Raggiunto un accordo tra Assad e curdi. Cosa cambia dopo l’attacco turco

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Lo scorso 9 ottobre l’esercito turco e i miliziani filo-Ankara hanno dato il via all’operazione “Fonte di pace”.

L’obiettivo del presidente turco Erdogan è almeno duplice: eliminare le postazioni della milizia curda delle YPG (Unità di Protezione Popolare) considerata la costola siriana del PKK (organizzazione terroristica per Turchia, Stati Uniti ed Unione Europea) e ricollocare nella cosiddetta “safe zone” molti dei siriani che negli anni hanno trovato riparo in Turchia.

Dopo i primi giorni di scontri i curdi hanno constatato di non poter resistere all’avanzata della Turchia. Operazione che per ora vede impiegate soprattutto alcune milizie legate ad Ankara e meno direttamente la fanteria turca. La mancanza di aviazione e contraerea impedisce alle forze curde di combattere alla pari. Proprio per questo motivo hanno richiesto una “no fly zone” sul nord della Siria per impedire all’aviazione turca di prendere di mira le postazioni difese dall’YPG.

Dopo i primi giorni di combattimento sono ormai “cadute” le due città principali del nord curdo-arabo, Tal Abyad e Ras al-Ain. Almeno 150mila civili avrebbero già lasciato le loro abitazioni in direzione sud e verso il confine con il Kurdistan iracheno.

Di fronte a questa situazione nelle ultime ore è stato reso noto il raggiungimento di un accordo tra Assad e curdi. Il ritiro americano da una parte e la confusa posizione dell’UE dall’altra, insieme alla situazione militare, hanno spinto la dirigenza curda a cercare il compromesso con il governo di Damasco.

Il rapporto tra Damasco e i curdi

Il rapporto tra il governo di Damasco e la minoranza curda non è mai stato dei migliori. Nel 2004 una rivolta nelle zone a maggioranza curda venne puntualmente repressa. Più in generale i curdi hanno sempre lamentato l’impossibilità di una’adeguata rappresentanza all’interno del quadro politico siriano.

Allo stesso tempo i curdi hanno avuto un atteggiamento pragmatico all’indomani della rivolta del 2011. Nel 2012 hanno stretto con Damasco un accordo di “pacificazione” con cui Assad cedeva il controllo del nord ai curdi, negoziando per la presenza di truppe governative in alcuni snodi fondamentali (come Qamishli). A partire da quel patto i curdi hanno iniziato un loro processo autonomo di autogoverno sulla base del “confederalismo democratico”, sistema teorizzato dal leader curdo Abdullah Ocalan. Inoltre già al tempo dell’invasione turca dell’area di Afrin le milizie curde e l’esercito siriano avevano temporaneamente collaborato.

L’accordo tra Assad e curdi

Hevrin Khalaf, attivista e politica curda uccisa tre giorni fa, in precedenti interviste aveva già menzionato l’esistere di un dialogo che dura da mesi tra i rappresentanti dei curdi e il governo di Assad. L’accordo siglato in questi giorni prevederebbe il passaggio in mano governativa del nord-est della Siria. Inoltre sembrerebbe che i curdi abbiano accettato il successivo smantellamento delle SDF (Syrian democratic forces): queste entrerebbero a far parte dell’esercito siriano, “normalizzando” quindi la loro condizione attuale.

Come contropartita il governo di Damasco sembrerebbe aver offerto diverse garanzie politiche da sancire attraverso una nuova costituzione: riconoscimento di maggiori diritti per le minoranze (curdi in primis) e la concessione agli stessi curdi di maggiore autonomia politica e gestionale (probabilmente sul modello del Kurdistan iracheno).

Questa distensione tra le due parti ha già avuto ripercussioni operative. Contingenti delle truppe governative sono giunte nei pressi delle città di Manbji e di Kobane: quest’ultima, città simbolo della lotta al Califfato, sembra essere il prossimo obiettivo di Erdogan.

Siria e Turchia

Il patto tra Damasco e curdi è destinato a segnare uno spartiacque nella storia del conflitto in Siria. Esso ha infatti una lunga serie di ricadute. Nell’ambito dei recenti sviluppi militari permetterà ad Assad di riprendere il controllo di ulteriori e importanti porzioni di territorio: nell’est della Siria si trovano alcuni giacimenti petroliferi nonchè importanti vie di comunicazione che collegano il paese all’Iraq e all’Iran. Un ulteriore passo in avanti di Damasco nella riaffermazione dell’indivisibilità della Siria.

La Turchia continua invece ad avere un atteggiamento ambiguo: la decisione di puntare su Kobane rischia di portare allo scontro diretto con Damasco. Allo stesso tempo, il proposito di ricollare i rifugiati arabi nel nord del paese sembra quasi essere un assist ad Assad che in tal modo potrebbe diluire la presenza curda nel nord e spegnere per sempre eventuali residue volontà d’indipendentismo curdo. Resta comunque l’ambiguità turca: membro Nato che ha ormai contro l’intera organizzazione, acquista sistemi di difesa dalla Russia e ricatta l’Europa attraverso i rifugiati, diventati una sorta di “arma” di pressione politica sui paesi europei.

Il ruolo di Putin. L’incognita Isis

In questo quadro confuso e instabile Putin continua a giocare il ruolo di attore primario quando non di arbitro. Il ritiro dei militari Usa dalla Siria concede ulteriore protagonismo al presidente russo. È infatti evidente che la Russia abbia giocato un ruolo decisivo nel riavvicinamento tra curdi e Damasco. Questo permetterà alle truppe di Mosca di meglio sorvegliare anche la Siria del nord-est e di rinsaldare la posizione di Assad.

Il governo di Damasco riprende controllo della quasi totalità del territorio (salvo alcune aree tra cui la regione di Idlib). La Russia si rafforza come importante potenza della regione e come attore imprescindibile nel teatro siriano. I curdi strappano la promessa di maggiore autonomia ed evitano la probabile disfatta militare. Gli Stati Uniti abbandonano la Siria come da Trump voluto (eccezion fatta per la base di al-Tanf nel sud). La Turchia prosegue nella sua operazione che Erdogan può spendere in politica interna (azione militare peraltro sostenuta da tutti i partiti del Parlamento eccetto i curdi dell’HDP).

Molti tasselli del puzzle siriano si muovono. Resta l’incognita dell’Isis, che potrebbe trovare il modo per riorganizzarsi. Resta la questione dei foreign fighters europei rimasti nelle carceri curde il cui destino ad oggi appare più che oscuro.  E resta soprattutto la confusa, debole, retorica non-posizione dell’Unione Europea, intimorita del ricatto di Erdogan, dall’appartenenza della Turchia alla Nato e dalla solita scelta di non scegliere.

Davide Di Legge

 

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