” ci sono la famiglia, i figli, i genitori che premono sia economicamente sia affettivamente. Questi devono infatti nascondere o sminuire nei confronti di terzi la condizione socialmente umiliante del detenuto, qualsiasi sia il grado di parentela.

Non sono in grado di rispondere se l’interiorità costituisca un luogo di rifugio per loro. Perché la caratteristica che domina ogni loro relazione, sia tra di loro che con gli esterni, è caratterizzata dalla menzogna. Quasi tutti attribuiscono la colpa al Giudice che ha sbagliato la sentenza o alla Polizia che ha falsificato le prove.

Da quello che ho potuto capire non c’è alcun insight e autoconsapevolezza dei comportamenti criminali.

Quale rapporto è emerso tra i detenuti e la loro idea delle regole e delle istituzioni?

Le lamentele spaziano dalle regole di sicurezza perché troppo stringenti agli ambienti. Ma anche al cibo, agli orari, alle decisioni del Giudice di sorveglianza. Alle guardie, alla burocrazia, fino alle cure mediche, la mancanza di attività ludiche…

Quali “identità” psicologiche ha maggiormente riscontrato tra i detenuti?  

Per quanto riguarda coloro con i quali ho potuto lavorare e dialogare direi che le patologie evidenti sono essenzialmente tre. Il disturbo asociale di personalità, il disturbo borderline di personalità e la dipendenza da alcool e sostanze. Ci sono poi alcuni detenuti che presentano  tratti narcisistici e depressivi sotto soglia.

Una frase del testo Arteterapia in carcere” mi ha particolarmente colpita: “Molti psicologi sono convinti che la loro attività di sostegno debba servire a migliorare la vita della gente. Questa è una grande illusione […]”. Qual è quindi stato il suo ruolo all’interno del carcere?

Quello di presentare un modello di pensiero alternativo al loro mantenendo sempre un atteggiamento sincero e non giudicante. Questa è stata la mia chiave per entrare in alcuni casi in contatto con loro, anche una volta finita la detenzione.

Nel testo è presente un punto che potrebbe richiamare il fanciullino pascoliano. Scrive infatti di essere stato lei stesso a stupirsi dell’effetto terapeutico che ha suscitato il fatto di rendersi conto di avere ancora un bambino dentro di loro in grado di divertirli.

È vero. Ho notato che i detenuti, in particolare quelli giovani, hanno un aspetto e un modo di ragionare da persone anziane. La maggior parte di loro non ha vissuto una fanciullezza e adolescenza serena e allegra. Hanno spesso saltato delle tappe evolutive per cui quando riesci a riportarli a quell’età mostrano un’allegria interna e una gioia mai provate prima.

I loro sogni sono sogni tristi, preoccupanti, quasi incubi. Scoprire che disegnano come i bambini li ha divertiti. L’arteterapia in carcere ha permesso loro di recuperare un po’ di spazio del loro sviluppo che non conoscevano. La sorpresa per loro è stata grande. Ciò che per me è stato positivo è che non si sono spaventati nello scoprire questa dimensione. Anzi si sono sentiti arricchiti avendo uno strumento in più con il quale “giocare”.

“Disegna l’animale che più ti rappresenta” è la tecnica da lei utilizzata che forse racchiude più di tutte il suo lavoro. Può parlarcene?

Ho fatto comprendere loro sin dall’inizio che il laboratorio non era un corso di disegno e che io non ero un insegnante dell’Accademia delle Belle Arti. Nulla in ciò che disegnavano doveva rispettare canoni estetici. Nessun giudizio doveva essere espresso, nessun voto, nessuna bocciatura e nessuna promozione.

L’idea di modificare il disegno cieco classico in un disegno cieco senza benda è nata dal fatto che in Carcere non si possono usare bende. Troppo pericolose! Ho pensato, allora, di far disegnare le loro rappresentazioni interne, in particolare di animali. La scelta dell’animale è stata pensata perché avevo notato che nei loro racconti c’era sempre un riferimento alla forza, alla furbizia, alla scaltrezza …

Direi sicuramente che è stato il lavoro più interessante. Perché il disegno dell’animale è stato per ciascuno di loro un’occasione per pensare a se stessi. Così come alle loro caratteristiche e in alcuni casi ai loro desideri. Dal disegno dell’animale sono partiti dei racconti meravigliosi della loro infanzia o vita adulta con allargamento alla famiglia e agli altri affetti.

Direi che nel libro questa è la parte non solo centrale (30 storie) ma anche più interessante, perché ha svelato dei vissuti ai più sconosciuti.

Così, da manuale di arteterapia in carcere, si è trasformato, grazie a questi racconti, in un percorso di condivisione emotiva commovente.

L’idea era quella di concludere questa intervista sull’arteterapia in carcere con una domanda diretta. Cosa si fosse sentito di aver lasciato nella vita di questi uomini. Ma credo di averla trovata in una lettera di uno di loro.

Una lettera di ringraziamento seguente alla scarcerazione nella quale D.1 scrive:

“Volevo e lo confermo, ringraziarla per quanto mi ha trasmesso ed avermi aperto nuovi orizzonti pur se nuovo sapere aggiunge spazi, in cui è più facile smarrirsi […]”

Così si scopre che sì, è possibile aprire nuovi spazi anche dentro mura che stanno strette. Creare incontri sinceri anche dove si è sotto sorveglianza continua. Spazi che certo fanno paura, nei quali è facile smarrirsi ma necessari se si vuole veramente parlare di riabilitazione nelle carceri.

Caterina Simoncello

 

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